«Mamma, sono vivo»: i messaggi lanciati dai treni dai militari deportati

Al Ridotto del Teatro Verdi di Fiorenzuola storie, documenti e testimonianze degli internati militari italiani che dopo l’8 settembre 1943 rifiutarono di combattere con nazisti e Rsi

Donata Meneghelli
|12 ore fa
Un messaggio per i familiari affidato a sconosciuti da un prigioniero piacentino - © Libertà/Donata Meneghelli
Un messaggio per i familiari affidato a sconosciuti da un prigioniero piacentino - © Libertà/Donata Meneghelli
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I relatori: Andrea Di Betta, Barbara Spazzapan e Franco Sprega  - © Libertà/Donata Meneghelli
I relatori: Andrea Di Betta, Barbara Spazzapan e Franco Sprega  - © Libertà/Donata Meneghelli
Un indirizzo scritto in fretta su un pezzo di carta e lanciato da un vagone per far sapere a casa: «Sono vivo». Da questa immagine è partito il ricordo degli Internati Militari Italiani, celebrato ieri a Fiorenzuola nel Ridotto del Teatro con un incontro organizzato da Anpi Fiorenzuola e Isrec di Piacenza.
Dopo l’8 settembre 1943 furono migliaia i militari italiani deportati nei campi di lavoro tedeschi per aver rifiutato di combattere con nazisti e Repubblica sociale italiana. Trecento erano fiorenzuolani, 5.846 i piacentini.
A raccontarne le vicende sono stati gli archivisti Andrea Di Betta e Barbara Spazzapan e lo storico Franco Sprega. Tra i documenti più toccanti, i biglietti affidati dai prigionieri a chi si trovava lungo i convogli: frammenti di carta, pagine strappate, talvolta soltanto un indirizzo, sufficiente perché i familiari riconoscessero la calligrafia.
Di Betta sta ricostruendo anche percorsi, stazioni e luoghi di transito attraversati dai deportati, restituendo nomi e storie a quella che viene ricordata come una forma di resistenza senz’armi.
Un biglietto che avverte la famiglia di un internato
Un biglietto che avverte la famiglia di un internato