“Tre nomi” non è un romanzo geniale, ma è un romanzo universale
Meglio leggere qualcosa di originale o qualcosa di rilevante? Quest’ultimo è il caso del libro della scrittrice Florence Knapp
Cecilia Pizzaghi
|4 ore fa

Ci sono libri che vengono considerati geniali, non tanto per la trama e il messaggio che mandano, ma piuttosto per la loro forma e struttura.
E in effetti, non ho mai sentito usare questo epiteto così di frequente come riguardo a “Tre nomi” di Florence Knapp negli ultimi mesi. Un romanzo che si basa sullo sviluppo parallelo di tre sliding doors, tre multiversi generati da tre risposte diverse a un unico quesito: che nome do a mio figlio?
Siamo nel 1987 in Inghilterra, Cora ha appena partorito il suo secondo figlio e deve registrarlo all’anagrafe. Sembra una scelta normale, quasi burocratica, ma in realtà dentro quei pochi minuti c’è già il peso di un’intera vita. Anzi, tre vite.
Da questo incipit si dipanano tre strade. Se Cora decide di chiamarlo Bear, come suggerito dalla sorella maggiore Maia, comincerà un processo brutale e immediato di emancipazione dal marito violento e i suoi figli cresceranno senza padre e soprattutto senza i vincoli sociali a cui lui li avrebbe costretti.
Se decide di chiamarlo Gordon, lo stesso nome del suddetto marito violento, Cora rimarrà impantanata in una relazione di abusi e violenze, senza un soldo e senza un appiglio esterno, completamente dipendente e vessata da un marito che non le ha permesso neanche di avere voce in capitolo sull’identità del proprio figlio.
Quella che sembra la via di mezzo, dare un nome diverso da quello desiderato dal marito, ma non così eccentrico come quello scelto dalla primogenita, si rivela la scelta più tragica: se Cora opta per il nome Julian, risulterà vittima dell’eccesso d’ira scatenata in Gordon, i suoi figli cresceranno in Irlanda sotto le cure della nonna materna, ma anche sotto il peso di una tragedia.
Tre nomi, tre alternative, tre battiti d’ali che scateneranno conseguenze molto diverse nella vita di Cora e nella crescita dei due figli; in ogni modo (letteralmente) per sempre segnati dall’aver convissuto con la violenza di genere subita - in modo più o meno manifesto, più o meno combattuto, più o meno prolungato - dalla propria madre.
E quindi la domanda sorge spontanea: “Tre nomi” viene definito geniale a ragione o a sproposito?
Approcciarsi a una lettura volendo dimostrare quanto sia “overrated” (lo so, cari lettori italianisti, avrei anche potuto dire “sopravvalutato”, ma la mia natura mi porta a usare termini più social: vogliate stare al gioco), è già di per sé una terribile premessa. Una brutta abitudine da cui cerco di prendere le distanze, ma nella quale ricapito spesso, soprattutto a fronte di recensioni entusiastiche e grandi strilloni in libreria, tipo “CONSIGLIATISSIMO!!!”.
Il fattaccio è che la struttura di “Tre nomi”, a capitoli che seguono a tre a tre l’arco narrativo degli stessi personaggi, che mandano avanti pedissequamente tre vite alternative, non l’ha inventata Florence Knapp.
Probabilmente esistono altri titoli, ma il più celebre e il più recente è “4321” del niente popò di meno che Paul Auster, ovvero uno dei romanzieri più prolifici e influenti della letteratura anglosassone contemporanea.
Un libro mastodontico che, nelle sue mille e passa pagine, sembra quasi condensare tutta la storia americana più recente e che, per essere seguito veramente, necessita carta, penna e appunti (almeno, per me è stato indispensabile). Un romanzo che, anche solo per l’impegno e la costanza necessari per leggerlo, viene da battezzarlo come geniale: solo così tutto il tempo speso avrà davvero avuto senso!
Ed è proprio la fatica fatta per arrivare in fondo a “4321” che, a primo acchito, mi ha fatto così imbestialire davanti a “Tre nomi” e le sue recensioni.
Perché è vero, al giorno d’oggi tutto è già stato fatto, tutto è già stato pensato, ma quello che vedo qui è uno scopiazzamento bello e buono.
Esternare disapprovazione per la mancata originalità, sfogare rancore verso un’autrice un po’ troppo osannata, è molto facile. Talmente facile che a volte mi porta a scordarmi perché leggo e parlo di libri.
Come già detto (e ampiamente dimostrato) non sono una studiosa, un’accademica. Vivo seguendo il diktat di leggere se e solo se mi piace farlo. Voglio trarre piacere dalla lettura come atto disimpegnato, ma in grado di arricchire la mente. Voglio leggere senza lasciarmi condizionare da pregiudizi basati sull’autore, l’epoca, i riferimenti culturali e quelli letterari.
E allora basta giudicare “Tre nomi” sulla base di un’autrice alle prime armi, di un meccanismo narrativo fin troppo debitore di qualcosa che esisteva già e di recensioni un po’ troppo markettare. Che cosa penso io della trama di “Tre nomi”? Che cosa mi ha lasciato? Mi è PIACIUTO?
Per me “Tre nomi” non è stata una di quelle letture che bramavo di portare avanti, che fagocitavo. Non è stata nemmeno una lettura in cui mi sono immersa e persa. È stata anzi una lettura spesso faticosa, durante la quale mi sono di frequente annoiata e che, in sintesi, avrei preferito durasse meno. Tuttavia, la trovo una lettura rilevante per tanti tipi di persona diversi, di età diverse e di esperienze diverse. Universale quindi nel portare avanti temi fondamentali per la nostra società.
Perché “Tre nomi” ci mostra, pagina dopo pagina, le conseguenze di ogni più piccola azione, di ogni più banale scelta. È un compendio sugli esiti relazionali che può avere anche la più impercettibile crepa familiare.
“Tre nomi” parla di educazione, crescita, identità, attraverso i traumi, l’emancipazione dal passato e l’accettazione di sé: davanti a temi così immortali, trasversali e profondi, ha davvero senso fare caso alla struttura?
Perciò lasciatemi dire che se “Tre nomi” fosse una pizza sarebbe una diavola: di sicuro non geniale, e neppure originale, ma che di certo si fa notare.
E in effetti, non ho mai sentito usare questo epiteto così di frequente come riguardo a “Tre nomi” di Florence Knapp negli ultimi mesi. Un romanzo che si basa sullo sviluppo parallelo di tre sliding doors, tre multiversi generati da tre risposte diverse a un unico quesito: che nome do a mio figlio?
Siamo nel 1987 in Inghilterra, Cora ha appena partorito il suo secondo figlio e deve registrarlo all’anagrafe. Sembra una scelta normale, quasi burocratica, ma in realtà dentro quei pochi minuti c’è già il peso di un’intera vita. Anzi, tre vite.
Da questo incipit si dipanano tre strade. Se Cora decide di chiamarlo Bear, come suggerito dalla sorella maggiore Maia, comincerà un processo brutale e immediato di emancipazione dal marito violento e i suoi figli cresceranno senza padre e soprattutto senza i vincoli sociali a cui lui li avrebbe costretti.
Se decide di chiamarlo Gordon, lo stesso nome del suddetto marito violento, Cora rimarrà impantanata in una relazione di abusi e violenze, senza un soldo e senza un appiglio esterno, completamente dipendente e vessata da un marito che non le ha permesso neanche di avere voce in capitolo sull’identità del proprio figlio.
Quella che sembra la via di mezzo, dare un nome diverso da quello desiderato dal marito, ma non così eccentrico come quello scelto dalla primogenita, si rivela la scelta più tragica: se Cora opta per il nome Julian, risulterà vittima dell’eccesso d’ira scatenata in Gordon, i suoi figli cresceranno in Irlanda sotto le cure della nonna materna, ma anche sotto il peso di una tragedia.
Tre nomi, tre alternative, tre battiti d’ali che scateneranno conseguenze molto diverse nella vita di Cora e nella crescita dei due figli; in ogni modo (letteralmente) per sempre segnati dall’aver convissuto con la violenza di genere subita - in modo più o meno manifesto, più o meno combattuto, più o meno prolungato - dalla propria madre.
E quindi la domanda sorge spontanea: “Tre nomi” viene definito geniale a ragione o a sproposito?
Approcciarsi a una lettura volendo dimostrare quanto sia “overrated” (lo so, cari lettori italianisti, avrei anche potuto dire “sopravvalutato”, ma la mia natura mi porta a usare termini più social: vogliate stare al gioco), è già di per sé una terribile premessa. Una brutta abitudine da cui cerco di prendere le distanze, ma nella quale ricapito spesso, soprattutto a fronte di recensioni entusiastiche e grandi strilloni in libreria, tipo “CONSIGLIATISSIMO!!!”.
Il fattaccio è che la struttura di “Tre nomi”, a capitoli che seguono a tre a tre l’arco narrativo degli stessi personaggi, che mandano avanti pedissequamente tre vite alternative, non l’ha inventata Florence Knapp.
Probabilmente esistono altri titoli, ma il più celebre e il più recente è “4321” del niente popò di meno che Paul Auster, ovvero uno dei romanzieri più prolifici e influenti della letteratura anglosassone contemporanea.
Un libro mastodontico che, nelle sue mille e passa pagine, sembra quasi condensare tutta la storia americana più recente e che, per essere seguito veramente, necessita carta, penna e appunti (almeno, per me è stato indispensabile). Un romanzo che, anche solo per l’impegno e la costanza necessari per leggerlo, viene da battezzarlo come geniale: solo così tutto il tempo speso avrà davvero avuto senso!
Ed è proprio la fatica fatta per arrivare in fondo a “4321” che, a primo acchito, mi ha fatto così imbestialire davanti a “Tre nomi” e le sue recensioni.
Perché è vero, al giorno d’oggi tutto è già stato fatto, tutto è già stato pensato, ma quello che vedo qui è uno scopiazzamento bello e buono.
Esternare disapprovazione per la mancata originalità, sfogare rancore verso un’autrice un po’ troppo osannata, è molto facile. Talmente facile che a volte mi porta a scordarmi perché leggo e parlo di libri.
Come già detto (e ampiamente dimostrato) non sono una studiosa, un’accademica. Vivo seguendo il diktat di leggere se e solo se mi piace farlo. Voglio trarre piacere dalla lettura come atto disimpegnato, ma in grado di arricchire la mente. Voglio leggere senza lasciarmi condizionare da pregiudizi basati sull’autore, l’epoca, i riferimenti culturali e quelli letterari.
E allora basta giudicare “Tre nomi” sulla base di un’autrice alle prime armi, di un meccanismo narrativo fin troppo debitore di qualcosa che esisteva già e di recensioni un po’ troppo markettare. Che cosa penso io della trama di “Tre nomi”? Che cosa mi ha lasciato? Mi è PIACIUTO?
Per me “Tre nomi” non è stata una di quelle letture che bramavo di portare avanti, che fagocitavo. Non è stata nemmeno una lettura in cui mi sono immersa e persa. È stata anzi una lettura spesso faticosa, durante la quale mi sono di frequente annoiata e che, in sintesi, avrei preferito durasse meno. Tuttavia, la trovo una lettura rilevante per tanti tipi di persona diversi, di età diverse e di esperienze diverse. Universale quindi nel portare avanti temi fondamentali per la nostra società.
Perché “Tre nomi” ci mostra, pagina dopo pagina, le conseguenze di ogni più piccola azione, di ogni più banale scelta. È un compendio sugli esiti relazionali che può avere anche la più impercettibile crepa familiare.
“Tre nomi” parla di educazione, crescita, identità, attraverso i traumi, l’emancipazione dal passato e l’accettazione di sé: davanti a temi così immortali, trasversali e profondi, ha davvero senso fare caso alla struttura?
Perciò lasciatemi dire che se “Tre nomi” fosse una pizza sarebbe una diavola: di sicuro non geniale, e neppure originale, ma che di certo si fa notare.

