Generazione buio, "Euphoria 3" ovvero il nichilismo come linguaggio televisivo

A quattro anni di distanza dall'ultima stagione, la serie ha uno sguardo (ancora) più oscuro sulla Gen Z

Fabrizia Malgieri
|11 ore fa
Generazione buio, "Euphoria 3" ovvero il nichilismo come linguaggio televisivo
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Dopo quattro anni di ritardo accumulati tra scioperi sindacali, lutti e un’industria dell’intrattenimento radicalmente mutata, "Euphoria" è tornata su Sky Atlantic e HBO Max lo scorso 13 aprile. Otto nuovi episodi, un salto temporale di cinque anni, e una promessa dichiarata dal suo creatore Sam Levinson: raccontare fede, redenzione e male. Ma soprattutto il male - quello che non si risolve, quello che si eredita, quello che si sceglie. La terza stagione conferma che "Euphoria" non è mai stata, propriamente, una serie incentrata sull’adolescenza, ma piuttosto un prodotto seriale che intende riflettere sui lati oscuri di un’intera generazione - quella dei teen contemporanei.
Fin dal primo episodio pubblicato per la prima volta nel 2019, la serie di Levinson ha attuato un significativo rovesciamento rispetto alla tradizione del teen drama americano: dove "Beverly Hills 90210" o "Dawson’s Creek" usavano il disagio giovanile come elemento drammatico da risolvere entro i titoli di coda, "Euphoria" lo tratta come orizzonte permanente. Rue Bennett (interpretata dalla star del momento, Zendaya) non cade nell’abisso per poi risalirne: vive nell’abisso, lo abita, lo narra. La sua voce fuori campo non è quella di un personaggio che ha trovato redenzione e guarda indietro - è la voce di chi è ancora dentro, che descrive il fondo con la precisione clinica di chi lo conosce bene. C’è un’anima nichilista di fondo in "Euphoria" che, in particolare con il debutto della terza stagione, rappresenta oggi una delle sue caratteristiche fondative.
Ma badate bene, non si tratta di una sorta di nichilismo decorativo - quell’idea di oscurità che funge da estetica, come nei tanti epigoni che la serie ha generato. Il buio in "Euphoria" ha una funzione epistemica: è il mezzo attraverso cui la serie conosce e rappresenta la realtà della Gen Z, una generazione cresciuta nell’era post-11 settembre, iperconnessa, esposta al porno e ai social media prima di sviluppare gli strumenti per processarli, e formatasi durante crisi (economica, climatica, pandemica) che non hanno mai smesso di essere presenti. Levinson stesso ha definito la nuova stagione un "film noir sull’anima", incentrato sulla lotta di Rue per mantenere un’integrità morale "in un mondo dominato dal compromesso". Il noir è la scelta lessicale più onesta: un genere che non crede nella redenzione come esito garantito, che fotografa la corruzione dei sistemi e delle persone senza promettere salvezza.
Il salto temporale di cinque anni segna formalmente l’uscita dei protagonisti dal liceo di East Highland, ma non dalla logica di autodistruzione che li ha sempre definiti. Rue, costretta a saldare un debito da centomila dollari con la spacciatrice Laurie, diventa corriere della droga tra California e Messico, ingoiando sacchetti di Fentanyl per trasportarli internamente. Il corpo come strumento, la dipendenza come economia sommersa: Levinson porta alle estreme conseguenze narrative ciò che nelle prime stagioni era ancora contenuto in un perimetro adolescenziale. Il secondo episodio, "America My Dream", affronta la questione capitalismo come quella di un’ideologia dominante non solo da un punto di vista strettamente economico, ma anche emotivo, offrendo uno sguardo cinico e spietato su quell’America in cui il successo e il denaro hanno sostituito qualsiasi forma di valore autentico. Le scelte narrative su Cassie Howard (interpretata da un’altra attrice oramai cult e molto discussa, Sydney Sweeney) -  che avvia una carriera da content creator erotica nel tentativo di essere indipendente economicamente - hanno generato un dibattito acceso sulla rappresentazione femminile.
La narrazione stessa, attraverso la voce fuori campo di Rue, offre una diagnosi piuttosto cinica di questo arco narrativo, mentre il pubblico si interroga se l’escalation abbia un reale peso drammaturgico o sia esibizione fine a se stessa. La domanda è legittima e, in fondo, è la stessa che "Euphoria" pone su di sé da sempre: il dolore mostrato serve a illuminare qualcosa, o si esaurisce nella sua stessa visibilità? Sul piano produttivo, Levinson ha scelto Hans Zimmer come compositore - un vero e proprio "mostro sacro" delle colonne sonore hollywoodiane, come quelle di "Interstellar" - per guidare la serie "attraverso paesaggi in cui i personaggi si confrontano con il bene e il male", abbandonando le radici più pop che hanno caratterizzato, invece, le stagioni precedenti.
La fotografia in pellicola 65mm con tonalità calde e naturali sostituisce i neon ipersaturi delle prime stagioni: una scelta che incarna visivamente il passaggio dall’eccesso sensoriale dell’adolescenza a qualcosa di più greve, più reale. Ma dire che "Euphoria" abbia inventato la cosiddetta "dark teen TV" sarebbe ingiusto. L’opera di Sam Levinson affonda le sue radici in una tradizione che va dalla britannica "Skins" (Channel 4, 2007), con i suoi adolescenti di Bristol tra dipendenze e sesso non romanticizzato, al norvegese "Skam" (NRK, 2015-2017), che ha costruito un realismo quasi documentaristico su identità, violenza e salute mentale, fino a "13 Reasons Why" (Netflix, 2017), la cui rappresentazione esplicita del suicidio ha scatenato una controversia globale mai del tutto sopita. Ciò che "Euphoria" ha aggiunto a questa genealogia è la saturazione visiva come correlato estetico del trauma, e la consapevolezza metalinguistica: la serie sa di essere una serie, sa di essere guardata, e usa questa consapevolezza per interrogare il proprio pubblico.
La terza stagione sposta la narrazione verso concetti per certi versi al limite del rigore teologico e morale, esplorando la ricerca della fede come un disperato bisogno di credere in qualcosa di più grande dopo anni nell’oscurità del nichilismo, e il percorso di redenzione come domanda aperta: è davvero possibile riparare i danni inflitti agli altri e ricostruire partendo dalle macerie? Non è una svolta ottimistica, ma piuttosto è l’ammissione che il buio ha bisogno, per essere narrativamente sostenibile, di una tensione verso qualcosa che non sia solo autodistruzione. Il successo del genere dice qualcosa di preciso sul momento culturale. Le serie che trattano l’adolescenza come un luogo di dolore strutturale - non episodico, non risolvibile - rispondono a un bisogno di riconoscimento che le narrazioni consolatorie non riescono a soddisfare.
Per una generazione cresciuta in crisi permanente, la televisione che finge che tutto vada bene è percepita come disonesta. "Euphoria" ha compiuto la scelta più scomoda: quella di stare nel buio senza promettere una rassicurante via di uscita.