Enrico Trevisiol racconta una storia di ordinaria disillusione di un giovane adulto
Nel romanzo "Un eroe dei nostri tempi", che se fosse una pizza sarebbe una tonno e cipolle
Cecilia Pizzaghi
|5 ore fa

Non so voi, ma ho sempre considerato il primo settembre il mio personale, unico e autentico Capodanno.
Tempo di bilanci: l’estate è andata come sperata? Ho fatto fruttare il tempo libero a mia disposizione? Mi sono arricchito con nuove letture? Tempo di rimpianti: sarebbe potuta andare meglio, questa estate; avrei potuto riempirla con un maggior numero d’impegni; avrei potuto leggere di più/di meglio. Tempo anche di buoni propositi: da settembre si torna in riga; mi iscrivo in palestra e inserisco più legumi nella mia dieta; entro fine anno avrò completato la mia #toberead.
Eppure, quest’anno, vorrei emanciparmi (ed emanciparci) da questa legge del performativismo a tutti i costi, su cui sembra basarsi il nostro ciclo di vita. E quale modo migliore per farlo se non consigliandovi un libro che è tutto fuorché performativo?
“Un eroe dei nostri tempi” di Enrico Trevisiol parla di lavoro, di impegno e di ambizione, ma nel modo opposto a quello in cui siamo abituati a farlo.
Il nostro Pietro ha poco più di trent’anni e, almeno sulla carta, sta facendo tutto quello che dovrebbe fare un adulto e ragionevolmente funzionante. Ha un lavoro come copywriter alla Pera Agency, dove passa le giornate a inventare slogan, ad abbinare con cura parole che insieme suonino bene. Ha una fidanzata, Camilla, con cui sta cercando casa: visita appartamenti deprimenti, familiarizza con quei concetti che segnano definitivamente il passaggio all’età adulta, ovvero “budget spropositati” e “mutuo a trent’anni”.
Per tirare su qualche soldo in più, Pietro ha un secondo lavoro: di notte fa il parcheggiatore al California, un ballabile frequentato per lo più dagli anziani di provincia. E siccome il tempo libero è sopravvalutato, fa anche volontariato per una ONG che organizza spedizioni di salvataggio dei migranti nel Mediterraneo.
Insomma, Pietro le istruzioni le ha seguite: studia, trovati un lavoro, fai la gavetta, fidanzati, metti via qualcosa, compra casa, prendi una posizione, renditi utile.
La verità? Pietro non riesce a trovare un buon motivo per scrivere belle parole per convincere le persone a comprare cose di cui non hanno bisogno. Non è neppure sicuro di essere pronto a comprare casa, fare un mutuo, tirare su una famiglia. Il lavoro al California, quello sì che è un mestiere vero, a contatto con il Paese reale; peccato giri voce che il locale stia per chiudere. Anche i salvataggi nel Mediterraneo sono roba seria, roba vera, ma Pietro non riesce proprio a immaginarsi una soluzione al suo mal di mare.
E come esprime Trevisiol tutto il disagio, l’accidia e il nichilismo di Pietro? Facendo una scelta stilistica a mio parere geniale.
Vedete, al mondo ci sono libri scritti bene e libri scritti male, e poi ci sono libri come “Un eroe dei nostri tempi”: scritti male benissimo. La sintassi inciampa, le frasi si allungano dove dovrebbero fermarsi, alcune costruzioni sembrano sbagliate, le ripetizioni rimangono lì dove un editor normalmente prenderebbe la matita rossa e i pensieri arrivano sulla pagina con quella forma un po’ sgangherata che assumono quando si butta fuori tutto di getto.
Ed è qui, a mio avviso, la vera particolarità di questo romanzo di esordio. Perché una volta che ci si abitua a questo linguaggio insolito, Pietro comincia a parlarci, e ci accorgiamo di non stare leggendo un libro, bensì di essere seduti in un bar di provincia ad ascoltare lo sfogo di un amico. Se Trevisiol avesse scritto “bene”, probabilmente avrebbe realizzato un libro peggiore, meno incisivo. Perché quella lingua apparentemente trascurata è in realtà precisissima. Non cerca di riprodurre il parlato rendendolo più bello, più letterario, più intelligente. Cerca di riprodurre il parlato di quell’amico che al terzo bicchiere sta confessando di non sapere più se ama la fidanzata, di odiare il lavoro, se preferisce partire per l’India, comprare casa o mollare tutto. Si contraddice, torna indietro, aggiunge dettagli inutili, butta lì una cosa profonda e subito dopo ci piazza un’imprecazione.
C’è qualcosa di profondamente spontaneo in questo libro. La sensazione è che Pietro non sia stato costruito ad arte per rappresentare una generazione, ma che Trevisiol abbia semplicemente messo sulla pagina un personaggio, una voce, un certo modo di stare al mondo e, facendolo, abbia finito per fotografare perfettamente una generazione intera. Quella cresciuta con una promessa: “se fai tutto bene, andrà tutto bene”. Una promessa che non poteva essere più difficile da mantenere. Perché nel frattempo il lavoro è diventato precario o semplicemente insoddisfacente, comprare una casa richiede un mutuo che sembra la pianificazione economica di una piccola nazione, l’età adulta si è spostata sempre più avanti e persino quando finalmente raggiungiamo gli obiettivi che avrebbero dovuto renderci felici rimaniamo lì a guardarli pensando: e adesso?
È qui che secondo me “Un eroe dei nostri tempi” smette di essere semplicemente un romanzo divertente, scritto in una lingua peculiare, e diventa qualcosa di più interessante. Perché non prova a spiegare la crisi generazionale: la mette in scena.
Non ci dice che i trentenni sono precari, disillusi, paralizzati dall’eccesso di possibilità, schiacciati dal confronto e terrorizzati dall’idea di scegliere. Ci fa stare per 176 pagine nella testa di uno di loro.
E Pietro è davvero un eroe dei nostri tempi, perché è un eroe senza impresa; non deve uccidere il drago, salvare il mondo o attraversare l’oceano e il romanzo non cela nessuna morale o rivincita. È semplicemente la storia perfetta per sentirsi meno soli e meno sbagliati. Perché a faticare a trovare un senso in questa società, nel lavoro che facciamo, nelle decisioni che prendiamo, siamo in parecchi.
E se fosse una pizza sarebbe una tonno e cipolle: una pizza volutamente sgraziata, un po’ cafona addirittura, che può essere accompagnata solo da una Peroni da 66, ma dannatamente geniale e gustosa.
Tempo di bilanci: l’estate è andata come sperata? Ho fatto fruttare il tempo libero a mia disposizione? Mi sono arricchito con nuove letture? Tempo di rimpianti: sarebbe potuta andare meglio, questa estate; avrei potuto riempirla con un maggior numero d’impegni; avrei potuto leggere di più/di meglio. Tempo anche di buoni propositi: da settembre si torna in riga; mi iscrivo in palestra e inserisco più legumi nella mia dieta; entro fine anno avrò completato la mia #toberead.
Eppure, quest’anno, vorrei emanciparmi (ed emanciparci) da questa legge del performativismo a tutti i costi, su cui sembra basarsi il nostro ciclo di vita. E quale modo migliore per farlo se non consigliandovi un libro che è tutto fuorché performativo?
“Un eroe dei nostri tempi” di Enrico Trevisiol parla di lavoro, di impegno e di ambizione, ma nel modo opposto a quello in cui siamo abituati a farlo.
Il nostro Pietro ha poco più di trent’anni e, almeno sulla carta, sta facendo tutto quello che dovrebbe fare un adulto e ragionevolmente funzionante. Ha un lavoro come copywriter alla Pera Agency, dove passa le giornate a inventare slogan, ad abbinare con cura parole che insieme suonino bene. Ha una fidanzata, Camilla, con cui sta cercando casa: visita appartamenti deprimenti, familiarizza con quei concetti che segnano definitivamente il passaggio all’età adulta, ovvero “budget spropositati” e “mutuo a trent’anni”.
Per tirare su qualche soldo in più, Pietro ha un secondo lavoro: di notte fa il parcheggiatore al California, un ballabile frequentato per lo più dagli anziani di provincia. E siccome il tempo libero è sopravvalutato, fa anche volontariato per una ONG che organizza spedizioni di salvataggio dei migranti nel Mediterraneo.
Insomma, Pietro le istruzioni le ha seguite: studia, trovati un lavoro, fai la gavetta, fidanzati, metti via qualcosa, compra casa, prendi una posizione, renditi utile.
La verità? Pietro non riesce a trovare un buon motivo per scrivere belle parole per convincere le persone a comprare cose di cui non hanno bisogno. Non è neppure sicuro di essere pronto a comprare casa, fare un mutuo, tirare su una famiglia. Il lavoro al California, quello sì che è un mestiere vero, a contatto con il Paese reale; peccato giri voce che il locale stia per chiudere. Anche i salvataggi nel Mediterraneo sono roba seria, roba vera, ma Pietro non riesce proprio a immaginarsi una soluzione al suo mal di mare.
E come esprime Trevisiol tutto il disagio, l’accidia e il nichilismo di Pietro? Facendo una scelta stilistica a mio parere geniale.
Vedete, al mondo ci sono libri scritti bene e libri scritti male, e poi ci sono libri come “Un eroe dei nostri tempi”: scritti male benissimo. La sintassi inciampa, le frasi si allungano dove dovrebbero fermarsi, alcune costruzioni sembrano sbagliate, le ripetizioni rimangono lì dove un editor normalmente prenderebbe la matita rossa e i pensieri arrivano sulla pagina con quella forma un po’ sgangherata che assumono quando si butta fuori tutto di getto.
Ed è qui, a mio avviso, la vera particolarità di questo romanzo di esordio. Perché una volta che ci si abitua a questo linguaggio insolito, Pietro comincia a parlarci, e ci accorgiamo di non stare leggendo un libro, bensì di essere seduti in un bar di provincia ad ascoltare lo sfogo di un amico. Se Trevisiol avesse scritto “bene”, probabilmente avrebbe realizzato un libro peggiore, meno incisivo. Perché quella lingua apparentemente trascurata è in realtà precisissima. Non cerca di riprodurre il parlato rendendolo più bello, più letterario, più intelligente. Cerca di riprodurre il parlato di quell’amico che al terzo bicchiere sta confessando di non sapere più se ama la fidanzata, di odiare il lavoro, se preferisce partire per l’India, comprare casa o mollare tutto. Si contraddice, torna indietro, aggiunge dettagli inutili, butta lì una cosa profonda e subito dopo ci piazza un’imprecazione.
C’è qualcosa di profondamente spontaneo in questo libro. La sensazione è che Pietro non sia stato costruito ad arte per rappresentare una generazione, ma che Trevisiol abbia semplicemente messo sulla pagina un personaggio, una voce, un certo modo di stare al mondo e, facendolo, abbia finito per fotografare perfettamente una generazione intera. Quella cresciuta con una promessa: “se fai tutto bene, andrà tutto bene”. Una promessa che non poteva essere più difficile da mantenere. Perché nel frattempo il lavoro è diventato precario o semplicemente insoddisfacente, comprare una casa richiede un mutuo che sembra la pianificazione economica di una piccola nazione, l’età adulta si è spostata sempre più avanti e persino quando finalmente raggiungiamo gli obiettivi che avrebbero dovuto renderci felici rimaniamo lì a guardarli pensando: e adesso?
È qui che secondo me “Un eroe dei nostri tempi” smette di essere semplicemente un romanzo divertente, scritto in una lingua peculiare, e diventa qualcosa di più interessante. Perché non prova a spiegare la crisi generazionale: la mette in scena.
Non ci dice che i trentenni sono precari, disillusi, paralizzati dall’eccesso di possibilità, schiacciati dal confronto e terrorizzati dall’idea di scegliere. Ci fa stare per 176 pagine nella testa di uno di loro.
E Pietro è davvero un eroe dei nostri tempi, perché è un eroe senza impresa; non deve uccidere il drago, salvare il mondo o attraversare l’oceano e il romanzo non cela nessuna morale o rivincita. È semplicemente la storia perfetta per sentirsi meno soli e meno sbagliati. Perché a faticare a trovare un senso in questa società, nel lavoro che facciamo, nelle decisioni che prendiamo, siamo in parecchi.
E se fosse una pizza sarebbe una tonno e cipolle: una pizza volutamente sgraziata, un po’ cafona addirittura, che può essere accompagnata solo da una Peroni da 66, ma dannatamente geniale e gustosa.

