“Febbre a 90°” con Firth: senso di appartenenza, calcio inglese da ridere e gran tifo per l’Arsenal

La commedia sportiva del 1997 sa divertire e coinvolgere, mentre lo spettatore diventa parte integrante della sfida

Redazione Online
|19 ore fa
Paul (Firth) tra i tifosi dell’Arsenal
Paul (Firth) tra i tifosi dell’Arsenal
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Quanto è importante sentirsi parte di qualcosa? “Febbre a 90°”, divertente film del 1997 diretto da David Evans e tratto dall’omonimo romanzo di Nick Hornby, cerca di dare una risposta a questa domanda attraverso il calcio. Tutti, almeno una volta nella vita, abbiamo tifato per qualcuno o per qualcosa: una squadra, un tennista, oppure la nazionale italiana durante una competizione importante. In quei momenti nasce un forte senso di appartenenza che ci fa sentire parte integrante della sfida e, eventualmente, della vittoria. È proprio questa sensazione a spingerci a tifare: l’idea che, anche solo emotivamente, siamo coinvolti in ciò che accade in campo. Anche se non giochiamo, viviamo ogni azione, ogni errore e ogni successo. Il film dovrebbe raccontare una storia d’amore tra i due protagonisti, ma il vero legame romantico si rivela essere quello con la squadra di calcio inglese Arsenal F.C., una passione del personaggio principale che dura ormai da ventuno anni. In un certo senso è proprio la squadra il vero protagonista della pellicola, infatti, in molte delle scene compare il colore rosso, simbolo della divisa dell’Arsenal.
Paul, interpretato da Colin Firth, è un uomo carismatico e un po’ turbolento, con ricci ribelli e fossette adorabili, ma soprattutto con una passione sfrenata per l’Arsenal. Insegna letteratura inglese ed è molto amato sia dagli studenti sia dai genitori. La sua passione per la squadra nasce all’inizio dell’adolescenza, quando il padre divorziato lo porta allo stadio nel tentativo di avvicinarsi a lui. L’amore del padre per lo sport contagia il figlio, creando così un ponte tra i due grazie al pallone. Durante quella prima partita Paul sente tutto ciò che provano i tifosi intorno a lui: l’euforia di essere lì, le tipiche conversazioni da stadio, gli insulti gridati dagli spalti. In quel momento la passione inizia a crescergli nel cuore e Paul diventa parte di quel gruppo di “matti” che amano la stessa squadra.
«Non è facile diventare tifoso di calcio: ci vogliono anni. Ma dopo tutto quel tempo inizi a far parte di una grande famiglia, in cui tutti si preoccupano delle stesse persone e sperano le stesse cose. Cosa c’è di infantile in questo?»
I flashback che raccontano l’inizio di quell’amore quasi malato per lo sport mostrano il lato più devoto di Paul. Anche quando il padre, con il tempo, vorrebbe fare altro con lui, il ragazzo ormai desidera soltanto andare allo stadio e afferma: «Non supereremo mai questa fase». Infatti, vent’anni dopo, quella frase si rivela più vera che mai. Le note di “Baba O’Riley “(The Who) accompagnano i viaggi che il giovane Paul compie da solo per vedere giocare la sua squadra del cuore, l’Arsenal. Scene che si intrecciano con il presente, mostrando come l’entusiasmo e il pathos con cui tifa siano rimasti identici a quelli dell’infanzia «In quei momenti sei al centro del mondo, sei stato decisivo quanto i giocatori». Tuttavia, nel corso della pellicola, Paul inizia a rendersi conto che oltre quel prato verde esiste anche un altro mondo.
Sarah, interpretata da Ruth Gemmell (prima di diventare la contessa Violet Bridgerton) è un’insegnante di storia: una donna concreta, metodica e seria, affascinata però dal carattere scompigliato di Paul. Quando iniziano la loro relazione capisce subito che dovrà condividere l’uomo con il suo grande amore: il calcio. All’inizio non lo comprende e le loro divergenze emergono in diverse occasioni. Prova a dare una possibilità a quella passione e decide di andare allo stadio con Paul, ma viene travolta dall’esperienza della tifoseria: corpi sudati che spingono, urla e tensione. Alla fine della partita, non cede al fascino dello stadio. Quando i due si lasciano, Sarah scopre di essere incinta e Paul si trova improvvisamente di fronte alla prospettiva di diventare davvero adulto. La aspetta al parco per farsi perdonare, con una sigaretta, un mazzo di fiori, dei cioccolatini e un giornale tra le mani. Ma non è così semplice. Dopo una breve riconciliazione, i due si lasciano ancora una volta a causa dell’“amante” di Paul.
Sarah continua a non comprendere quella dedizione «È solo un gioco!». Paul però risponde: «Non è mai solo un gioco, altrimenti non me la prenderei così!».
La narrazione dell’opera è scandita cronologicamente dalle partite dell’Arsenal, che nel 1989 sta compiendo la sua scalata verso la vittoria del campionato. Quando la squadra perde una partita e pareggia quella successiva, mettendo a rischio l’obiettivo, Paul cade nello sconforto: ora sembra non avere più nulla, né Sarah né la gioia di un possibile trionfo. Tutto si deciderà il 26 maggio 1989, durante la partita Liverpool vs Arsenal. Paul e il suo migliore amico Steve, interpretato da Mark Strong, sono a casa a guardare la sfida in televisione, la tensione è alle stelle. Sarah è a una festa organizzata da una studentessa. Indossa un vestito rosso a pois, ovviamente, ma con la mente è altrove, rivolta alla partita. Non tanto per interesse verso i giocatori, quanto perché sa quanto la felicità di Paul dipenda da quel risultato.
Durante la partita Paul continua a minacciare di andarsene: è pessimista, melodrammatico, convinto che tutto sia già perduto. Tuttavia, non riesce davvero a lasciare la stanza e rimanda continuamente il momento dell’uscita. Quando l’Arsenal segna il primo gol nel secondo tempo, però, la speranza ricomincia a crescere. Intanto, Sarah, spinta dall’euforia di quella giornata, decide di raggiungerlo. Ma quando arriva viene cacciata malamente da Paul, troppo concentrato sulla partita per accorgersi che è lei. Il gol decisivo non viene mostrato direttamente. Il regista sceglie invece di concentrarsi sulla reazione: in un comico slow motion, Paul che corre su per le scale e si getta addosso all’amico gridando “gol!”, travolto da una felicità incontenibile. L’Arsenal ha vinto il campionato, dopo diciotto anni dall’ultima volta. Le persone escono in strada a festeggiare e anche Sarah, ferita dal rifiuto di Paul, viene contagiata dalla felicità dei suoi concittadini. I festeggiamenti continuano fino a sera e la ragazza finalmente lo vede tra la folla insieme ai suoi amici: «Non l’ho mai visto così felice». In mezzo a quella gioia collettiva i due, finalmente, si riconciliano. Paul racconta come da quel giorno il suo rapporto con l’Arsenal è cambiato: continua a tifare la sua squadra, certo, ma non fa più parte della stessa. Ora ha qualcosa di diverso a cui appartenere: una famiglia. “Febbre a 90°” racconta il bisogno umano di sentirsi parte di qualcosa. Per anni Paul ha trovato quel senso di appartenenza nello stadio, tra i cori, le sconfitte e le vittorie condivise con migliaia di sconosciuti. Ma l’incontro con Sarah gli fa capire che esistono altre forme di appartenenza e amore. Il calcio rimane una passione, intensa e irrazionale, ma non è più il centro della sua quotidianità. Il film mostra così come l’amore per una squadra, o per lo sport in generale, sia strettamente connesso al desiderio di appartenere a qualcosa che dia significato alla nostra vita.
Sara Benassi