Ecco come il Podfest di Parma è diventato un appuntamento fisso

Appassionati e curiosi del format audio sono attesi dal 19 al 21 giugno nel segno del podcast indipendente

Claudia Labati
|18 ore fa
Ecco come il Podfest di Parma è diventato un appuntamento fisso
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Il Podfest di Parma, un evento dedicato ai podcast indipendenti a cui ho avuto il piacere di partecipare l’anno scorso, si ripete quest’anno dal 19 al 21 Giugno. Quest’anno non mi sono lasciata sfuggire l’occasione di intervistare per voi in anteprima Chiara Arneodo e Francesco Mainini dell’Informagiovani di Parma che sono gli ideatori e fautori di questa bellissima iniziativa che dà voce ad un genere, il podcast indipendente appunto, a cui sono molto legata e che credo abbia bisogno di essere (ri)conosciuto più spesso.
Come nasce il PodFest, e perché proprio dall’Informagiovani?
Chiara: «L’idea è nata durante il periodo Covid, come tante cose legate ai podcast in Italia. Io e Francesco lavoriamo insieme all’Informagiovani del Comune di Parma (un servizio pubblico gestito in appalto da cooperative) e avevamo già il mandato di lavorare con le associazioni del territorio e di costruire una programmazione culturale, inclusi eventi serali. Poi è arrivato il lockdown e ha rimescolato tutto. Chiusi in casa come tutti, abbiamo iniziato ad ascoltare podcast, a seguire community online. Per noi è stato decisivo Book of Madness: le seguivamo sulle loro live su Twitch e loro sognavano di fare qualcosa di simile a quello che già si faceva negli Stati Uniti, dove i podcast si portano dal vivo davanti a un pubblico. Ci siamo detti: noi abbiamo uno spazio, abbiamo un mandato sull’autoimprenditorialità giovanile, proviamo.»
Francesco: «E poi durante le call di organizzazione del primo live (che abbiamo fatto a dicembre 2021 insieme proprio a loro) è venuta fuori l’idea più ambiziosa: non solo un evento, ma un festival vero, come quelli musicali, con più ospiti, più giorni, più pubblico. Abbiamo detto “facciamolo” quasi per gioco. La prima edizione è stata nel 2022.»
Cinque edizioni in pochi anni. Cosa ha tenuto in piedi il festival nel tempo?
C: «La rete, prima di tutto. Abbiamo costruito negli anni una collaborazione stabile con l’Università di Parma, con il CAPAS (che porta l’esperienza del mondo della radio e del suono accademico) e con le associazioni giovanili del territorio. Quest’anno la serata del venerdì è curata insieme all’Ottavo Colore, un’associazione LGBTQIA+ che fa parte anche del Consiglio Locale Giovani. Non è un caso: Parma l’anno prossimo sarà Capitale europea dei giovani, e alcune di queste realtà stanno già lavorando al progetto. Il festival si è inserito in un ecosistema che si stava già costruendo.»
F: Il riconoscimento europeo dice una cosa importante in generale: che aveva senso investire su questo territorio, che le città medie possono costruire cultura dal basso senza aspettare che arrivi da fuori. Parma lo sta facendo in molti ambiti. Il PodFest è uno di questi. Però quello che ci ha tenuti in piedi è anche qualcosa di più intangibile: l’idea che il PodFest possa diventare identitario per la città. Non un’iniziativa che nasce e muore, non una cosa che si ripropone sempre uguale a se stessa, ma un appuntamento riconoscibile, che la città aspetta, che lascia una traccia. In tutte e cinque le edizioni abbiamo cambiato qualcosa, formato, ospiti, tematiche, ma l’ossatura è rimasta. E questo, secondo me, è il vero risultato.»
La programmazione mescola gioco di ruolo, true crime, audio documentari, tematiche sociali e politiche. Come si costruisce un palinsesto così eterogeneo senza perdere coerenza?
C: «Il principio base è che non vogliamo essere un festival neutro. Ogni scelta ha una direzione. Il venerdì sera è dedicato alle tematiche LGBTQIA+ perché per noi, che lavoriamo nel sociale, portare certi argomenti in uno spazio pubblico e gratuito è un atto preciso, non una concessione. Ma poi cerchiamo sempre l’equilibrio: deve esserci anche leggerezza, spensieratezza, la possibilità di bersi una birra e stare bene. Anche un podcast sul gioco di ruolo (come Sotterranei e Dragoni) per noi è una cosa seria: il gioco, soprattutto per i giovani, è un tema che merita rispetto e attenzione.»
F: «E poi c’è la questione del come si racconta, che per noi è forse più importante del cosa. Il podcast ha una forza che altri media non hanno: rende intima anche la notizia più distante, ti porta dentro una storia in modo personale. I nostri true crime non sono mai morbosi, danno sempre voce alle persone che hanno vissuto esperienze difficili, non alle circostanze. La domenica, ad esempio, affronteremo storie di persone che in altri contesti sarebbero solo numeri. Qui no. C’è una differenza enorme tra leggere una notizia e incontrare una narrazione: la seconda ti obbliga a farti domande diverse.»
L’ingresso è gratuito e la location è all’aperto. Scelta estetica o filosofica?
F: «Entrambe le cose. Partiamo dall’idea di un safe place: uno spazio in cui chiunque possa entrare senza barriere, senza dover giustificare la propria presenza, senza dover spendere. Non è scontato, e non è solo una questione di soldi: è una dichiarazione su chi vogliamo che venga. Non solo appassionati di podcast, non solo giovani, non solo chi già sa cos’è un audio documentario.»
C: «La location poi amplifica tutto questo. Siamo in un centro giovani immerso nel verde, con gli spazi aperti, il bar, la possibilità di muoversi liberamente. Abbiamo sempre voluto che sembrasse un festival musicale: si arriva, si ascolta un po’, si chiacchiera, si torna. Non è una conferenza, non è una lezione. È un posto in cui stare bene, e magari per strada scopri un podcast che non conoscevi e ci torni la sera dopo.»
C’è anche uno spazio pitch, aperto a chi vuole presentare o sviluppare un’idea. Come funziona e a chi si rivolge davvero?
F: «È uno spazio completamente aperto, con autocandidatura libera. Chiunque abbia un’idea (anche solo abbozzata) può presentarsi e avere un confronto con professionisti che si occupano di produzione podcast. Non è riservato a chi ha già un progetto avanzato: si può venire con un foglio di carta e un’intuizione, oppure con una stagione già registrata che si vuole migliorare o ridiscutere. L’importante è il desiderio di confrontarsi.»
C: «Per noi è forse la parte più coerente con il nostro lavoro quotidiano. Come operatori giovanili, non ci interessa lavorare solo con chi ha già successo o con chi è già nel giro. Ci interessa attivare bisogni che magari sono sommersi, dare un palco a chi ha una passione ma non sa ancora bene dove portarla. Il festival alla quinta edizione ha una sua credibilità: usarla per aprire porte a chi è all’inizio è la cosa più sensata che possiamo fare con quello che abbiamo costruito.»
Le città medie come Parma (e come Piacenza) hanno davvero le energie per sostenere iniziative del genere nel tempo? O il rischio è di disperdersi in mille rivoli?
C: «Il rischio esiste, ed è reale anche a Parma, inutile nasconderlo. Ci sono tantissime realtà, tantissime iniziative, ma spesso ognuno guarda il proprio orticello: questa cosa l’ho fatta io, è mia, non mi interessa collaborare o condividere. È un riflesso comprensibile, ma alla lunga impoverisce tutti. Le energie ci sono, nei territori: il problema è farle dialogare, farle diventare sinergiche invece di disperse.»
F: «Noi abbiamo cercato di lavorare sempre in direzione opposta: aperti a più partner possibili, pronti a cambiare collaborazioni quando non funzionano, senza chiuderci. Non sempre ci riesce tutto, ma è la direzione. E quello che vediamo ogni anno, le persone che si incontrano, le connessioni che nascono durante il festival, ci dice che vale la pena continuare a provarci. La comunità c’è. Basta creare lo spazio perché si riconosca.»
Insomma, un festival che vale il viaggio. Se siete appassionati di podcast, curiosi del formato o semplicemente in cerca di un weekend diverso, Parma dal 19 al 21 giugno è il posto giusto. E chissà: magari da una chiacchierata tra cugini emiliani potrebbe nascere qualcosa di interessante.