Radici salde per un suolo soggetto a frane, per la tenuta degli argini e per gli alberi in città
Il terreno argilloso e le radici degli alberi per il contrasto al dissesto idrogeologico
Dea De Angelis
|22 ore fa

Un angolo dei calanchi della Valdarda tra arbusti spinosi e roverelle radicate (foto Dea De Angelis)
Le radici non si toccano! Dopo una settimana di piogge (e di neve in quota), gli alvei dei torrenti (Arda, Nure, Chiavenna, Tidone), ma anche dei loro affluenti (Ongina, Chero, Lisone, Luretta e Aveto) e dei fiumi (il o la Trebbia, come si dice resta un enigma) si riempiono. Ed è bene lasciare superficie libera (come in fotografia) affinché l’acqua abbia spazio (disabitato) in caso di piene inattese. Il terreno tipicamente argilloso del suolo piacentino dopo intensi fenomeni di precipitazioni (anche nevose) ‘trema’, soprattutto in collina. L’argilla è una roccia di origine sedimentaria incoerente, impermeabile. Trattiene l’acqua nei primi dieci venti centimetri del sottosuolo e se il deflusso dell’acqua piovana non è ben canalizzato, il rischio di fenomeni franosi è reale. Gli agricoltori di collina lo sanno bene. E infatti il perimetro dei campi coltivati è spesso disegnato da lunghi corridoi di siepi che nel loro insieme definiscono il paesaggio collinare piacentino come un eco-mosaico. Non solo. Piccoli canalini ricavati lungo la superficie coltivata raccolgono l’acqua che viene direzionata nei ruscelli, poi nei torrenti, quindi nel grande Fiume Po. Anche gli alberi in città, come racconta – ahinoi - la recente cronaca di Roma (tre pini dall’aspetto sano sono crollati in un mese nelle vie turistiche!), dopo giorni di piogge insistenti, destano preoccupazione.
E allora più che alla bellezza degli alberi dal punto di vista paesaggistico, guardiamo in questi giorni alle loro radici. Queste, oltre a spingersi in verticale (i cipressi) o in orizzontale (le querce) nel sottosuolo per catturare acqua e sali minerali utili alla pianta, sostengono l’albero che svetta verso l’alto alla ricerca della luce solare, tenuto in piedi anche da quello che in botanica viene chiamato accrescimento secondario: la dura corteccia. A volte la parte ipogea dell’albero è persino più estesa della parte epigea. Le radici degli alberi o degli arbusti in collina sostengono i versanti e contengono i fenomeni franosi. Le radici lungo gli argini dei corsi d’acqua favoriscono la tenuta degli stessi in caso di forti piene. Le radici, nei centri urbani, meglio non toccarle per non minare la stabilità dell’albero. L’albero nei suoi servizi ecosistemici (produzione di ossigeno, trasformazione di molecole dell’ambiente in molecole organiche da cui dipendono gli animali, mitigazione del microclima urbano, bellezza paesaggistica e contrasto al dissesto idrogeologico) va considerato dalla punta della chioma alla punta capillare delle sue radici.
E allora più che alla bellezza degli alberi dal punto di vista paesaggistico, guardiamo in questi giorni alle loro radici. Queste, oltre a spingersi in verticale (i cipressi) o in orizzontale (le querce) nel sottosuolo per catturare acqua e sali minerali utili alla pianta, sostengono l’albero che svetta verso l’alto alla ricerca della luce solare, tenuto in piedi anche da quello che in botanica viene chiamato accrescimento secondario: la dura corteccia. A volte la parte ipogea dell’albero è persino più estesa della parte epigea. Le radici degli alberi o degli arbusti in collina sostengono i versanti e contengono i fenomeni franosi. Le radici lungo gli argini dei corsi d’acqua favoriscono la tenuta degli stessi in caso di forti piene. Le radici, nei centri urbani, meglio non toccarle per non minare la stabilità dell’albero. L’albero nei suoi servizi ecosistemici (produzione di ossigeno, trasformazione di molecole dell’ambiente in molecole organiche da cui dipendono gli animali, mitigazione del microclima urbano, bellezza paesaggistica e contrasto al dissesto idrogeologico) va considerato dalla punta della chioma alla punta capillare delle sue radici.
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