Poesia della natura nei packaging creati da un artista

Intervista ad Angelo Sganzerla, fotografo appassionato che da decenni "veste" prodotti di noti marchi

Leonardo Chiavarini
|22 ore fa
Angelo Sganzerla nel suo studio - © Libertà/Leonardo Chiavarini
Angelo Sganzerla nel suo studio - © Libertà/Leonardo Chiavarini
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I colori dei fiori, le forme perfette delle foglie, la grazia del mondo animale. La natura è da sempre la musa degli artisti, che fin dall’alba dei tempi hanno guardato a lei per realizzare le loro opere. Oggi, nonostante le evoluzioni tecnologiche dei secoli XX e XXI, la natura continua a stupire lo sguardo dell’uomo e resta la sua principale fonte d’ispirazione. Di certo, la è per Angelo Sganzerla, grafico, fotografo e soprattutto art director di fama nazionale, che ha legato il suo nome al noto marchio “L’Erbolario”, per il quale, da decenni, cura l’aspetto grafico di ogni prodotto. Sganzerla è mantovano di nascita, milanese di adozione, pantesco (di Pantelleria) nel cuore. Ma nutre anche un affetto sincero per Piacenza. A legarlo alla nostra provincia, oltre ai luoghi del territorio, è il progetto de “La Valle dei Libri”, ideato dai giornalisti Lanfranco Vaccari e Giangiacomo Schiavi. Nella libreria “Forme” del borgo di Rivalta, è infatti possibile ammirare alcuni erbari, fascicoli e libri, oggetto di una sua donazione.
“Green Future” ha incontrato Angelo Sganzerla per la prima volta proprio all’ombra del Castello piacentino. E lo ha poi raggiunto a Milano, dove l’art director ha aperto le porte del suo studio, un luogo quasi fatato in grado di testimoniare tutto ciò che può nascere dallo sguardo di un’artista innamorato della natura.
Sganzerla, in ogni suo lavoro si nota un riferimento al mondo vegetale o animale. Che cosa la lega alla natura?
«È difficile da spiegare a parole. Mia moglie dice che mi cambia la faccia quando entro in un giardino o in un bosco. Ho un bisogno quasi disperato di stare a contatto con la natura. La osservo e l’ammiro da sempre, tanto che è alla base di ogni mio lavoro, ma da 14 anni a questa parte questa necessità di vicinanza è diventata più forte. Ho acquistato una macchina fotografica e, dopo aver fotografato i miei figli per una vita, ho iniziato a osservare la natura ancor più da vicino e a realizzare libri fotografici sulle serre, sui giardini, sugli orti botanici, sui semi…»
In che modo la natura ispira il suo lavoro?
«Trovo che la natura sia arte di per sé. In fondo, la bellezza è già tutta lì. L’artista deve solo osservarla e capire come tirarla fuori, come ritagliarle la cornice adatta»
È un imprinting che può risalire all’infanzia?
«In effetti, sono nato in campagna, a Moglia, nel mantovano. Sono vissuto in una terra rurale di campi e canali, a contatto con gli animali»
E la consapevolezza di avere un’attitudine artistica c’è sempre stata?
 «Alle elementari ero bravo a disegnare. E a 11 anni ottenni il mio primo impiego da un falegname. Lavoravamo alle ruote dei carri e, sì, ci voleva una certa manualità. Anche se il grande passo nella scoperta di un’attitudine artistica l’ho potuto fare a Milano»
Ecco, può raccontarci come dalla campagna è arrivato nella “città che sale”?
«Certo. Dunque, mi trasferii qui da ragazzo, alla fine degli anni ’50, con la mia famiglia. Eravamo in cerca di lavoro e condizioni economiche più favorevoli. Io trovai un impiego per caso. Divenni l’assistente di Enzo Mari» ù
Il grande designer, 5 volte compasso d’oro?
«Sì, proprio lui. È una storia interessante. Allora ero un adolescente e seguivo un corso serale di disegno al Castello Sforzesco. Lì conobbi Maria Mari, sorella di Enzo. Fu lei a dirmi che suo fratello era in cerca di un collaboratore. Io mi proposi subito. Così, andai a casa di Mari a fare una sorta di colloquio e lui decise di assumermi»
Com’era Mari e quanto ha imparato da lui?
«Era tosto, ma bravissimo, geniale. Sotto la sua guida lavorai su cose bellissime. Ad esempio, ricordo questi foulard pregiati, che erano decorati con le lettere dell’alfabeto di Luca Pacioli, un religioso e matematico italiano vissuto nel ‘500. Andare a bottega da Mari fu una bella scuola».
Poi, cosa accadde?
«Rimasi lì un paio d’anni. Poi, proseguii il mio percorso. Feci il servizio militare vicino a Trento e passai quell’anno a disegnare ritratti di famiglia per il mio capitano e stemmi araldici per la mensa degli ufficiali. Di nuovo a Milano, lavorai come grafico nello studio del grande architetto Silvio Coppola e, successivamente, per alcune agenzie pubblicitarie. Avevo 30 anni quando decisi di aprire uno studio qui a Milano. Ma, allora mi occupavo già da tempo di lavori importanti per il mondo dell’arte, realizzando libri, cataloghi, manifesti per artisti e gallerie. Basti pensare che ero poco più che ventenne quando curai per la galleria Schwartz la veste grafica del libro dedicato ai lavori dell’artista Alik Cavaliere. Diciamo che l’arte è un mondo che ho sempre sentito più vicino rispetto alla pubblicità»
E il sodalizio artistico con L’Erbolario come iniziò?
«Prima, ci fu quello con la Naj-Oleari. L’azienda italiana che acquisì una fama straordinaria tra gli anni ’70 e ’80, per i suoi tessuti fantasia. Conobbi la Angelo Naj-Oleari e da lì iniziò una collaborazione significativa, che mi portò a diventare art director. Per l’azienda, curai prodotti di ogni tipo. Molti si ricordano ancora una fantasia composta da tante piccole palme. Il rapporto con Naj-Oleari era all’insegna della fiducia e della libertà creativa, valori che ho ritrovato anche in Franco Bergamaschi e Daniela Villa de “L’Erbolario”. Quando li conobbi, “L’Erbolario” era ancora una bottega nel centro di Lodi. Con Franco, ci siamo trovati subito come due fratelli, per simpatia e affinità. Lui, Daniela e il resto della famiglia stavano iniziando a sognare il grande passo per l’azienda e hanno visto in me colui che poteva aiutarli nel dare una veste grafica nuova e accattivante alle loro linee. Mi hanno dato una fiducia totale»
Una cosa impensabile nel mondo della comunicazione di oggi…
«Sì, impensabile. Oggi, la creatività è crollata e spesso manca una visione. Franco e Daniela, invece, si fidarono ciecamente del mio lavoro. Condividemmo da subito una visione e, un passo dopo l’altro, siamo riusciti a costruire progetti sempre più importanti. Iniziammo con packaging dalle linee semplici, in bianco e nero, che però si distinguevano per originalità nel mondo dell’erboristeria e della cosmesi, andando subito bene. Poi, passammo a cose sempre più elaborate, fino ad arrivare al colore, mantenendo comunque una coerenza di fondo: il riferimento costante alla natura»
Come avveniva e come avviene ancora oggi il processo creativo?
«Mi hanno sempre fatto sentire in anteprima i profumi. Le idee partono da lì e dal nome della linea. Poi, la libertà creativa è davvero ampia. Mi lascio ispirare, sperimento, cerco di seguire un’idea che sia nuova e al contempo coerente con il marchio. E poi ho sempre potuto contare sul contributo di bravi fotografi e bravi illustratori, come Alfonso Goi, Olga Dugina e Andrej Dugin o, il compianto e bravissimo, Franco Testa».
C’è una linea o un progetto di cui è più orgoglioso?
«Ce ne sono tantissime e fatico a scegliere. Franco Bergamaschi mi ha sempre detto una frase: “Angelo, la gente va matta per le tue scatole, le colleziona!”. E, in effetti, trovo che siamo sempre riusciti a realizzare delle cose belle e ben fatte, che spesso vengono scelte come regalo».
E, oggi, quali progetti ha in serbo per il futuro?
«Continuo a lavorare e, a fianco del lavoro, ci sono i libri di fotografia che raccontano la natura. Ne sono già usciti diversi, ma sto continuando a progettare su temi nuovi, come le api ad esempio. Il mio bisogno di vicinanza al mondo naturale non smette di crescere. Racconto le sue meraviglie nei lavori, nelle foto, nei libri, ma soprattutto avverto l’urgenza di passare del tempo a contatto con tutto ciò che è natura: con i fiori, con le piante, con i semi, con gli animali. È lì che mi sento bene».