Università Cattolica di Piacenza, la scienza che nutre il pianeta: internazionalizzazione al primo posto
Studenti da tutto il mondo nell'ateneo piacentino, tra corsi in inglese e doppie lauree. Il professor Antonio Gallo: «La vera ricchezza nasce dall’incontro tra culture diverse»
A CURA DI ALTRIMEDIA
|1 giorno fa

Nelle aule della Facoltà di Scienze Agrarie, Alimentari e Ambientali dell’Università Cattolica di Piacenza non si studiano soltanto produzioni agricole, sostenibilità o sistemi alimentari. Si imparano anche lingue, culture e modi diversi di affrontare le stesse sfide globali. È un cambiamento silenzioso ma profondo che negli ultimi anni ha trasformato i campus di Piacenza e Cremona in un crocevia internazionale di esperienze, competenze e relazioni. «L’internazionalizzazione non è semplicemente la presenza di studenti stranieri nei nostri corsi – spiega il professor Antonio Gallo, ordinario di Nutrizione e Alimentazione Animale e referente per l’internazionalizzazione della Facoltà – il vero valore aggiunto nasce dall’incontro quotidiano tra studenti provenienti da Paesi diversi. In aula si confrontano esperienze, sensibilità culturali e approcci differenti ai problemi. È una crescita formativa, ma anche umana».

I corsi in inglese
Una vocazione che affonda le proprie radici nella storia della Facoltà. La scelta di investire su percorsi internazionali è ormai uno dei tratti distintivi dell’offerta formativa. Accanto alla laurea triennale in Food Production Management, erogata interamente in inglese, sono attivi cinque corsi magistrali internazionali ovvero Food Processing: Innovation and Tradition, Agricultural and Food Economics, Consumer Behaviour: Psychology Applied to Food, Health and Environment, Sustainable Viticulture and Enology e Food Safety. «Da anni abbiamo costruito un’offerta pensata per attrarre studenti da tutto il mondo e per offrire ai nostri ragazzi opportunità concrete di esperienza internazionale» sottolinea Gallo.
Nei campus studenti da tutto il mondo
I numeri raccontano una realtà in costante crescita. Oggi circa uno studente su quattro partecipa durante il proprio percorso universitario a un’esperienza di internazionalizzazione. La geografia delle provenienze è ampissima. «Dagli Stati Uniti alla Germania, dalla Gran Bretagna a Singapore, per citarne alcuni - osserva il docente - se dovessi indicare il Paese maggiormente rappresentato direi la Francia, ma la ricchezza sta proprio nella varietà delle provenienze e delle esperienze che ciascuno porta con sé».
Non solo Easmus
L’internazionalizzazione non si limita ai programmi Erasmus. La Facoltà offre accordi di scambio, doppie lauree, summer school, stage e tirocini all’estero, tesi in collaborazione con università e aziende straniere e viaggi studio che permettono agli studenti di confrontarsi con realtà produttive e istituzioni europee. Tra le iniziative più innovative figurano anche i programmi di Virtual Exchange e COIL, che consentono agli studenti di lavorare a distanza con colleghi di altri Paesi attraverso attività didattiche condivise e progetti internazionali senza necessità di spostarsi fisicamente.
Il dottorato e le Doppie lauree
L’attenzione alla dimensione globale prosegue anche dopo la laurea. Ne è un esempio il master internazionale di secondo livello Michele Ferrero dedicato al settore agroalimentare, così come il dottorato AgriSystem, che coinvolge oltre cento studenti provenienti dalle Facoltà di Agraria, Economia e Giurisprudenza. Tra i Double Degree spicca il percorso internazionale di doppia laurea in Agricultural and Food Economics (AFEPA). «Con il professor Sckokai è stato avviato l’accreditamento europeo del programma secondo l’European Approach – spiega Gallo –. È una novità resa possibile dall’Anvur dal 2025-2026 e, per quanto mi risulta, il primo progetto di questo tipo nel nostro Ateneo». Un’iniziativa che guarda a un settore agroalimentare sempre più globale e interconnesso.
Un investimento per il futuro
Il professore rivolge un invito agli studenti che si apprestano a scegliere il proprio percorso universitario. «Oggi le esperienze internazionali sono occasioni preziose di crescita personale e professionale. Le aziende apprezzano chi sa mettersi in gioco e confrontarsi con realtà diverse: è un investimento che ripaga sempre». Perché l’internazionalizzazione non significa solo attraversare un confine geografico. Significa imparare a guardare il proprio futuro con occhi più aperti e una prospettiva più ampia. E nelle aule di Agraria, questo viaggio è già iniziato.
«In università parlo più inglese che italiano»: la scelta di Alessandro

Scegliere un corso universitario significa spesso individuare una direzione per il proprio futuro. Per Alessandro Ferrari, studente piacentino del secondo anno del corso Food Production Management, il percorso è nato proprio dall’incontro con l’Università Cattolica durante gli anni del liceo. «Frequentavo il liceo scientifico al Gioia e, nell’ultimo anno, ho avuto l’opportunità di svolgere uno stage in Cattolica. Per circa due settimane ho lavorato in diversi dipartimenti e ho potuto conoscere da vicino i laboratori e le attività sul campo. Mi ha fatto capire quanto mi interessassero le scienze della vita».
Da quella prima esperienza è maturata la decisione di iscriversi alla Facoltà di Scienze agrarie, alimentari e ambientali. La scelta del corso erogato interamente in inglese è arrivata subito dopo. «Studiare in inglese rappresenta certamente una sfida, ma arrivavo dal liceo con una buona preparazione linguistica e avevo già seguito alcune attività scientifiche in lingua. Per questo l’ho considerata soprattutto un’occasione di crescita. Oggi il settore agroalimentare è sempre più internazionale e conoscere bene l’inglese significa non precludersi alcuna possibilità professionale».
E dopo due anni di studi? «Ormai utilizzo l’inglese ogni giorno. Le lezioni sono in inglese, ma anche gran parte delle conversazioni con i compagni avvengono in questa lingua. In università mi capita spesso di parlare più inglese che italiano».
Pur non avendo ancora svolto un periodo di studio all’estero, Alessandro racconta come il carattere internazionale del corso permetta di vivere un’esperienza simile già a Piacenza. «In un certo senso è come fare un Erasmus senza muoversi dall’Italia. Siamo pochi studenti italiani e la classe è davvero internazionale, con compagni da America, Norvegia, Cuba, Russia, per esempio. Questo ti permette di costruire relazioni che superano i confini nazionali».
Alessandro grazie al supporto dei docenti, in particolare del professor Tombesi, svolgerà uno stage in Georgia. «Un’opportunità straordinaria per mettere in pratica quanto appreso sulla sostenibilità nella coltura del nocciolo e vivere un’esperienza professionale all’estero». Tra i punti di forza del corso, Alessandro evidenzia anche il rapporto diretto con i docenti: «Le classi favoriscono il confronto e un dialogo costante, utile sia per lo studio sia per la crescita professionale».
Marianne, il vino come linguaggio universale e questione di famiglia

Dal Canada a Piacenza seguendo una passione nata quasi per caso tra le pareti di casa. È la storia di Marianne, studentessa canadese della laurea magistrale in Sustainable Viticulture and Enology dell’Università Cattolica, arrivata in Italia per approfondire un mondo che l’ha accompagnata fin dall’infanzia.
Nata nei dintorni di Montréal, in Québec, Marianne Bartczak sta per compiere 29 anni. È la più giovane di quattro sorelle e possiede una doppia cittadinanza: canadese e italiana. «Mia madre è italiana e mio padre ha origini tedesche. In famiglia abbiamo sempre prodotto vino per consumo personale. Fin da bambina sono cresciuta respirando quell’atmosfera, anche se allora non immaginavo che potesse diventare una professione».
Dopo gli studi superiori in Québec, Marianne ha frequentato la McGill University di Montréal, dove ha studiato biologia, anatomia e scienze cellulari, maturando esperienza nella ricerca scientifica. «Ho capito che amavo la ricerca, ma desideravo anche un lavoro più dinamico e a contatto con il mondo reale». La svolta è arrivata durante un viaggio in Europa, quando un bicchiere di vino locale degustato a Olomouc, nella Repubblica Ceca, le ha fatto riscoprire le proprie radici familiari. «Mi sono chiesta se il vino potesse diventare il mio futuro. Da quel momento ho iniziato ad approfondire seriamente questo settore».
Dopo il periodo della pandemia e un’esperienza in Corea del Sud, dove ha vissuto per un anno, è arrivata la scoperta del corso della Cattolica di Piacenza grazie al consiglio di un amico italiano. «Stavo valutando diversi programmi internazionali, anche in Nuova Zelanda, ma poi ho scoperto il corso di Viticoltura ed Enologia della Cattolica. Mi ha colpito subito perché era completamente in inglese, in un Paese che rappresenta una delle capitali mondiali del vino. Era esattamente ciò che stavo cercando».
Oggi Marianne frequenta il corso magistrale a Piacenza: «L’Italia mi sta offrendo un’esperienza che sarebbe stata impossibile vivere in Canada». Dopo la laurea ha deciso di proseguire gli studi per approfondire ulteriormente il settore. «Mi ha colpito soprattutto il forte legame tra didattica e ricerca e la dimensione internazionale del percorso formativo». «Anche se il vino non viene prodotto ovunque, è una cultura che appartiene a tutto il mondo, un “linguaggio universale”. In qualche modo riesce a mettere in contatto persone provenienti da Paesi, storie e tradizioni completamente diverse. È uno degli aspetti più belli di questo percorso. Lo scorso anno ho partecipato a un viaggio di studio tra Francia e Spagna, visitando l’Università di Montpellier e diverse realtà produttive. Un’esperienza formativa che difficilmente avrei potuto vivere in Canada».
Secondo Marianne, uno dei punti di forza del corso è l’ampiezza dei temi affrontati. «Il programma copre tutto ciò che riguarda la filiera vitivinicola: dalla gestione del vigneto alle tecnologie più innovative, fino agli aspetti economici e commerciali. Si parla anche di robotica applicata all’agricoltura e di come sviluppare e valorizzare un prodotto sul mercato».
Un’emozione particolare l’ha vissuta durante il ritorno a casa, a Montréal, nel periodo natalizio. «Quando sono entrata in una filiale della SAQ, l’ente che gestisce la vendita di vino in Québec, ho trovato sugli scaffali bottiglie de La Stoppa. È stato sorprendente vedere un vino di un territorio che avevo imparato a conoscere così bene arrivare fino in Canada. In quel momento ho percepito concretamente il legame tra l’esperienza vissuta a Piacenza e la mia realtà di origine».
Il futuro di Marianne guarda già oltre Piacenza. Dal prossimo anno parteciperà a un programma di doppia laurea internazionale che la porterà ad Angers, in Francia. «Al termine degli studi otterremo un doppio diploma, italiano e francese: un’opportunità straordinaria per ampliare competenze e prospettive internazionali». Ma intanto un occhio di riguardo per la città che l’ha accolta: «Mi piace molto vivere qui. La considero una città comoda e a misura di studente. Tutto ciò di cui si ha bisogno è facilmente raggiungibile e l’università è ben collegata al centro di Piacenza. Si può prendere l’autobus, andare in bicicletta oppure muoversi tranquillamente a piedi. Piacenza accoglie molto bene gli studenti, anche se credo ci sia ancora spazio per migliorare l’integrazione degli stranieri. All’inizio, senza conoscere l’italiano, non è stato semplice inserirsi. Oggi però apprezzo molto la qualità della vita, gli eventi all’aperto e la vicinanza con la campagna e il territorio circostante. Mi ha colpita anche il potenziamento degli spazi dedicati alla cultura e allo studio. Ho apprezzato molto l’apertura della nuova biblioteca in viale Dante». Tra le scoperte più significative c’è la tradizione vitivinicola piacentina. «Prima di arrivare qui conoscevo poco la tradizione vitivinicola locale. Ho scoperto una realtà ricca di storia e identità, con vini che meritano di essere valorizzati e che stanno ottenendo sempre maggiore visibilità anche all’estero».

