Quarant'anni fa l'Heysel: "Scavai tra i corpi e salvai mio padre"
Il piacentino Fausto Orsi salvò il padre Santino. Riconobbe una gamba dai suoi jeans a righe. Era viola in volto, accanto a un bimbo che finì tra le 39 vittime
Paolo Borella
|93 giorni fa

Fausto Orsi con il padre Santino nel 1985- © Libertà/Paolo Borella
Quarant’anni dopo quel maledetto 29 maggio del 1985, «alcuni ricordi si sono affievoliti con il tempo» per Fausto Orsi, ma quella serata dello stadio Heysel di Bruxelles resta impossibile da dimenticare. L’elettricista piacentino, oggi 71enne in pensione, ha fatto tutto il possibile per mettere da parte i pensieri relativi a quella che doveva essere una festa dello sport, la finale di Coppa dei Campioni fra la “sua” Juventus e il Liverpool, invece trasformata in una tragedia con 39 morti e oltre 600 feriti.
Nella voce di Wikipedia si legge di «strage» dell’Heysel, il Guerin Sportivo uscito qualche giorno dopo quella (non) partita, titolò semplicemente «olocausto», per il «teppismo britannico che ha bruciato decine di vite sull’altare dello sport». Su quella copertina, l’immagine poi diventata simbolo del disastro: il volto disperato e incredulo di Fausto, mentre sorreggeva il capo di papà Santino, incosciente dopo gli attacchi dei tifosi inglesi e la calca senza vie di uscita per le famiglie, soprattutto italiane. In quello spicchio di stadio non c’erano ultras.

A cosa pensava in quel momento Fausto? «La situazione d’emergenza assoluta mi ha portato ad agire – racconta con lucidità – fra la gente disperata che provava ad uscire, ho “scavato” tra le persone fino a riconoscere una gamba di mio padre dai suoi jeans a righe. Era viola in volto, aveva la bava alla bocca, a fianco di un bambino che poi scoprii essere fra le vittime. Provai a fargli la respirazione bocca a bocca e vidi che iniziava a tossire, un piccolo segnale positivo».
Santino ha poi vissuto una lunga vita, fino a spegnersi qualche anno fa, a più di 90 anni: «Senza ricordare più nulla di quella trasferta…il suo cervello scelse di dimenticare», spiega Fausto, per cui «il calcio da tifoso si è chiuso quel giorno del 1985: mi sono dedicato al ruolo di allenatore e dirigente fra i dilettanti. Resto sempre juventino e sono anche andato un paio di volte allo Stadium, ma solo per far contenti figli e nipoti».