A quarant'anni dal Live Aid di Londra

I ricordi e le emozioni di chi era là

Eleonora Bagarotti
Eleonora Bagarotti
|48 giorni fa
Una panoramica della folla sotto il palco dello Stadio di Wembley il 13 luglio del 1985
Una panoramica della folla sotto il palco dello Stadio di Wembley il 13 luglio del 1985
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Era il 13 luglio 1985. A Wembley eravamo più di 70mila persone e si poteva sentire il battito del cuore di tutti quanti. Caldo infernale, odore di fumo. Finalmente, a mezzogiorno in punto, un gruppo di fiati attaccò “God Save The Queen”, in onore di Carlo e Diana, seduti tra i vip. Poco dopo gli Status Quo aprirono con “Rocking All Over The World”, rompendo il ghiaccio con la stessa immagine rock molto “standard” che li caratterizzava. Seguirono gli Style Council, con improvvisa grazia e stile.
Quando arrivò il momento dei Boomtown Rats, il fatto stesso che il fautore di tutto, Bob Geldof, comparisse in palcoscenico fece sì che il boato si quadruplicasse. Geldof era visibilmente in adrenalina. Lui stesso dichiarò che, da Band Aid in poi, il suo lavoro fu talmente incessante che si rese conto di non aver mai veramente dormito un numero di ore sufficienti negli ultimi mesi fino a quel pomeriggio. Quella era anche l’occasione per i Boomtown Rats, che al momento non erano al top, di riscattarsi. E così fu.
Quando Geldof cantò, con un’enfasi tutta particolare, la strofa «And the lesson today is how to die» (E oggi la lezione è come morire) accadde come una sospensione del tempo:tutto lo stadio era in silenzio mentre, anche in mondovisione, le tv trasmettevano scene di bambini morenti in villaggi africani. Non eravamo lì solo per il rock, eravamo lì per la causa in cui credevamo.
Il concerto proseguì con Adam Ant e con un video degli INXS, che in quel momento si trovavano a Melbourne. Lo stesso accadde per altri musicisti che si trovavano in giro per il mondo: Loudness, Opus, B.B.King, Yu Rock Mission, Autograph, Udo Linderberg e David Bowie che, insieme a Mick Jagger, presentò il video “Dancing in the Street”.
Una delle migliori performance di Live Aid la fecero i Queen e il dato è oggettivo. A un certo punto, essendo sulle spalle di un amico, scivolai su alcune teste e mi ritrovai davanti a John Entwistle. Ero lì per gli Who, anzi per Pete Townshend (che era sull’altro lato, ma meglio di niente). Pete scrisse per l’occasione “After the Fire”, che il gruppo suonò, senza infamia né lode (si erano sciolti nel 1982), insieme ad alcune hit tra cui “My Generation”. Purtroppo per loro, via satellite saltò tutto quanto e mentre finirono di suonare i tecnici correvano all’impazzata sul palcoscenico, sotto i loro nasi. Il guasto si risolse dopo pochi minuti.
Dietro al palco, l’Hard Rock Cafè aveva allestito un bar ristorante dove molti artisti sostavano. Io avevo 16 anni e riuscivo a imbucarmi dappertutto - tralascio i dettagli perché, ancora oggi, mia madre potrebbe uscirne turbata...
Un numero imprecisato di Tir e macchine si trovavano in coda mentre parecchi vigili a piedi e a cavallo cercavano di rendere il più possibile agevole l’entrata e l’uscita di alcune automobili su un’unica corsia rimasta libera. C’era una stanza dall’accesso proibito dalla quale Geldof entrava e usciva continuamente perché, al suo interno, si trovava una cabina regia con 40 differenti schermi.
Vidi il mio adorato Townshend uscire velocemente da lontano e rientrare solo più tardi per il finale insieme a Paul McCartney e a tutti gli altri. Entwistle beveva birra e mangiava spuntini preparati artigianalmente dalla compagna. Accanto a lui c’erano David Bowie ed Elton John. Passò Elvis Costello, un altro che nel corso degli anni avrei avvicinato più volte. Il suo omaggio ai Beatles (“All You Need is Love”) fu toccante: un modo per dire a tutti che anche lo spirito di Lennon era lì quel giorno. Sting cantò “Every Breath You Take” insieme a Phil Collins, prima che quest’ultimo saltasse su un Concorde e raggiungesse anche il palco di Philadelphia per cantare anche là. Gli U2 furono annunciati da Jack Nicholson, che si trovava negli Usa sul palco del JFK, ma uscirono dai tendoni di Wembley ed eseguirono una toccante versione di “Sunday Bloody Sunday” seguita da “Satellite of Love”.
Il finale del concerto americano fu affidato a Bob Dylan, che si esibì con Ron Wood e a Keith Richards dei Rolling Stones eseguendo tre dei suoi classici, tra cui “Blowin’ in the Wind”, parecchio fuori tempo. Da quel palco, tuttavia, Dylan diede il via al concerto Farm Aid, che si tenne successivamente e servì a raccogliere fondi per i coltivatori americani.
A Wembley, l’ultima voce fu quella di Paul McCartney, seduto al pianoforte per un’interpretazione di “Let It Be” senza che il microfono funzionasse. Eppure, quello fu l’anticipo del momento più toccante. Di lì a poco, tutti i musicisti sarebbero saliti in palco per intonare “Feed The World – Do They Know It’s Christmas?” e ognuno di noi la cantò insieme a loro.
Gli amici sanno che, ormai, io avevo perso le scarpe. Vagai nella notte a Londra scalza, con la testa che ancora rimbombava, e sola (nella folla avevo perso la mia amica Jenny), ma ero felice. Arrivai a piedi nella mia stanzetta spartana del college a Tufnell Park, mi gettai subito sotto la doccia e poi a letto con i capelli ancora bagnati.
Avevo l’impressione di aver vissuto qualcosa di magico. Oggi, a quarant’anni di distanza, lo so.
Il finale del Live Aid allo Stadio di Wembley a Londra
Il finale del Live Aid allo Stadio di Wembley a Londra
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