«Tutte le piene del Po: noi sempre a inseguire. E non è ancora finita»

Ettore Fanfani ha studiato le esondazioni a Piacenza, dal 1801 a oggi. «Così l’uomo alzando gli argini ha addomesticato il fiume. Ma...»

Elisabetta Paraboschi
|54 giorni fa
Una cascina distrutta dalla piena del Po del 1926
Una cascina distrutta dalla piena del Po del 1926
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«Noi uomini abbiamo sempre inseguito le piene». Può sembrare un controsenso parlare di piene nel cuore dell’estate più rovente che la nostra terra ricordi. Ma, come dice il nostro interlocutore, le cose che vengono dal cielo sono imperscrutabili: è meglio prepararsi in anticipo a ogni tipo di emergenza, magari studiando il passato.
Ettore Fanfani, piacentino, è il commissario di Est Sesia, il maggiore consorzio di bonifica e irrigazione in Italia che conta oltre 25 mia consorziati. È uno che per lavoro, ma anche per passione le piene le ha studiate a fondo, quelle del Po le enumera una per una, partendo dal 1801 – «che fece uno sfacelo nella zona di Calendasco, ma questo salvò i territori più a valle» spiega – per arrivare a quella dello scorso marzo.
«Il problema serio delle piene del Po è che dividevano l’Emilia dalla Lombardia – spiega Fanfani – il primo ponte ferroviario stabile in legno risale al 1861, prima gli attraversamenti erano ponti di barche che, quando una piena arrivava, venivano chiusi e portati via. In passato poi non esistevano sistemi di allerta, erano gli animali ad avvertire gli uomini dell’arrivo dell’acqua».
Anche gli argini non erano così come li vediamo: « Le arginature erano private e piccole – spiega ancora Fanfani – dallo zero idrometrico di Piacenza erano alte otto metri nel 1917, oggi sono undici. Per questo dico che gli uomini hanno sempre inseguito le piene: quando l’acqua arrivava a un determinato livello, l’argine veniva alzato. In questo modo sono diminuite le morti causate dalle alluvioni perché viene garantito più tempo per sfollare le aree. Si incomincia a lavorare agli innalzamenti a partire dalla piena del 1917 che ha buttato giù i bastioni di presidio del Po, anche se i grandi lavori vengono fatti dopo il 1927 e in maniera strutturata dal 1938 e poi ancora dopo la piena del 1951. Dal 2000, l’anno in cui la piena arriva al livello record di 10,50 metri, assistiamo a una riforma strutturale e previsionale ».
Una stampa con uno studio delle differenze altimetriche di Piacenza
Una stampa con uno studio delle differenze altimetriche di Piacenza
Fanfani passa in rassegna le piene piacentine, una dopo l’altra: di quella del 1801 si è già detto, ma il Po si alza ancora nel 1810, nel 1823, nel 1839, nel 1846 e nel 1857. « In questo caso il fiume Trebbia rompe le arginature e investe tutta la parte bassa a ovest della città e poi gonfia anche il Po portando a un allagamento della parte più a est, nella zona della stazione – spiega l’ingegnere piacentino – abbiamo altre piene nel 1872 in cui però si registrano maggiori danni nel Lodigiano e poi nel 1907, nel 1914 e nel 1917: in questi casi il fiume sale quasi a nove metri e provoca delle vittime, così come quella del 19271928 che causa disastri. Nel 1951 il Po raggiunge i 10,25 metri senza morti e feriti, nel 1994 arriviamo a 9,80 metri mentre nel 2000 si registra il livello più alto; quella del 2019 arriva a 8,20 metri». Lo scorso marzo a Piacenza il Po si è attestato sui 5 metri e mezzo.
«Oggi i cambiamenti climatici influiscono maggiormente sui corsi d’acqua minori, ma delle piene dobbiamo sempre avere paura perché il rischio zero non esiste – conclude Fanfani – l’unica cosa che possiamo fare è essere pronti a tutto e continuare a studiare. Poi il Po può sempre smentirmi: quando sua maestà il fiume decide di uscire, e la causa viene dal cielo, c’è poco da fare se non essere pronti a difendersi».
Un fontanazzo in un argine nel 1951
Un fontanazzo in un argine nel 1951
Ettore Fanfani
Ettore Fanfani