Quando Halloween parlava piacentino e i bimbi facevano da ponte con l'aldilà
L’antropologo Sebastiano Mannia ha studiato le antiche questue invernali in Europa. Sotto la lente anche le tradizioni delle nostre valli

Giacomo Nicelli
|4 mesi fa

Come ogni anno, stanotte maschere, zucche e dolci invaderanno le strade. E puntualmente si leveranno le voci di chi liquida Halloween come un’americanata. Eppure, dietro questa festa all’apparenza moderna e “d’importazione”, si nasconde una storia antichissima, profondamente europea. E anche piacentina. A dimostrarlo è uno studio di Sebastiano Mannia, docente di Antropologia culturale all’Università di Palermo, che collega l’attuale “dolcetto scherzetto” alle antichissime “questue vicariali”, riti di passaggio e di contatto tra vivi e morti diffusi da millenni in tutto il continente.
Proprio i bambini – ma in alcuni contesti anche i poveri, i becchini e i sagrestani – erano i protagonisti di queste raccolte, che non compivano per sé, ma “in nome dei defunti”. In molte culture tradizionali, erano considerati infatti “figure vicariali” e simboliche rappresentazioni dei trapassati. La loro condizione sospesa – non più creature della madre, non ancora adulti – li rendeva, “mediatori mitici” tra vivi e morti, incaricati di ristabilire, attraverso lo scambio di cibo, l’armonia tra la sfera umana e quella ultraterrena.
Un posto di rilievo nel lavoro dell'antropologo spetta al Piacentino. Mannia valorizza infatti le ricerche di Carmen Artocchini – instancabile studiosa del folklore locale – e di Enrico Mandelli, insegnante e ricercatore del territorio bobbiese. Già negli anni Sessanta i due studiosi scomparsi avevano documentato le questue invernali tra la Valtidone, Valtrebbia, Valnure e Bassa, con bambini e ragazzi che nel giorno di Ognissanti o della Candelora andavano di casa in casa. Le massaie offrivano castagne, ceci, fagioli, polenta, ciccioli o aringhe salate (“saracche”), talvolta uova o caramelle.
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