Il regista Stefano Sollima sulla serie "Il Mostro": «Un racconto rigoroso e rispettoso delle vittime»
Basata sulle vicende del Mostro di Firenze, dal 22 ottobre in onda su Netflix

Eleonora Bagarotti
|4 giorni fa

Una scena tratta dalla serie "Il Mostro" di Stefano Sollima
«L’orrore, per essere davvero raccontato, va attraversato, non aggirato. Non per risolvere, non per capire, ma solo per ricordare». Sono le parole del regista Stefano Sollima, che ha diretto la serie "Il Mostro", basata sui fatti del Mostro di Firenze e che abbiamo, in parte, visto in anteprima. Andrà in onda, in quattro puntate, dal 22 ottobre su Netflix. Sono numerosi gli aspetti che ci hanno colpito favorevolmente, oltre alla nota bravura di Sollima, che ha anche sceneggiato la serie insieme a Leonardo Fasoli, autore di "Gomorra" e "ZeroZeroZero", con una incisiva ricostruzione dei fatti in base agli atti dei processi e alle testimonianze.
Nessun volo pindarico, nessuna ostentazione e neppure una verità assoluta. Ciò che si vede è ciò che è accaduto e ciascuno può riflettere (e non è poi così difficile, se si conoscono gli atti dei processi...). Il cast è azzeccato, efficace è il tratteggio psicologico dei personaggi e realistica la fotografia dei luoghi e dell’epoca. Nessuna ostentazione su dettagli macabri poiché le note vicende, inevitabilmente, già lo sono. Nel presentare la serie, il regista ha ribadito «la volontà di offrire un racconto rigoroso e rispettoso delle vittime».
Ecco cosa colpisce, forse per la prima volta dopo tanti "filmacci" e servizi poco documentati: il grande rispetto per le vittime, non solo femminili, ma con un’ottica attuale che rimanda al femminicidio facendo un ampio passo indietro, anche culturale e di costume. Ma, purtroppo, molto attuale.
Nessun volo pindarico, nessuna ostentazione e neppure una verità assoluta. Ciò che si vede è ciò che è accaduto e ciascuno può riflettere (e non è poi così difficile, se si conoscono gli atti dei processi...). Il cast è azzeccato, efficace è il tratteggio psicologico dei personaggi e realistica la fotografia dei luoghi e dell’epoca. Nessuna ostentazione su dettagli macabri poiché le note vicende, inevitabilmente, già lo sono. Nel presentare la serie, il regista ha ribadito «la volontà di offrire un racconto rigoroso e rispettoso delle vittime».
Ecco cosa colpisce, forse per la prima volta dopo tanti "filmacci" e servizi poco documentati: il grande rispetto per le vittime, non solo femminili, ma con un’ottica attuale che rimanda al femminicidio facendo un ampio passo indietro, anche culturale e di costume. Ma, purtroppo, molto attuale.

Il partner maschile, per "il Mostro" (o, secondo tanti, "i Mostri") era infatti l’elemento di disturbo che andava fatto fuori subito poiché il vero obiettivo erano le mutilazioni effettuate sulle parti intime femminili. Parti anatomiche che non vennero mai ritrovate - a parte un lembo di seno inviato a Silvia Della Monica della Procura di Firenze, che poi, turbata, abbandonerà il caso.
Le mutilazioni iniziano nel 1981, con l’omicidio di Carmela De Nuccio e Giovanni Foggi, due fidanzati massacrati a Scandicci, dove si erano appartati. Fu fermato il "guardone" Vincenzo Spalletti, probabile testimone, che però non raccontò mai nulla.
Prima, nel 1974, a Stefania Pettini, uccisa con il fidanzato Pasquale Gentilcore alle Fontanine di Rabatta, "il Mostro" inserì un tralcio di vite nella vagina, oltre a ferirla in varie parti del corpo. La ragazza - secondo la confidenza che fece a un’amica prima di morire - sarebbe stata presa di mira da "qualcuno" che si era invaghito di lei, seguendola per alcuni giorni e incutendole molta paura.
Lo stesso accadrà nel 1984 a Pia Rontini, la più giovane delle vittime del "Mostro", mutilata e uccisa con il fidanzato Claudio Stefanacci a Vicchio. Pia lavorava al bar della stazione e lamentava di essere stata importunata da una persona che, secondo le testimonianze al processo, si sarebbe poi rivelata essere il postino Mario Vanni, uno dei "compagni di merende", amico fraterno di Pietro Pacciani, il contadino di Mercatale già reo di un omicidio e di violenza su entrambe le figlie, che subirà due processi prima di morire in circostante misteriose. Pia e Claudio sarebbero anche stati visti in un locale, la sera del delitto, e osservati "a vista" da un uomo la cui identità è rimasta sconosciuta, sebbene il gestore lo abbia notato per la sua particolare insistenza.
Tornando a ritroso, un’altra violenza inaudita fu quella subita da Susanna Cambi, uccisa con il fidanzato Stefano Baldi nel 1981 a Calenzano. I due, in procinto di sposarsi e con una casa già a disposizione, si fermarono per un momento di intimità dopo una cena in famiglia. Poche ore dopo il delitto, alla famiglia arrivarono strane telefonate e gli inquirenti sentirono le testimonianze di altri fidanzati appartati nei dintorni.

Lo stesso accadde, in modo particolare, dopo l’omicidio di Antonella Migliorini e Paolo Minardi, nel 1982 lungo una strada provinciale piuttosto trafficata poiché la ragazza temeva i luoghi isolati. Questo non impedì al "Mostro" di colpire e di tornare per infierire il colpo mortale a Minardi, che dapprima, ferito, tentò una retromarcia. In coma, morirà in ospedale poche ore dopo.
Da questo momento, si collegò la pistola - sempre la stessa Beretta calibro 22 - a un vecchio "delitto d’onore" del 1968: Barbara Locci venne uccisa con il suo amante Antonio Lo Bianco. Fu incarcerato il marito Stefano Mele. Si pensò che avesse salvato il figlio, che dormiva sui sedili posteriori, ma che sosterrà sempre di non ricordare nulla poiché aveva solo 6 anni.
Spoiler. Stefano Sollima, nella sua serie, racconta molto bene le dinamiche della coppia Locci e Mele. Entrambi, marito e moglie, avevano una relazione sessuale con Salvatore Vinci, uno dei fratelli sardi, mentre la donna aveva rapporti anche con gli altri fratelli Vinci e con diversi uomini del paese.
Non è dato sapere se, come e perché avvenne il passaggio dell’arma usata nel 1968 o se i Vinci - e questa è la famigerata "pista sarda" di cui ancora si discute - fossero colpevoli o, quantomeno (fatto assai probabile) a conoscenza di chi fosse "il Mostro". Questo, anche in virtù della morte misteriosa di Francesco Vinci durante il processo Pacciani: fu trovato imbavagliato e incaprettato nella sua auto andata a fuoco. Ed è solo una delle tante morti collaterali, avvolte dal mistero, legate alle vicende del "Mostro", che colpì anche nel 1983 e nel 1985.
Nel 1983 uccise a Giogoli - forse per errore - una coppia di ragazzi tedeschi: Horst Wilhelm Meyer e Jens-Uwe Rüsch, quest’ultimo con capelli lunghi biondi e fisico efebico. Il loro furgone Volkswagen stazionava accanto a una misteriosa villa (uno dei luoghi che - si ipotizzò nel corso di indagini successive - ospitavano festini e rituali ai quali, oltre ai "compagni di merende" e a prostitute, avrebbero partecipato alcune importanti figure della società fiorentina, e non solo).
Nel 1985 agli Scopeti avvenne infine il delitto della coppia francese. E proprio su Nadine Mauriot e Jean-Michel Kraveichvili - che riuscì, ferito, a fuggire uscendo dalla tenda dove avvenne l’omicidio, ma fu finito a coltellate da "qualcuno" sull’altro lato della piazzola - si sta riaprendo il dibattito.

I parenti chiedono - insieme alla sorella di Carmela De Nuccio, ai loro legali e al giornalista Paolo Cochi - che venga riaperto il caso. Uno dei motivi è il dubbio sul giorno in cui avvenne il delitto, in base alle autopsie effettuate. Ci sono poi dubbi sul fatto che i "compagni di merende" non c’entrassero, nonostante numerose testimonianze, tra cui quella di Gabriella Ghiribelli, prostituta che frequentavano regolarmente e che avrebbe partecipato ai rituali insieme ai tre e ad altri personaggi, tra i quali il medico perugino, più tardi rinvenuto cadavere nel lago Trasimeno. La sua salma, inizialmente, fu sostituita con quella di qualcun altro, come ricostruito dal Pm Mignini. Da quel momento, però, l’inchiesta si ferma.

UN "COLD CASE" DI CUI NON SI SMETTE DI PARLARE
Quello del "Mostro di Firenze" è uno dei "cold case" di cui non si smette di parlare. E se lo si fa a ragion veduta, forse è un bene. Viene alla mente il padre di Pia Rontini, giovane vittima del "Mostro". Viene alla mente Renzo Rontini, capitano di macchina per una compagnia di navigazione danese, ha avuto Pia, figlia unica, dalla seconda moglie.
Dopo il suo omicidio, non perde una sola udienza dei processi. Si reca ogni mattina, fino al giorno della sua morte, in questura a Firenze per chiedere se ci sono novità e per sollecitare le indagini. Rontini si indebiterà pagando detective privati, al punto che i poliziotti, insieme a Michele Giuttari, allora capo della Squadra mobile fiorentina, ogni mese fanno una colletta per dargli una sorta di stipendio poiché ha perso tutto, incluso il lavoro e la casa.
«Ricordo la mattina in cui morì d’infarto davanti alla questura - ha detto Giuttari, ospite a Piacenza per presentare il suo libro "I misteri di Firenze e il patto segreto" -. Fu terribile. Tutti noi volevamo un gran bene a Renzo, capivamo il suo profondo dolore e il desiderio di giustizia per la figlia Pia. Gli promisi che avremmo scoperto la verità. E anche se non è avvenuto a livello giudiziario, poiché io, Canessa e Mignini non abbiamo più potuto procedere nelle indagini del "terzo livello", dentro di me so cosa è successo».
La serie di Sollima che rende omaggio alle vittime sarebbe probabilmente piaciuta a Renzo Rontini «che, più di tutto, temeva una cosa: la dimenticanza».
Quello del "Mostro di Firenze" è uno dei "cold case" di cui non si smette di parlare. E se lo si fa a ragion veduta, forse è un bene. Viene alla mente il padre di Pia Rontini, giovane vittima del "Mostro". Viene alla mente Renzo Rontini, capitano di macchina per una compagnia di navigazione danese, ha avuto Pia, figlia unica, dalla seconda moglie.
Dopo il suo omicidio, non perde una sola udienza dei processi. Si reca ogni mattina, fino al giorno della sua morte, in questura a Firenze per chiedere se ci sono novità e per sollecitare le indagini. Rontini si indebiterà pagando detective privati, al punto che i poliziotti, insieme a Michele Giuttari, allora capo della Squadra mobile fiorentina, ogni mese fanno una colletta per dargli una sorta di stipendio poiché ha perso tutto, incluso il lavoro e la casa.
«Ricordo la mattina in cui morì d’infarto davanti alla questura - ha detto Giuttari, ospite a Piacenza per presentare il suo libro "I misteri di Firenze e il patto segreto" -. Fu terribile. Tutti noi volevamo un gran bene a Renzo, capivamo il suo profondo dolore e il desiderio di giustizia per la figlia Pia. Gli promisi che avremmo scoperto la verità. E anche se non è avvenuto a livello giudiziario, poiché io, Canessa e Mignini non abbiamo più potuto procedere nelle indagini del "terzo livello", dentro di me so cosa è successo».
La serie di Sollima che rende omaggio alle vittime sarebbe probabilmente piaciuta a Renzo Rontini «che, più di tutto, temeva una cosa: la dimenticanza».

A PROPOSITO DI LIBRI
A proposito di libri, un lavoro esaustivo, mastodontico e definitivo è quello di Roberto Taddeo. Giornalista e autore di reportage, ha scritto una imponente trilogia: "MDF. La storia del Mostro di Firenze" (per Mimesis in un cofanetto di tre volumi uscito nel 2024). Oltre a basarsi, come Sollima nella sua serie, sugli atti dei processi, ricostruisce ciò che è accaduto dal 1968 in poi a proposito dei delitti del Mostro di Firenze ed anche tutto ciò che è avvenuto, o non è avvenuto per impedimenti "dall’alto", successivamente nella vicenda - inclusi i sospetti su Giampiero Vigilanti, ex legionario di Prato che ha 94 anni. Soprattutto, Taddeo ricostruisce la vita, il carattere, il lavoro, gli interessi e le amicizie di quei ragazzi e ragazze che, negli anni ‘80, volevano solo vivere il loro amore guardando a un futuro pieno di cose belle.
Ancora più esaustiva è l’ultima pubblicazione di Taddeo, curata insieme a Lorenzo Iovino e Daniele Piccione, con la supervisione di Stefania Ascari e prefazione di Sigfrido Ranucci (Mimesis, 2025). Contiene interventi preziosi, tra i quali quello di Giuliano Mignini sul "Caleidoscopio del Lago Trasimeno" e, nell’appendice, un’intervista a Paolo Canessa, Pm nel processo a Pacciani e ai "compagni di merende", che non aveva mai parlato prima, realizzata insieme a Francesco Maria Petrini. E quest’ultimo, storico archivista e filologo latinista, ricercatore e docente universitario, ha realizzato - in modo più "amatoriale" rispetto a Sollima, ma molto documentato, avvalendosi dell’aiuto di un team di autori fiorentini e autoproducendosi grazie al sostegno di tanti che apprezzano il suo lavoro - documentari che ricostruiscono non solo le vicende del "Mostro", studiando i luoghi dei delitti, ma anche gli usi e i costumi dell’epoca, facendo riflettere sulla visione della Donna dagli anni ‘70 ad oggi, dopo la rivoluzione sessuale, nella Firenze che brillava della sua fulgida e antica storia ma dava vita anche a moltissimi lati oscuri.
Internet presta il fianco a tanti blog, testi, video e chat di persone che continuano a parlare del mistero del Mostro di Firenze, talvolta più sulla scia delle proprie impressioni o convinzioni, spesso contraddittorie tra loro.
Del resto, era già accaduto in passato a giornalisti, criminologi ed ex avvocati che poi hanno scritto romanzi. La serie di Sollima e il lavoro di chi è giornalista professionista o ricercatore rendono giustizia alla verità, anche fuori da un tribunale.
A proposito di libri, un lavoro esaustivo, mastodontico e definitivo è quello di Roberto Taddeo. Giornalista e autore di reportage, ha scritto una imponente trilogia: "MDF. La storia del Mostro di Firenze" (per Mimesis in un cofanetto di tre volumi uscito nel 2024). Oltre a basarsi, come Sollima nella sua serie, sugli atti dei processi, ricostruisce ciò che è accaduto dal 1968 in poi a proposito dei delitti del Mostro di Firenze ed anche tutto ciò che è avvenuto, o non è avvenuto per impedimenti "dall’alto", successivamente nella vicenda - inclusi i sospetti su Giampiero Vigilanti, ex legionario di Prato che ha 94 anni. Soprattutto, Taddeo ricostruisce la vita, il carattere, il lavoro, gli interessi e le amicizie di quei ragazzi e ragazze che, negli anni ‘80, volevano solo vivere il loro amore guardando a un futuro pieno di cose belle.
Ancora più esaustiva è l’ultima pubblicazione di Taddeo, curata insieme a Lorenzo Iovino e Daniele Piccione, con la supervisione di Stefania Ascari e prefazione di Sigfrido Ranucci (Mimesis, 2025). Contiene interventi preziosi, tra i quali quello di Giuliano Mignini sul "Caleidoscopio del Lago Trasimeno" e, nell’appendice, un’intervista a Paolo Canessa, Pm nel processo a Pacciani e ai "compagni di merende", che non aveva mai parlato prima, realizzata insieme a Francesco Maria Petrini. E quest’ultimo, storico archivista e filologo latinista, ricercatore e docente universitario, ha realizzato - in modo più "amatoriale" rispetto a Sollima, ma molto documentato, avvalendosi dell’aiuto di un team di autori fiorentini e autoproducendosi grazie al sostegno di tanti che apprezzano il suo lavoro - documentari che ricostruiscono non solo le vicende del "Mostro", studiando i luoghi dei delitti, ma anche gli usi e i costumi dell’epoca, facendo riflettere sulla visione della Donna dagli anni ‘70 ad oggi, dopo la rivoluzione sessuale, nella Firenze che brillava della sua fulgida e antica storia ma dava vita anche a moltissimi lati oscuri.
Internet presta il fianco a tanti blog, testi, video e chat di persone che continuano a parlare del mistero del Mostro di Firenze, talvolta più sulla scia delle proprie impressioni o convinzioni, spesso contraddittorie tra loro.
Del resto, era già accaduto in passato a giornalisti, criminologi ed ex avvocati che poi hanno scritto romanzi. La serie di Sollima e il lavoro di chi è giornalista professionista o ricercatore rendono giustizia alla verità, anche fuori da un tribunale.
