Accesso agli argini del Po: «No al divieto per principio, ci vogliono cause reali»
Comolli: «Blocchi di uso continui non fanno bene. Giuste le contestazioni»
Gabriele Faravelli
|7 giorni fa

Il “caso” dei cartelli di divieto di accesso sull’argine del Po continua a far discutere. Sulla questione è voluto intervenire Giampietro Comolli, autorità in materia di fruizione e valorizzazione dei fiumi. «Io sono capo progetto di UnPoxExPo 2015 che ha riguardato accesso e attrazione del fiume – le sue parole – dal quale è nato il Mab UnPoGrande o Grande Fiume. Esiste un comitato da Torino a Venezia che collabora con Gestione Navigazione Interna e con diverse AssoNautiche perché il fiume sta una risorsa vera, ovvio che blocchi di uso continui non facciano bene. La società di navigazione ha come direttivo i capitani e i comandanti delle principali barche del sistema fluviale nazionale dal Ticino al Sile e dall’Adda al Brenta e mi hanno riferito alcune note tecniche e legali».
Il primo punto sollevato è che «il divieto assoluto, o per alcuni utenti, deve basarsi su una causa giuridica concreta, normalmente riconducibile alla tutela della sicurezza collettiva, alla necessità di lavori pubblici, o a rischi effettivi. Il principio generale è che i divieti non possono essere generici o astratti, ma vanno motivati puntualmente e solo su tratti dove esista realmente un pericolo o una esigenza comprovata, e non per convenienza amministrativa o di impresa».
Ciò che è successo a Piacenza viene definito «una presa di posizione locale, la sponda lombarda non presenta nulla di simile. Se per paura di un rischio residuo vietassimo la navigazione ovunque, davvero nessuno potrebbe più navigare: né in canale, né in fiume, né in mare. Il principio del divieto preventivo assoluto è, di fatto, la morte di ogni funzione pubblica e sociale di questi beni comuni, l’estromissione definitiva dei cittadini e delle imprese sane dalla fruizione pubblica. Né la legge, né il buon senso, né la recente giurisprudenza lo possono accettare. Un canale classificato navigabile deve restare tale, con eventuali sospensioni dell’uso solo per motivi oggettivi, circostanziati e comunicati con trasparenza (ad esempio una piena, lavori straordinari, emergenze idrauliche). Abbracciare la logica del “vietare per principio” o “per stare tranquilli amministrativamente” significa barattare la ricchezza comunitaria che nasce dalla navigazione, dal turismo, dallo sport, dalla mobilità slow, in favore di una gestione difensiva, arida, di corto respiro. Serve vigilanza, dialogo costruttivo e soprattutto un fronte comune verso procedure sempre più trasparenti, efficienti e ragionevoli. È giusto e doveroso, poi, domandarsi dove siano i documenti che giustifichino in modo puntuale e pubblico i divieti attuati da AIPo o da altri enti gestori. Se il divieto viene posto “nel dubbio”, per pararsi magari a livello giuridico o semplicemente perché mancano personale e risorse per una vigilanza puntiforme, è giusto che le categorie interessate lo contestino e che si crei una dialettica sana tra Amministrazione e società civile: la soluzione deve sempre essere una corretta e ponderata graduazione delle limitazioni, con priorità a sicurezza reale e fruibilità pubblica, non ad automatismi difensivi».