Paolo Bori, una vita sulle sponde del Grande Fiume
Figlio dell'ultimo barcaiolo, anche oggi passerà il Ferragosto nella baracca costruita dal nonno, quando l'isolotto Maggi era il lido dei piacentini
Elisabetta Paraboschi
|15 giorni fa

Paolo Bori- © Libertà/Elisabetta Paraboschi
«Il Po? Non è una passione, per me è più una malattia. E mi fa tristezza vederlo così, abbandonato». Paolo Bori è figlio d’arte, si potrebbe dire: suo padre era Carlo, da tutti conosciuto come "Palei", l’ultimo barcaiolo del grande fiume a traghettare merci e persone quando ancora il Po era il mare nostrum. Suo nonno, che si chiamava anche lui Carlo, aveva creato un’azienda per trasportare sabbia e ghiaia dall’isolotto Maggi o da quello dell’Enel sulla riva piacentina nei pressi della Nino Bixio dove aspettavano i carrettieri. «Mio padre mi ha portato sul Po che avevo sette o otto anni: oggi ne ho 63 e sono ancora qui - spiega Paolo - dall’inizio degli anni Novanta faccio il manutentore della "Nino Bixio", ma il fiume lo frequento anche quando non lavoro: prima avevo tre barche, oggi ne ho solo una con cui vado a pescare anche se non so nuotare. Ma neanche mio padre era capace, eppure ha salvato diverse persone».
Quando Paolo è nato, la stagione d’oro dell’isolotto Maggi come spiaggia dei piacentini era al culmine: «Lo vede là dove c’è tutta quella ghiaia? - dice, indicando una lingua di terra in mezzo all’acqua proprio davanti alla terrazza della società canottieri - un tempo era sabbia bianca: nessuno andava in Trebbia o nelle valli, anche perché le macchine erano poche e mio padre in estate nel tempo libero traghettava le persone verso l’isolotto. C’era pieno di gente: mio papà mi raccontava di quando c’erano le cabine e i chioschi dei gelati e delle granite. Era una spiaggia per davvero e facevano anche le sabbiature contro i reumatismi».
Quando Paolo parla del Po gli occhi gli si illuminano: per lui, cresciuto e vissuto fra via Pozzo e il grande fiume tra storie di sabbia e "magane" (le barche adibite al trasporto di merci e persone, ndr), l’abbandono attuale del Po è un colpo al cuore. «È cominciato negli anni Ottanta e la situazione è sempre peggiorata - sottolinea - e sì che abbiamo un chilometro di fiume qui a Piacenza: non sarebbe difficile tenerlo un po’ meglio». Anche oggi, che è ferragosto, Paolo sarà lì, in riva al «suo» fiume, nella piccola baracca che suo nonno aveva costruito e che il padre ha mantenuto prima di lui; sarà a prendersi cura dell’orto che sorge a due passi dalla riva e forse risente delle correnti benefiche, di quella brezza che anche in questi giorni di canicola non manca mai sul Po. Era anche per questo che i nostri nonni amavano il fiume: perché dava lavoro e svago, pane (o meglio pesce) e villeggiatura quando per vedere il mare non occorreva fare tre ore sulle strade impervie della Valdaveto. Bastava inforcare una bicicletta, una decina di minuti ed ecco la vacanza, la sabbia dorata: quella dell’isola che - oggi - non c’è.