Naufraghi, sangue e satira del potere. Sam Raimi è tornato
Doppio spettacolo sabato all’arena Cantore: prima Almodóvar, poi maratona notturna con la mazzata sociale di “Send Help”
Barbara Belzini
|22 ore fa

“Send Help” è una dark comedy secca come un colpo di fucile che ribalta il potere
Serata speciale sabato 25 luglio all’Arena Cantore, dove, all’interno della rassegna cinematografica estiva gestita da Arci e Cinemaniaci, è in programma un doppio spettacolo in lingua originale: si comincia alle 21.30 con “Amagra Navidad” di Pedro Almodóvar e si prosegue alle 24 con la proiezione notturna di “Send Help” di Sam Raimi. Il padre de la trilogia de “La casa” e dei primi, storici Spider-Man degli anni 2000, è in gran forma: tornato sugli schermi qualche anno fa con il grande successo Marvel, “Doctor Strange nel Multiverso della Follia”, a diciassette anni dall’ultima incursione horror con “Drag Me to Hell”, ci propone una dark comedy secca come un colpo di fucile. “Send Help” è un survival horror che comincia in un ufficio, dove la goffa ma preparatissima Linda Liddle (Rachel McAdams) viene mobbizzata, bullizzata e umiliata professionalmente da un management incapace capitanato dall’erede dell’azienda di famiglia Bradley Preston (Dylan O’ Brien).
Quando l’aereo su cui stanno viaggiando per lavoro si schianta nelle acque della Thailandia e i due restano i soli superstiti su un’isola deserta, le conoscenze e le capacità di Linda, appassionata del programma tv “Survivor”, diventano fondamentali per la sopravvivenza di entrambi, e cambiano radicalmente i rapporti di forza. Pur essendo un’opera derivativa, che mescola influenze blasonate come la satira sociale di “Triangle of Sadness” firmata da Ruben Ostlund, Palma d’Oro al Festival di Cannes del 2022, e il dramma di “Castaway” di Robert Zemeckis con il cinema di genere, dal thriller di “Misery non deve morire” alla commedia un po’cialtrona di “Dalle Nove alle Cinque”, il film, grazie a un ben congegnato meccanismo che dosa con misura violenza brutale e sottili momenti di ironia, si sviluppa con una efficace e a volte imprevedibile grazia narrativa.
Il cinema di Raimi comincia sempre da un luogo governato da equilibrio apparente, da convenzioni spaziali, morali e narrative: una baita nel bosco, una cittadina americana, un laboratorio scientifico, un ospedale, una banca. E poi qualcosa accade: quell’ordine viene sospeso, e tutto, gravità, identità, gerarchie, entra in uno stato di agitazione permanente, come acqua messa in una pentola sul fuoco. L’isola di “Send Help” è il grado zero della civiltà, ma anche della messa in scena: Raimi riduce il proprio cinema all’osso, scaraventando i corpi in uno spazio sconosciuto e ostile e osservando la trasformazione delle relazioni quando decadono le infrastrutture del potere. I suoi personaggi non combattono tanto contro una minaccia esterna quanto contro la progressiva instabilità della propria posizione nel mondo: Ash Williams è un eroe per caso, Peter Parker è un supereroe che non smette mai di sentirsi inadeguato e di interrogarsi sulla propria identità, Christine Brown continua a inseguire il riconoscimento sociale anche nel mondo del soprannaturale.
Linda e Bradley appartengono alla stessa famiglia morale e arrivano sull’isola portandosi dietro l’organizzazione invisibile del lavoro: lui continua a impartire ordini come se fosse ancora il capo, lei continua a cercare la sua approvazione. Per un certo periodo di tempo i codici sopravvivono ai luoghi dove sono nati, perché il potere, ci racconta Raimi, è soprattutto un balletto di cui abbiamo imparato i passi, una recita, un ruolo che conosciamo, familiare, rassicurante. Ed è proprio sulla perdita del ruolo, sullo sgretolarsi del controllo, che il regista costruisce da sempre il proprio cinema, che, sia dal punto di vista narrativo che da quello formale che lo ha reso famoso, frantuma, deforma, accelera, sorprende, destabilizza. A quasi settant’anni Raimi si classicizza e decide che per indagare la perdita di senso e il capovolgimento delle regole non ha più bisogno della strabiliante soggettiva del demone nella foresta: il mostro oggi ha il nostro aspetto, demolisce ferocemente i rapporti umani, incancrenisce le gerarchie sociali, bullizza le identità fragili approfittando di un potere che non si è guadagnato.
Il mostro oggi è un dirigente fortunato, maschio, bianco, che senza nessun merito particolare si trova a decidere del destino professionale di una donna molto più intelligente e competente di lui. Ma la natura non premia autorità, aggressività o status social, quanto adattabilità, capacità di apprendimento, cooperazione: in un film dove ogni scena ridefinisce i rapporti di forza attraverso la disposizione dei corpi, il controllo delle risorse, la conquista di una porzione di terreno, Raimi sostituisce la spettacolarità del mostro con quella, infinitamente più ambigua, della negoziazione.

