Riccardo Grandi e i 100 chilometri di corsa nel Sahara
Il creativo piacentino racconta in un podcast la sua avventura podistica nel deserto del Marocco

Marcello Tassi
|21 ore fa

«Tra dieci giorni compirò quarant’anni e mi trovo in una tenda gialla nel deserto del Sahara, in attesa di correre i primi venticinque dei cento chilometri che mi aspettano. Ma come sono arrivato fino a qui?».
La voce è quella di Riccardo Grandi, piacentino, creativo in un’agenzia di comunicazione, uno che di mestiere racconta le storie degli altri. Questa volta, però, la storia è la sua. E comincia così, nel cuore del Sahara marocchino, tra centinaia di tende gialle che al tramonto si accendono come lanterne nella sabbia. È l’incipit del podcast «La tenda gialla – 100 km di racconti e sabbia», cinque puntate (disponibile su Spotify e YouTube) nate da un’esperienza che è insieme sport, viaggio e discesa dentro di sé.
La cornice è la leggendaria Marathon des Sables, considerata la maratona più dura del pianeta: 250 chilometri in autosufficienza nella versione classica, divisi in sei tappe. Riccardo ha scelto la "half", cento chilometri da macinare in tre giorni, più uno di riposo. Ma i numeri, qui, sono quasi un dettaglio. Perché il deserto non è soltanto una gara: è uno spazio mentale.
«Volevo raccontare la corsa come metafora della vita - rivela Riccardo - qualcosa che va oltre la prestazione sportiva. Racconto storie per lavoro, ma non avevo mai sperimentato il podcast. Mi sono detto: questa volta potrei raccontare qualcosa di mio. L’idea ha preso forma prima ancora della partenza».
Ogni corridore è autosufficiente dal punto di vista alimentare: nello zaino – sette, otto chili – c’è tutto il necessario per quattro giorni. Il cibo, il minimo indispensabile. L’acqua viene razionata: tre litri al giorno per bere, cucinare, lavarsi, riempire le borracce. Niente infrastrutture digitali, nessuna comodità. Solo scarpe, piedi, gambe, cuore. E mente.
Il deserto, racconta Riccardo, è un luogo fuori dal tempo. «Lì ritorni all’essenza. Non c’è nulla. In quei giorni pensi soltanto a prenderti cura di te, del tuo corpo. Tutto si riduce all’essenziale. È uno spogliarsi progressivo: delle abitudini, delle notifiche, dei rumori di fondo. Ascolti molto di più te stesso, una cosa che nella nostra quotidianità facciamo fatica a fare». Sotto la tenda si condivide lo spazio con altri corridori – tredici gli italiani, molti i francesi, compagni arrivati da tutto il mondo – e in pochi giorni quell’angolo di sabbia diventa casa. «La cosa più assurda è ritrovarti lì e dire: ma dove sono finito? Talmente fuori dalla nostra quotidianità che ti sembra straordinario. E poi, dopo tre giorni, quel posto è davvero casa tua».
La voce è quella di Riccardo Grandi, piacentino, creativo in un’agenzia di comunicazione, uno che di mestiere racconta le storie degli altri. Questa volta, però, la storia è la sua. E comincia così, nel cuore del Sahara marocchino, tra centinaia di tende gialle che al tramonto si accendono come lanterne nella sabbia. È l’incipit del podcast «La tenda gialla – 100 km di racconti e sabbia», cinque puntate (disponibile su Spotify e YouTube) nate da un’esperienza che è insieme sport, viaggio e discesa dentro di sé.
La cornice è la leggendaria Marathon des Sables, considerata la maratona più dura del pianeta: 250 chilometri in autosufficienza nella versione classica, divisi in sei tappe. Riccardo ha scelto la "half", cento chilometri da macinare in tre giorni, più uno di riposo. Ma i numeri, qui, sono quasi un dettaglio. Perché il deserto non è soltanto una gara: è uno spazio mentale.
«Volevo raccontare la corsa come metafora della vita - rivela Riccardo - qualcosa che va oltre la prestazione sportiva. Racconto storie per lavoro, ma non avevo mai sperimentato il podcast. Mi sono detto: questa volta potrei raccontare qualcosa di mio. L’idea ha preso forma prima ancora della partenza».
Ogni corridore è autosufficiente dal punto di vista alimentare: nello zaino – sette, otto chili – c’è tutto il necessario per quattro giorni. Il cibo, il minimo indispensabile. L’acqua viene razionata: tre litri al giorno per bere, cucinare, lavarsi, riempire le borracce. Niente infrastrutture digitali, nessuna comodità. Solo scarpe, piedi, gambe, cuore. E mente.
Il deserto, racconta Riccardo, è un luogo fuori dal tempo. «Lì ritorni all’essenza. Non c’è nulla. In quei giorni pensi soltanto a prenderti cura di te, del tuo corpo. Tutto si riduce all’essenziale. È uno spogliarsi progressivo: delle abitudini, delle notifiche, dei rumori di fondo. Ascolti molto di più te stesso, una cosa che nella nostra quotidianità facciamo fatica a fare». Sotto la tenda si condivide lo spazio con altri corridori – tredici gli italiani, molti i francesi, compagni arrivati da tutto il mondo – e in pochi giorni quell’angolo di sabbia diventa casa. «La cosa più assurda è ritrovarti lì e dire: ma dove sono finito? Talmente fuori dalla nostra quotidianità che ti sembra straordinario. E poi, dopo tre giorni, quel posto è davvero casa tua».
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