VOIT/VUOTO, un cadavere senza identità nel lago a secco
Il podcast di Gianluca Taraborelli e Emanuele Lapiana: prima serie crime ambientata sulle Alpi che coinvolge come un film o un romanzo
Claudia Labati
|22 ore fa

Gli autori Emanuele Lapiana e Gianluca Taraborelli (in arte Johnny Mox)
Ammettiamolo, la lingua inglese usa spesso e volentieri delle parole bellissime: brevi e concise, capaci in poche sillabe di spiegare tutto. Come in una sineddoche di foscoliana memoria, mi trovo a riflettere sulla parola “storytelling”, ovvero l’arte di raccontare storie. Non è narrazione, non è racconto, ma rimanda proprio a una capacità ed esigenza umana che è quella appunto di creare connessioni attraverso i racconti. I podcast per me sono tutto ciò. Citando la tesi della scrittrice Bobette Buster nel suo libro Do/Story, pietra miliare della materia in questione: “gli esseri umani hanno bisogno di storie perché attraverso le storie danno senso all’esperienza, creano connessione emotiva e custodiscono ciò che non può essere detto in forma razionale o informativa”. Parto da questo pensiero per raccontarvi oggi un podcast di fiction narrativa che, pur risalendo al 2020, rimane un esempio perfetto di come i podcast non abbiano nulla da invidiare a libri e film nell’arte di emozionare e trasportarci altrove. VOIT/VUOTO, produzione oSuonoMio scritto da Gianluca Taraborelli ed Emanuele Lapiana, si presenta come la prima serie crime ambientata nelle Alpi. Questo podcast noir segue un giovane giornalista che indaga sul rinvenimento di un cadavere senza identità emerso dalle acque del Lago di Molveno, in provincia di Trento, durante le operazioni di svuotamento avvenute realmente nel 2017. Il risultato è un’esperienza sonora dall’atmosfera carica e coinvolgente. Verità o finzione? Sin dal primo episodio, ho fatto fatica a distinguere. Si chiama audio fiction: un genere che all’estero è molto più diffuso che da noi, ma che io amo molto. La storia si dipana in una struttura narrativa che ti attrae e ti tiene con il fiato sospeso; le voci degli attori sono perfette e il sound design completamente realistico. Una sorta di storytelling tridimensionale (orecchie, cervello e emozioni) dove seguiamo le ricerche del giornalista per dare un’identità alla damigella del lago, un corpo senza nome ma con un forte passato alle spalle. Fino al colpo di teatro finale, quando ancora una volta la storia ci regala suspense. Bravi gli autori sia per la forma scelta che per il coraggio di provare a fare qualcosa di diverso: un lavoro di fiction che non è frutto di alcuna trasposizione giornalistica, non è collegato ad alcuna forma di diretta e vuole porsi dunque in un’ottica di fruizione scollegata dalla realtà. Inoltre, il paesaggio trentino non fa solo da sfondo al podcast ma diventa anch’esso un personaggio fondamentale, con i suoi silenzi, le sue eco e la sua presenza quasi opprimente. Ed è qui che torniamo alla tesi di Buster: la narrativa sonora sfrutta la memoria sensoriale in modo ancora più diretto e potente rispetto alla parola scritta, e questo è parte del “perché” un podcast come VOIT/Vuoto può toccare così profondamente chi ascolta. Richiede tempo, richiede ascolto, non offre risposte facili.
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