"Io sono Rita" riapre il mistero dell'attentato a Borsellino

"Storie Nere": l'inchiesta di Raffaella Fanelli nel podcast per Libertà ripercorre la tragica vicenda della giovane testimone Atria

Claudia Labati
|17 ore fa
Una panoramica del luogo della strage di via D'Amelio, il 19 luglio 1992 © ANSA
Una panoramica del luogo della strage di via D'Amelio, il 19 luglio 1992 © ANSA
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C’è una frase che Rita Atria scrisse nel tema di maturità, giugno 1992, poche settimane prima di morire: «Cosa possono fare ministri, polizia, carabinieri, scappi dalla mafia che tutto ciò che vuole, per rifugiarti nella giustizia che non ti dà le armi per lottare». Aveva diciassette anni. Aveva già fatto nomi, già riempito verbali, già cambiato città e identità. E scriveva come chi sa di essere sola.
“Io sono Rita” è il nuovo episodio della serie Storie Nere, scritto e raccontato da Raffaella Fanelli e prodotto da Editoriale Libertà.

Punto di riferimento
Racconta la storia di Rita Atria, definita dalle giornaliste Nadia Furnari e Giovanna Cucè «la settima vittima di via D’Amelio»: trovata morta il 26 luglio 1992, sette giorni dopo la strage in cui fu ucciso Paolo Borsellino, il magistrato che la proteggeva e che lei chiamava, nei suoi diari, come un punto di riferimento assoluto. Suicidio, disse da subito la versione ufficiale. Ma Fanelli porta nella ricostruzione una serie di elementi che quella versione la rendono, se non impossibile, almeno piena di ombre.
La tapparella dell’appartamento di viale Amelia era abbassata a metà. Il carabiniere entrato per primo racconta che la stanza era in ordine. Quando arriva la scientifica, invece, c’è del soqquadro: indumenti intimi tirati fuori da un cassetto e gettati sul letto, un bicchiere rotto in cucina, un orologio da uomo sul frigorifero che viene fotografato ma non repertato. Piera Aiello, cognata di Rita e anche lei testimone di giustizia, dice di sapere a chi appartiene quell’orologio, e di essere disposta a dirlo a un magistrato. Ma nessun magistrato l’ha mai chiamata a farlo.
Vuoto istituzionale
Attorno a Rita si apre, ascoltando, un vuoto istituzionale che fa impressione. Minorenne sotto protezione, trasferita a Roma a diciassette anni, senza che il tribunale dei minori aprisse mai una procedura di tutela nella capitale. Nessun giudice tutelare, nessun tutore. Un contributo economico che doveva bastare per tutto. Un’agendina con i numeri di altri collaboratori di giustizia, consegnata da un ispettore rimasto anonimo a un magistrato che non ne ha mai disposto l’analisi e non ne ha tenuto traccia.
Cura e metodo
Ho incontrato di persona Raffaella Fanelli qualche settimana fa e, con molto piacere, abbiamo chiacchierato del suo straordinario lavoro, come podcaster ma naturalmente anche come giornalista. Ascoltare ora questo nuovo episodio mi fa percepire ancora di più la cura, il metodo, la pazienza, la testardaggine con cui torna su fili che sembravano chiusi. Storie Nere conferma di essere una delle produzioni giornalistiche più rigorose nel panorama del podcast italiano: non divulgazione, ma inchiesta vera, condotta da una giornalista che sa dove cercare e non ha fretta di chiudere prima del tempo.
Rita non era una pentita. Non aveva reati da scontare, non cercava sconti.
Aveva scelto di parlare perché aveva visto morire il padre e il fratello, e aveva deciso che il silenzio non era più sopportabile. Fanelli chiude il podcast con un’immagine precisa: sei donne che reggono una bara leggera a Partanna, nel giorno del funerale. Dentro c’è una ragazza di diciassette anni. Fuori, una comunità che in parte non ha mai voluto sapere. Che il nostro silenzio oggi, dice la voce, non diventi il suo secondo funerale.
Rita Atria
Rita Atria
CHI ERA DAVVERO LA SETTIMA VITTIMA DI VIA D'AMELIO
Rita Atria nasce a Partanna, in provincia di Trapani, il 4 settembre 1974. Figlia e sorella di mafiosi di basso rango, cresce in una Sicilia occidentale segnata dalle faide tra clan e dai fondi della ricostruzione post-terremoto del 1968 spartiti tra cosche e politici. Quando ha undici anni uccidono suo padre; nel 1991, davanti ai suoi occhi, ammazzano anche il fratello Nicola.
A diciassette anni non ancora compiuti prende l’autobus, non va a scuola e si presenta in caserma. Chiede di parlare con un magistrato. Comincia così la sua collaborazione con la giustizia: fa nomi, descrive gerarchie, racconta anni di conversazioni ascoltate in silenzio. Le sue deposizioni entrano nei fascicoli della procura di Marsala, sotto la supervisione di Paolo Borsellino, che la chiama affettuosamente Picciridda.
Trasferita a Roma sotto protezione nel novembre 1991, Rita vive in un monolocale in viale Amelia, nel quartiere Tuscolano. Il 19 luglio 1992 viene ucciso Borsellino in via D’Amelio. Sette giorni dopo, il 26 luglio, Rita viene trovata sotto le finestre del suo appartamento. Ha diciassette anni. La versione ufficiale parla di suicidio, ma le anomalie nella scena del crimine, i ritardi nel sequestro dell’appartamento e la totale assenza di tutela istituzionale nei suoi confronti alimentano dubbi che non sono mai stati del tutto chiariti. Le indagini non hanno mai trovato una risposta definitiva.