Xbox in crisi: la fine di un'era? 3200 lavoratori in meno nel 2027

La divisione gaming di Microsoft sta vivendo uno dei momenti più difficili dal suo esordio

Fabrizia Malgieri
|22 ore fa
Asha Sharma
Asha Sharma
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Se seguite anche solo distrattamente notizie riguardanti il mondo tech e, più nello specifico, quelle relative ai videogiochi, è probabile che avrete sentito parlare di un numero impressionante: 3.200 posti di lavoro in meno nella divisione gaming di Microsoft, Xbox, entro il prossimo anno fiscale. Non è un dettaglio tecnico da addetti ai lavori: è il segnale che uno dei colossi del settore sta attraversando una fase decisamente critica. Proviamo a comprendere cosa sta succedendo, perché, e cosa cambia per chi i videogiochi li gioca e basta. Da qualche mese Xbox ha una nuova amministratrice delegata, Asha Sharma, che ha preso il posto dello storico CEO Phil Spencer, il volto pubblico della divisione gaming di Microsoft per anni. Il suo esordio, però, non è stato tra i più morbidi: la prima mossa concreta è stata annunciare una massiccia ristrutturazione, con migliaia di lavoratori che perderanno il posto. Sharma ha parlato apertamente di una situazione tutt’altro che “florida”, spiegando che i margini di profitto di Xbox sarebbero “da 3 a 10 volte inferiori” rispetto a quelli della concorrenza. Un dato pesante, che aiuta a capire perché si sia arrivati a un intervento così drastico. La parte forse più sorprendente della vicenda è che questi problemi arrivano dopo un decennio di acquisizioni imponenti da parte di Microsoft, culminate nel 2024 con il colosso Activision Blizzard un’operazione da circa 70 miliardi di dollari, nonché la più grande e dispendiosa mai avvenuta nella storia dei giochi digitali. Comprare studi e proprietà intellettuali importanti avrebbe dovuto rafforzare la divisione gaming di Microsoft, renderla più competitiva; invece, secondo le parole della stessa Sharma, questa espansione avrebbe contribuito ad aggravare una situazione già fragile anziché risolverla. È un po’ come se un’azienda, per crescere, avesse comprato sempre più negozi senza però riuscire a renderli davvero redditizi tutti insieme: più dimensione non ha significato, automaticamente, più salute finanziaria. Sharma si è comunque impegnata pubblicamente a riportare Xbox in crescita entro il 2027, nella speranza che i tagli significativi apportati nel comparto gaming riportino in auge un settore che è pesantemente in affanno. Tuttavia, il lato più concreto - e per certi versi più doloroso - di questa “ristrutturazione” forzata riguarda gli studi di sviluppo.
Star Fox
Star Fox

Come annunciato lo scorso lunedì, quattro realtà usciranno da Xbox Game Studios, ma non tutte nello stesso modo: Compulsion Games, reduce dal successo di “South of Midnight” premiato all’ultima edizione dei Game Awards, e Double Fine Productions, lo studio fondato da Tim Schafer (co-creatore della storica serie “Monkey Island”), torneranno a essere indipendenti. La buona notizia, per loro, è che manterranno la proprietà dei rispettivi giochi e cataloghi: un’indipendenza “morbida”, dunque, che permette di continuare a lavorare sulle proprie creazioni senza il cappello Microsoft sopra la testa. Per Ninja Theory (creatrice della serie “Hellblade”, di cui è stato appena annunciato un nuovo capitolo) e Undead Labs (gli autori di “State of Decay”) la situazione è diversa: sono stati scorporati e passati a nuovi proprietari. La notizia positiva è che questi ultimi si sono impegnati a garantire i finanziamenti necessari per completare i progetti già in corso, evitando così che il lavoro fatto finora vada perduto. Resta invece in sospeso il caso di Arkane, lo studio dietro la serie “Dishonored”: il suo fondatore avrebbe manifestato l’intenzione di trattare direttamente con Asha Sharma per riacquistare lo studio, ma al momento non c’è ancora un accordo definitivo. Al di là dei numeri e delle sigle aziendali, questa vicenda racconta qualcosa di più ampio sull’industria dei videogiochi di oggi: un settore che, dopo anni di espansione a colpi di acquisizioni miliardarie, si trova ora a fare i conti con margini più stretti e scelte più dolorose. Gli studi coinvolti sono responsabili di alcuni dei giochi più amati e originali degli ultimi anni, e il loro futuro – indipendente, riassegnato o ancora incerto – dirà molto su come sarà l’offerta videoludica dei prossimi anni, ben oltre i confini di un singolo bilancio trimestrale. La parabola di Xbox non è che l’ennesimo capitolo di una storia che l’industria dei videogiochi conosce fin troppo bene: quella di un gigante che, rincorrendo la crescita a colpi di miliardi e acquisizioni, finisce per smarrire proprio ciò che lo teneva in vita – gli studi, le persone, le idee che nascono lontano dai fogli di calcolo. Sharma promette una rinascita entro il 2027 e rifiuta l’idea che la longevità basti a garantire il futuro. Ma la vera domanda, oggi, non è se Xbox sopravvivrà, ma piuttosto come sopravvivrà, e a quale prezzo.
Assassin's Creed Black Flag Resynced
Assassin's Creed Black Flag Resynced
TRA REMALE E GRANDI RITORNI, L'ESTATE VIDEOLUDICA 2026 è ALL'INSEGNA DELLA NOSTALGIA
Questa estate videoludica ha un solo filo conduttore: nessuna nuova proprietà intellettuale a farla da padrone, ma il ritorno, spesso molto atteso, di serie storiche, ma rivisitate con tecnologia all’avanguardia. Tre uscite, in particolare, raccontano bene questa tendenza: “Assassin’s Creed Black Flag Resynced”, “Star Fox” e “Rhythm Paradise Groove”. Ubisoft ha scelto di rimettere le mani su uno dei capitoli più amati della saga, “Assassin’s Creed IV: Black Flag”, uscito originariamente nel 2013. Disponibile dal 9 luglio su PS5, Xbox Series X|S e PC, “Black Flag Resynced” è un remake costruito da zero sul nuovo motore Anvil, lo stesso usato per il più recente “Assassin’s Creed Shadows”. Si torna nei Caraibi nei panni del pirata Edward Kenway, con combattimenti rivisti, un parkour più fluido e nuovi contenuti narrativi dedicati a personaggi come Barbanera. Il gioco non include modalità multiplayer: la scelta di Ubisoft è puntare tutto su un’esperienza in singolo, curata e compatta. Anche Nintendo ha guardato al proprio passato con “Star Fox”, uscito lo scorso 25 giugno in esclusiva per Switch 2. Si tratta di un remake di “Star Fox 64”, il capitolo del 1997 che ha reso celebre la serie, qui riproposto con una grafica completamente rinnovata e alcune novità di gameplay, tra cui una nuova modalità di combattimento online. Chiude il trio “Rhythm Paradise Groove”, disponibile dal 2 luglio su Switch e Switch 2. Non è un remake in senso stretto, ma il ritorno di una serie che mancava dal 2016: un nuovo capitolo, con lo stesso spirito che ha reso celebre il franchise. Oltre 80 minigiochi a tempo di musica, modalità multiplayer e un inedito gioco di ruolo ritmico chiamato Beatspell compongono un pacchetto che punta più sulla qualità del design che sulla novità del concept. Il denominatore comune di queste tre uscite è evidente: nessuna nuova IP, ma il recupero, più o meno fedele, di ciò che ha già funzionato in passato. Una strategia che riflette un momento delicato per l’industria, spesso più propensa a scommettere su ciò che è già noto al pubblico anziché rischiare con qualcosa di completamente nuovo. Che sia un bene o un male per la creatività del settore, lo diranno le vendite e il tempo.