Avanti e indietro nel tempo, l’eredità senza età di “The Legend of Zelda: Ocarina of Time”
A distanza di quasi trent’anni dal suo primo debutto, torna uno dei videogiochi più importanti della storia del medium
Fabrizia Malgieri
|16 ore fa

È considerato in modo unanime uno dei migliori videogiochi della storia, oltre a essere il titolo più acclamato di sempre sulla celebre piattaforma Metacritic, con un punteggio di 99: ad oggi, la media più alta in assoluto sull’aggregatore. Ha venduto un totale di circa 14 milioni di copie – una cifra considerevole, soprattutto se si pensa che la prima release è avvenuta nel 1998, ossia in un momento storico in cui le console da gaming non erano ancora alla portata delle tasche di tutti. Ma appare già scontato che quei numeri tenderanno a crescere in modo vertiginoso ora che il suo remake è disponibile in esclusiva su Nintendo Switch 2. “The Legend of Zelda: Ocarina of Time” è un vero e proprio masterpiece, un videogioco che, quando ha debuttato per la prima volta sul finire degli anni Novanta, ha riscritto molte regole di un genere, quello degli action-adventure, come solo pochi altri titoli sono stati in grado di fare nella storia. L’importanza del gioco è molteplice: “Ocarina of Time” arriva in un momento storico in cui il medium videoludico stava finalmente esplorando le sue diverse potenzialità artistiche e creative, anche grazie alla spinta propulsiva dei nuovi motori grafici, che offrivano, accanto a ovvie opportunità sul piano visivo, anche quella di lavorare in modo più strutturato e approfondito sulla componente narrativa. “Ocarina of Time” si inserisce alla perfezione in questo discorso: proprio perché è il primo capitolo della saga interamente in 3D, ha consentito ai giocatori di accedere a modalità di esplorazione del mondo di gioco fino a quel momento inedite.
Se in un mondo come quello contemporaneo, pieno zeppo di videogiochi open world, siamo abituati a spingerci fin dove ci porta l’orizzonte, all’epoca la sfida del gioco di Nintendo fu quella di spronare i giocatori a essere liberi per la prima volta. Se è vero che questo senso di libertà era già stato offerto agli utenti della casa nipponica con “Super Mario 64” (anch’esso il primo videogioco in tre dimensioni con protagonista il celebre idraulico baffuto), con “Zelda” – il cui fulcro ruota attorno alle vicende dell’eroe Link, impegnato a salvare il Regno di Hyrule – tali opportunità si espandono a dismisura. L’esplorazione delle diverse regioni di Hyrule diventa finalmente parte integrante dell’esperienza di gioco, anche grazie a un’innovazione tecnica semplicissima: la levetta analogica del controller, che permette al personaggio di muoversi liberamente per la prima volta e restituisce al giocatore un senso di controllo unico per l’epoca. Non solo: il videogioco di Nintendo introduce anche una meccanica fino ad allora assente nel medium, ossia lo Z-targeting – detto altrimenti, il sistema di aggancio con cui è possibile concentrarsi su un solo nemico e continuare a colpirlo, senza che i colpi sferrati vadano a vuoto. Un’intuizione che gli sviluppatori mutuarono dal teatro dei samurai, dopo aver assistito a uno spettacolo di combattimenti con la spada (chanbara) in un parco a tema di Kyoto: lì i ninja attaccavano il protagonista uno alla volta, girandogli intorno. Il team di sviluppo riuscì a trasformare quell’idea in una delle innovazioni più copiate nella storia degli action 3D.
Ma sarebbe ingiusto limitare l’importanza di “Ocarina of Time” al solo comparto tecnico, nonostante il suo contributo alla storia dei videogiochi sia stato fondamentale da questo punto di vista. Ciò che ha reso importantissimo il gioco all’interno dello sterminato lore della serie “The Legend of Zelda” è stata la canonizzazione di un tema decisivo: il tempo. Come suggerisce già il titolo, il tempo funge da elemento fondamentale all’interno delle dinamiche narrative e di gameplay dell’intera esperienza: grazie all’uso di un’ocarina, Link è in grado di andare avanti e indietro nel tempo nel tentativo di ripristinare un ordine messo a repentaglio dal grande villain della serie, Ganondorf. Ma il gioco non si limita a questo: con l’introduzione delle diverse linee temporali parallele, quelle del “Link bambino” e del “Link adulto”, Nintendo rende per la prima volta il tema un elemento strutturale della saga, che in realtà ne aveva già visto qualche accenno in un titolo di poco precedente a “Ocarina of Time”, ossia “The Legend of Zelda: A Link to the Past”, pubblicato nel 1991 su Super Nintendo Entertainment System (SNES). Da quel momento in poi, la timeline di “The Legend of Zelda” si dirama in tre differenti cronologie: il ramo della sconfitta dell’Eroe, quello di Link bambino e, infine, il ramo di Link adulto. A queste tre linee temporali si aggiungono un “tronco comune” antecedente e un segmento non ancora pienamente canonizzato, quello degli ultimi due capitoli, “Breath of the Wild” e “Tears of the Kingdom”. “Ocarina of Time” rappresenta dunque un importante momento di frattura: il gioco che ha di fatto permesso al tempo di diventare una valuta fondamentale all’interno delle dinamiche della serie. Ma perché il tempo è così centrale all’interno della saga? La risposta va cercata, prima ancora che nelle meccaniche, nel titolo stesso della serie: quella di “Zelda” non è la storia di un singolo eroe, ma una leggenda – e, come tutte le leggende, è un racconto destinato a ripetersi e a essere tramandato.
Link e Zelda non sono personaggi unici, bensì incarnazioni ricorrenti di uno stesso schema, un ciclo che “Skyward Sword” ha formalizzato a posteriori con la maledizione di Demise, che condanna i discendenti dell’eroe e della dea a scontrarsi in eterno con il Male. Ma il tempo è anche uno strumento di game design: viaggiare tra passato e presente permette di raddoppiare il mondo di gioco senza raddoppiarne la mappa, trasformando uno stesso spazio in due luoghi legati da un rapporto di causa ed effetto – ciò che Link compie da bambino cambia ciò che troverà da adulto. E, soprattutto, è la lente attraverso cui la serie ha saputo affrontare temi sorprendentemente maturi per un’avventura dall’aspetto fiabesco. Il salto di sette anni di “Ocarina of Time” è prima di tutto un racconto di formazione, la perdita dell’infanzia di un ragazzino che si addormenta bambino e si risveglia in un mondo devastato. Il ciclo dei tre giorni di “Majora’s Mask” diventa una riflessione sulla mortalità e sul lutto. Il finale di “The Wind Waker” sceglie di lasciar andare il passato anziché restaurarlo. “Breath of the Wild” e “Tears of the Kingdom”, infine, fanno della memoria – da ricostruire o, letteralmente, da riavvolgere – il cuore stesso dell’esperienza.
Il tempo, in altre parole, è il collante che tiene insieme una saga fatta di capitoli spesso slegati tra loro: ed è proprio con “Ocarina of Time” che questo collante ha trovato per la prima volta la sua forma compiuta. A quasi trent’anni dalla sua prima uscita, “Ocarina of Time” continua a essere molto più di un classico da celebrare con nostalgia: è un punto di riferimento con cui chiunque si cimenti con l’action-adventure in tre dimensioni deve, prima o poi, fare i conti. Le sue intuizioni – dallo Z-targeting all’esplorazione libera di un mondo coerente e stratificato – sono diventate a tal punto parte del vocabolario del medium da risultare quasi invisibili, assorbite come regole di base anziché ricordate come innovazioni. Ma il suo lascito più profondo resta forse proprio il tempo: quell’idea, semplice e potentissima, che un videogioco possa raccontare la crescita, la perdita e la memoria non soltanto attraverso le sue storie, ma attraverso le sue stesse meccaniche.
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