"Cime tempestose": il re-read collettivo è già un fenomeno di massa ma io trovo il romanzo pesante come un macigno
Se fosse una pizza sarebbe quella indigeribile con peperoni, cipolle e pancetta
Cecilia Pizzaghi
|21 ore fa

Una booktoker trova pensante "Cime tempestose"© Instagram
Negli ultimi giorni, probabilmente come gran parte dei lettori dall’animo romantico, ho riletto “Cime tempestose”.
Questo “re-read” collettivo, scaturito dall’uscita dell’ultimissimo riadattamento cinematografico, non è che un’anticipazione del fenomeno di massa che si propagherà nei prossimi giorni, statene certi.
Quando tutti avranno visto la pellicola dall’animo dannatamente e bizzarramente pop, con quella bomba sexy della Barbie (e, a parer mio, barb-osa) Margot Robbie e quel neoeletto toy-boy Frankenstein di Jacob Elordi nei panni dei protagonisti; quando tutti avranno ascoltato e riascoltato la colonna sonora epic-tekno della mitica Charli xcx; quando tutti avranno indossato un paio di collant Calzedonia limited edition ispirati alla gothic love story; quando tutti avranno prenotato una notte all’Airbnb simil-casa Linton; allora in molti acquisteranno anche la loro copia di “Cime tempestose” edizione Einaudi, con la nuova, catchy, markettosa, criticatissima sovracopertina.
E così, anche chi mai prima d’ora si sarebbe approcciato a un libro del genere leggerà uno dei classici più tormentati e oscuri di sempre. O meglio, proverà a leggerlo.
Ci tengo a fare questa distinzione perché - lasciate che sia onesta - rileggere “Cime tempestose” dopo quasi vent’anni mi ha fatto sentire o profondamente invecchiata o dannatamente arrugginita. L’ho trovato pesantissimo, macchinoso e molto, molto, molto meno avvincente di quanto ricordassi.
E a quanto pare, non sono l’unica ad aver avuto questo brusco risveglio. Sui social orde di Gen Z stanno già ammettendo, a suon di meme, di star facendo una fatica a cui non sono abituati nel seguire la trama, capire la genealogia dei personaggi, e, in ultimo, apprezzarlo.
Devo dirlo: come dar loro torto.
Questo “re-read” collettivo, scaturito dall’uscita dell’ultimissimo riadattamento cinematografico, non è che un’anticipazione del fenomeno di massa che si propagherà nei prossimi giorni, statene certi.
Quando tutti avranno visto la pellicola dall’animo dannatamente e bizzarramente pop, con quella bomba sexy della Barbie (e, a parer mio, barb-osa) Margot Robbie e quel neoeletto toy-boy Frankenstein di Jacob Elordi nei panni dei protagonisti; quando tutti avranno ascoltato e riascoltato la colonna sonora epic-tekno della mitica Charli xcx; quando tutti avranno indossato un paio di collant Calzedonia limited edition ispirati alla gothic love story; quando tutti avranno prenotato una notte all’Airbnb simil-casa Linton; allora in molti acquisteranno anche la loro copia di “Cime tempestose” edizione Einaudi, con la nuova, catchy, markettosa, criticatissima sovracopertina.
E così, anche chi mai prima d’ora si sarebbe approcciato a un libro del genere leggerà uno dei classici più tormentati e oscuri di sempre. O meglio, proverà a leggerlo.
Ci tengo a fare questa distinzione perché - lasciate che sia onesta - rileggere “Cime tempestose” dopo quasi vent’anni mi ha fatto sentire o profondamente invecchiata o dannatamente arrugginita. L’ho trovato pesantissimo, macchinoso e molto, molto, molto meno avvincente di quanto ricordassi.
E a quanto pare, non sono l’unica ad aver avuto questo brusco risveglio. Sui social orde di Gen Z stanno già ammettendo, a suon di meme, di star facendo una fatica a cui non sono abituati nel seguire la trama, capire la genealogia dei personaggi, e, in ultimo, apprezzarlo.
Devo dirlo: come dar loro torto.

Provo a raccontarvi cos’è successo a me. Prima di rileggerlo da over 30 avevo un’idea molto romantica di “Cime tempestose”. Ero convinta fosse il più grande esempio di una storia d’amore dirompente, viscerale, in grado di oltrepassare il tempo, lo status sociale e, perché no, persino la morte.
Ambientata nelle desolate brughiere inglesi dell’Ottocento, ricordavo che il romanzo ruotasse tutto attorno a Heathcliff, un ragazzo misterioso raccolto come trovatello e a Catherine Earnshaw, la figlia ribelle della casa che lo accolse. Chiunque abbia visto anche un solo adattamento cinematografico conosce questa porzione di libro: tra Heathcliff e Catherine si instaura una connessione profonda e indissolubile. Ma anche le convenzioni sociali hanno le loro regole e Catherine sceglie la sicurezza del matrimonio con Edgar Linton, il gentile e ricco vicino di casa. Heathcliff, ferito nell’orgoglio e nel cuore, scompare per anni, per poi tornare a scombussolare le vite di tutti quelli che gli stanno attorno.
Quello che molti film non trattano, e che io avevo in gran parte dimenticato, è ciò che accade dopo la morte di Catherine: Heathcliff comincia a portare avanti una vendetta intragenerazionale seducendo la sorella di Linton, manipolando la propria prole, abusando di quella della sua “amata” Catherine e, in un senso perverso, pareggiando i conti con il suo passato.
Che cosa rende così ostica questa trama apparentemente classica e banalotta?
Innanzitutto il punto di vista: la voce narrante è palleggiata tra un del tutto estraneo ai fatti, l’affittuario dell’Heathcliff adulto (e arricchito), e una governante che ha visto e sentito tutto, stando prima al servizio della famiglia Earnshaw, poi dei Linton e infine degli Heathcliff.
Anche la genealogia dei personaggi non aiuta a districarsi nella trama: Heathcliff viene adottato dagli Earnshaw, ma quando il pater familias muore, il figlio Hindley lo degrada a servo. Nel frattempo Catherine Earnshaw sposa Edgar Linton. Per vendicarsi, Heathcliff sposa la sorella di lui, Isabella. La figlia di Catherine ed Edgar, Cathy Linton, il figlio di Heathcliff e Isabella, Linton Heathcliff e il figlio di Hindley, Hareton Earnshaw (che caos questi nomi!) si incontrano, diventano nemici-amici e subiscono le peggiori conseguenze della vendetta dell’Heathcliff originario.
Ambientata nelle desolate brughiere inglesi dell’Ottocento, ricordavo che il romanzo ruotasse tutto attorno a Heathcliff, un ragazzo misterioso raccolto come trovatello e a Catherine Earnshaw, la figlia ribelle della casa che lo accolse. Chiunque abbia visto anche un solo adattamento cinematografico conosce questa porzione di libro: tra Heathcliff e Catherine si instaura una connessione profonda e indissolubile. Ma anche le convenzioni sociali hanno le loro regole e Catherine sceglie la sicurezza del matrimonio con Edgar Linton, il gentile e ricco vicino di casa. Heathcliff, ferito nell’orgoglio e nel cuore, scompare per anni, per poi tornare a scombussolare le vite di tutti quelli che gli stanno attorno.
Quello che molti film non trattano, e che io avevo in gran parte dimenticato, è ciò che accade dopo la morte di Catherine: Heathcliff comincia a portare avanti una vendetta intragenerazionale seducendo la sorella di Linton, manipolando la propria prole, abusando di quella della sua “amata” Catherine e, in un senso perverso, pareggiando i conti con il suo passato.
Che cosa rende così ostica questa trama apparentemente classica e banalotta?
Innanzitutto il punto di vista: la voce narrante è palleggiata tra un del tutto estraneo ai fatti, l’affittuario dell’Heathcliff adulto (e arricchito), e una governante che ha visto e sentito tutto, stando prima al servizio della famiglia Earnshaw, poi dei Linton e infine degli Heathcliff.
Anche la genealogia dei personaggi non aiuta a districarsi nella trama: Heathcliff viene adottato dagli Earnshaw, ma quando il pater familias muore, il figlio Hindley lo degrada a servo. Nel frattempo Catherine Earnshaw sposa Edgar Linton. Per vendicarsi, Heathcliff sposa la sorella di lui, Isabella. La figlia di Catherine ed Edgar, Cathy Linton, il figlio di Heathcliff e Isabella, Linton Heathcliff e il figlio di Hindley, Hareton Earnshaw (che caos questi nomi!) si incontrano, diventano nemici-amici e subiscono le peggiori conseguenze della vendetta dell’Heathcliff originario.

Infine, trovo “Cime tempestose” maledettamente ostico per il carattere dei suoi personaggi: ragazzine viziate, uomini violenti, servi invasati, ma soprattutto due protagonisti al limite del sopportabile.
Forse più di tutto mi ha stupito la distanza tra il ricordo che avevo di questo romanzo e quello che ho ritrovato rileggendolo da adulta.
Ho sempre avuto in mente un’immagine molto romanticizzata di questo grande classico, e, in un certo senso, la colonna sonora epica, i bellocci e gli abiti di chiffon dell’ultima pellicola ci stanno alla perfezione.
Ero convinta che “Cime tempestose” fosse il manifesto di un concetto molto moderno che sta tornando largamente di moda: lo yearning. Si tratta di quella nostalgia che non riguarda solo il passato, ma qualcosa che non si ha mai avuto davvero, un desiderio logorante, romantico ma anche crudele.
In realtà, rileggerlo da adulta - consapevole, se vogliamo “woke” - mi ha fatto sgranare gli occhi per quattrocento e passa pagine. Perché quella che viene ritratta non mi sembra una grande storia d’amore, semmai una grande storia di ossessione, di non detto, di individualismo e di violenza, fisica e psicologica.
I due protagonisti sono un gomitolo di difetti gravissimi. Catherine è stata dipinta come un’icona intramontabile di donna libera e indipendente, ma il suo ritratto di Dorian Gray, per me, nasconde una ragazza cocciuta, capricciosa, egocentrica e narcisista, alla continua ricerca dell’elogio, se non addirittura della venerazione. Heathcliff è stato idealizzato come maschio alfa che lotta per il suo amore; io l’ho trovato un personaggio dispotico, dalla mascolinità che oggi definiremmo tossica, mosso da un orgoglio violento, e disposto a tutto non per l’affetto della sua amata, bensì per vendicare il proprio ego ferito.
Forse più di tutto mi ha stupito la distanza tra il ricordo che avevo di questo romanzo e quello che ho ritrovato rileggendolo da adulta.
Ho sempre avuto in mente un’immagine molto romanticizzata di questo grande classico, e, in un certo senso, la colonna sonora epica, i bellocci e gli abiti di chiffon dell’ultima pellicola ci stanno alla perfezione.
Ero convinta che “Cime tempestose” fosse il manifesto di un concetto molto moderno che sta tornando largamente di moda: lo yearning. Si tratta di quella nostalgia che non riguarda solo il passato, ma qualcosa che non si ha mai avuto davvero, un desiderio logorante, romantico ma anche crudele.
In realtà, rileggerlo da adulta - consapevole, se vogliamo “woke” - mi ha fatto sgranare gli occhi per quattrocento e passa pagine. Perché quella che viene ritratta non mi sembra una grande storia d’amore, semmai una grande storia di ossessione, di non detto, di individualismo e di violenza, fisica e psicologica.
I due protagonisti sono un gomitolo di difetti gravissimi. Catherine è stata dipinta come un’icona intramontabile di donna libera e indipendente, ma il suo ritratto di Dorian Gray, per me, nasconde una ragazza cocciuta, capricciosa, egocentrica e narcisista, alla continua ricerca dell’elogio, se non addirittura della venerazione. Heathcliff è stato idealizzato come maschio alfa che lotta per il suo amore; io l’ho trovato un personaggio dispotico, dalla mascolinità che oggi definiremmo tossica, mosso da un orgoglio violento, e disposto a tutto non per l’affetto della sua amata, bensì per vendicare il proprio ego ferito.

Molti amanti della letteratura starebbero gongolando nel vedere che un romanzo tornato alla ribalta grazie a un film dannatamente mainstream rimane inaccessibile per le masse. Ma, a dirla tutta, io non gioco in questa squadra. Nel mondo che vorrei, la lettura non sarebbe una pratica elitaria, ma un hobby di cui discutere a ogni occasione. Perciò non riesco proprio a trovare un lieto fine in questa delusione di massa causata dalla lettura di “Cime tempestose”. Quando ho riaperto il classico, l’ho fatto con l’intento di potervi sciorinare tutte le sue qualità, tutti gli elementi che lo potessero rendere attuale o immedesimabile per la mia generazione o per quelle più giovani. Ahimè - o forse, fortunatamente - non ho trovato nulla di positivo e moderno della relazione disfunzionale tra Catherine e Heathcliff. Hanno tratti molto da Gen Z, questo sì: la consapevolezza dei propri difetti, il continuo dichiararsi odiosi, rovinati, reietti. Ma, a differenza dei due protagonisti gotici, credo che i ventenni di oggi non traggano piacere nel distruggersi a vicenda. In caso contrario, farebbero comunque fatica a leggere la propria storia — proprio come stanno facendo fatica a leggere quella di Catherine e Heathcliff.
Dunque, se “Cime tempestose” fosse una pizza sarebbe una quattro formaggi, con aggiunta di cipolle, peperoni e pancetta: una pizza pesante come un macigno, che se sarete in grado di finire, non riuscirete comunque a digerire. Consiglio dello chef? Meglio propendere per altro sul menu.
Dunque, se “Cime tempestose” fosse una pizza sarebbe una quattro formaggi, con aggiunta di cipolle, peperoni e pancetta: una pizza pesante come un macigno, che se sarete in grado di finire, non riuscirete comunque a digerire. Consiglio dello chef? Meglio propendere per altro sul menu.

