Second hand di lusso, la sostenibilità sposa il restauro artigianale
A Parma un modello di business basato sull’acquisto diretto. I pezzi più iconici rivivono con qualità garantita anche dall’AI
Giulia Marzoli
|11 ore fa

Alessandro e Davide davanti alla vetrina in puro spirito “second hand” in centro a Parma
Passeggiando lungo Strada della Repubblica, in centro a Parma, una vetrina attira lo sguardo: è quella di D2Lab, boutique di second hand di fascia alta. Tra pezzi contemporanei e vintage, borse e accesso ritornano a circolare dopo un lavoro attento di selezione e ripristino. È qui che incontro Davide e Alessandro: mi raccontano come, insieme a un terzo socio, abbiano scommesso sulla trasformazione del mercato dell’usato in un’esperienza d’eccellenza.
Partiamo dalle origini. Davide, come nasce il vostro progetto e come si è evoluto da ingrosso a boutique?
«Tutto è iniziato nel 2022. Per due anni ho portato avanti da solo una piccola attività di ingrosso nel mercato B2B (business to business) affiancandola al mio precedente lavoro nel settore automotive. Poi ho conosciuto Alessandro proprio nell’azienda in cui lavoravo e da lì le cose hanno iniziato a prendere una direzione diversa. Nel giugno 2024 abbiamo deciso, insieme a un terzo socio che è anche il nostro commercialista, di unire le forze per creare qualcosa di più grande e strutturato. Abbiamo mantenuto l’ingrosso, che rimane una parte fondamentale del nostro lavoro, ma abbiamo iniziato a ragionare anche sul B2C (business to consumer). Così, il 1° settembre 2025, abbiamo aperto questo spazio a Parma, con l’obiettivo di arrivare direttamente al cliente finale e non più solo ai commercianti.
Alessandro, la sostenibilità appare come un punto cruciale della vostra attività. In che modo si traduce nel vostro modello operativo?
«La nostra filosofia si basa sul recupero, per questo acquistiamo direttamente da privati oggetti che non vengono più utilizzati e li rimettiamo in circolo. Ma non solo, ci approvvigioniamo anche tramite aste internazionali e stock, cercando sempre prodotti già esistenti. Anche quando un articolo è “nuovo”, non proviene mai da acquisti retail diretti. In questo modo evitiamo nuova produzione. L’attenzione si riflette anche nei dettagli: cartellini in carta riciclata, corde naturali, arredi recuperati da contesti precedenti. Per noi è un modo concreto per ridurre l’impatto e dare valore a ciò che esiste già».
Molti clienti faticano a distinguere i vostri prodotti dal nuovo. Qual è il segreto della vostra cura?
«Gran parte del nostro lavoro ruota attorno al ripristino. Davide, come me, arriva dal settore automotive, ma lui si occupava di controllo qualità e questo includeva anche il ripristino della pelle, competenze che ha potuto trasferire anche qui. Ogni borsa viene pulita, sanificata e trattata con attenzione. Fin dove possibile gestiamo questi processi internamente, altrimenti ci affidiamo a laboratori esterni specializzati. L’obiettivo è sempre lo stesso: riportare il prodotto a una condizione ottimale, senza però snaturarne il carattere e il fascino che gli anni gli hanno donato».
Il mercato del lusso richiede certezze assolute. Come gestite il processo di autenticazione?
«Ci affidiamo anche a sistemi esterni come Entrupy, una tecnologia avanzata che analizza con intelligenza artificiale e microscopicamente materiali e finiture confrontandoli con un database internazionale. Garantisce un’accuratezza del 99,8% e prevede anche una copertura assicurativa in caso di errore. A questo, naturalmente, si aggiunge la nostra esperienza, che resta un elemento fondamentale nel processo di autenticazione. Inoltre, ogni singolo prodotto è tracciato tramite un nostro gestionale interno: sappiamo da dove arriva, quando è entrato, quali interventi di ripristino abbiamo effettuato e quando è stato venduto. Questo ci permette di avere sempre il massimo controllo».
In un’epoca dominata dall’e-commerce, perché avete scelto di puntare su un punto vendita fisico?
«Perché quando si parla di lusso usato, la fiducia è fondamentale. Il negozio permette un rapporto diretto con il cliente e servizi immediati come l’acquisto o la permuta. Detto questo, siamo presenti anche online su piattaforme già esistenti, dove registriamo vendite quotidiane. Abbiamo scelto di non creare un e-commerce proprietario, ma di utilizzare strumenti già attivi, e anche questo, in un certo senso, è un approccio sostenibile».
Qual è la differenza tra la vostra realtà e un classico negozio vintage?
«Noi acquistiamo direttamente i prodotti, assumendoci il rischio d’impresa e pagando subito il cliente, molti negozi vintage lavorano invece in conto vendita. Questo cambia completamente la struttura, noi operiamo come una società organizzata, con un sistema gestionale che traccia ogni articolo in modo univoco».
Quali sono i pezzi più significativi della vostra collezione attuale?
«Abbiamo articoli con storie importanti: una Chanel di fine anni ’80, una ‘Saddle’ di Dior dei primi anni Duemila, modelli Louis Vuitton degli anni ’70, edizioni limitate di Bottega Veneta. Secondo la nostra esperienza, la qualità costruttiva di molti pezzi del passato è superiore a quella attuale, sia nei materiali sia nelle lavorazioni. Oggi i prezzi sono aumentati molto, ma non sempre in proporzione alla qualità. Il nostro obiettivo è mantenere i prezzi accessibili, anche perché preferiamo vendere più prodotti piuttosto che puntare tutto su pochi pezzi con margini più alti».

