Ritratti di famiglia disegnati a china dove riconoscerci con un sorriso

In un secolo abbondante il mondo è cambiato, ma non le parentele che i fumetti raccontano dall’inizio del ’900

Alessandro Sisti
|21 ore fa
La famiglia Bumstead di Chic Young al completo, con i figli grandicelli
La famiglia Bumstead di Chic Young al completo, con i figli grandicelli
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Come vi trovereste a vivere cent’anni fa o poco più? Niente internet e web (nel bene o nel male), né cellulari, forni a microonde e neppure un televisore in bianco e nero, però aspettate a farvi prendere dal panico, perché se è opinione comune che durante il XX secolo il mondo sia cambiato come mai prima nella storia, tante cose non erano poi così diverse. Pochi frigoriferi, ma le ghiacciaie facevano egregiamente il loro mestiere; il telefono – seppure ancora non molti ce l’avessero in casa – era già parte della quotidianità, per spostarsi c’erano automobili e mezzi pubblici e i giornali provvedevano a diffondere le notizie. Magari non in tempo reale come nel presente, ma ugualmente nel giro di ventiquattr’ore anche dal capo opposto del pianeta, con il telegrafo o grazie alla radio, che insieme al cinema assicurava un intrattenimento mediatico paragonabile ai nostri.
E ovviamente esistevano i fumetti, dunque tutto sommato non sarebbe difficile adattarci alla vita dei primi decenni del ‘900, specie a quella delle famiglie nella società urbana occidentale, che nel corso del Secolo Breve si è trasformata solo fino a un certo punto… lasciando una traccia di sé nelle vignette fin da ”Bringing up father”, di Geo McManus. Se non siete appassionati storici di comics questo titolo – che alla lettera si potrebbe tradurre con “Allevando papà” – non vi dirà un granché, eppure si tratta d’una delle serie più longeve di sempre, pubblicata sui quotidiani americani dal 1913 al 2000 e in Italia dal 1921, come “Arcibaldo e Petronilla”, sul Corriere dei Piccoli dei bisnonni. La vicenda che fa da filo conduttore alle strisce è quella di Maggie e Jiggs (appunto Petronilla e Arcibaldo), una coppia di condizioni modeste immigrata dall’Irlanda negli Stati Uniti, dove lui trova lavoro come operaio e lei fa la lavandaia.
Fino al giorno in cui vincono un milione di dollari alla lotteria, ritrovandosi in cima alla scala sociale. Un bel salto, tuttavia Maggie non è a disagio nel ruolo di nuova ricca, cerca il proprio posto nelle classi alte (che non la rifiutano) e ne assume i modi, immediatamente naturali per la giovane figlia Nora, alla quale si aggiungerà sporadicamente il fratello Ethelbert, il cui nome ricercato lascia intuire come la famiglia si sia adeguata a uno status più elevato. Con l’eccezione del povero Jiggs, che anche se adesso non deve più badare al centesimo vorrebbe continuare ad andare al pub con gli amici di un tempo a tracannare birra scura e intonare limericks, per cui moglie e figlia le provano tutte per educarlo, ma c’è poco da fare: papà è quello che è.

A parte la realizzazione del sogno americano, l’istintivo e inappropriato papà Jiggs, che l’autore disegna stempiato, sovrappeso e in difficoltà con le maniere ricercate pretese dalla famiglia, non vi ricorda nessuno? Spostandoci di parecchi decenni in avanti e cambiando medium – ma solo un pochettino, dalla carta stampata all’animazione – proviamo a dare un milione (anzi, un miliardo, che il dollaro non è più quello del 1913) ai Simpson, dai quali peraltro sono stati tratti anche fumetti, oppure ai Griffin e rivedremo le medesime gag fra Homer e Marge o Lois e Peter.
Al contrario passano dalla ricchezza alla piccola borghesia Blondie e il marito Dagwood nella striscia “Blondie” del 1930, di Murat Young, detto Chic. Dagwood Bumstead, o Dagoberto per il pubblico italiano, è il rampollo di un miliardario che si oppone al suo matrimonio con la deliziosa Blondie Boopadoop, di ceto inferiore. Tuttavia i due convolano, s’insediano nella classica villetta suburbana e Dagwood, diseredato, è costretto a lavorare. A disorientarlo non è però il cambio di posizione sociale, bensì la vita coniugale e poi quella da genitore quando la famiglia cresce con l’arrivo di Alexander, seguito dalla sorellina Cookie e – per completare il clan – dalla cagnolina Daisy.
Per fortuna intanto Blondie, dalla “flapper” reginetta delle sale da ballo, frivola e un po’ svanita come l’avrebbe scritta Francis Scott Fitzgerald, è diventata un’inappuntabile mamma e padrona di casa, con tutte le soluzioni nelle tasche del grembiule a volant. Il discendente di Dagwood come rappresentante della “middle class” è Hiram Flagston, abbreviato in Hi per intitolare la serie “Hi & Lois” (la sua signora), creata nel 1954 dagli statunitensi Mort Walker e Dik Browne. La famiglia Flagston, ribattezzata De Guai nel nostro Paese per le sue piccole disavventure domestiche, conta ben quattro eredi (d’altronde si era in pieno baby boom), dal primogenito Chip ai gemelli Ditto e Dot e a Trixie, che i lettori della mia età ricorderanno come Ciccibum sulle nostre pagine nazionali, la quale gattona e ancora non parla, però pensa moltissimo, anche se fortunatamente in maniera meno cinica di Stewie dei Griffin.
Più – non ultimo – il cane Dawg, noto da noi come Canebau. Se lo scenario è quello d’una famiglia media fra gli anni Cinquanta e Sessanta, non necessariamente americana per cui le strip hanno riscosso anche il consenso europeo, il pur integrato Hi è spiazzato dalla contestazione minimale dell’adolescente Chip e fa giocare Trixie, che viceversa è sicura d’essere lei a intrattenerlo e si diverte per il suo vocabolario infantile, convinta che presto o tardi anche papà maturerà. Inutile dire che per parte sua mamma Lois gestisce sorridendo tutti quanti, modello di quella che oggi definiremmo una “Karen” della periferia residenziale, che allora era l’archetipo della donna moderna e padrona della situazione quanto lo era Maggie quasi cinquant’anni prima.
Fra l’altro pure “Hi & Lois” è stata una serie duratura in cui i lettori hanno continuato a lungo a riconoscersi e tanto questa che “Blondie” (e Dagwood) possono chiamarsi fumetti di famiglia non soltanto per ciò che raccontano, ma anche perché Walker e Browne hanno lasciata la prima in eredità ai rispettivi figli Greg e Robert, che hanno continuato a sceneggiarla e disegnarla fino al 1971 e a ripubblicarla fino a vent’anni fa, così come alla morte di Chic Young a scrivere “Blondie” è passato il figlio Dean, affidandone il disegno a vari artisti. Sì, vabbé – obbietterà qualcuno – comunque parliamo di famiglie d’oltreoceano, lontane decenni anche nel tempo. Quelle italiche del 2026 sono un’altra cosa. Oppure no? Walter Leoni, fumettista e vignettista di primo piano sulla ribalta nazionale, mette in scena la sua nelle strisce di “Totally Unnecessary Comics”, che compongono il volume dal titolo “Cresci piano pensa a me!”, edito nel 2024. La famiglia Leoni è formata da lui stesso, dalla minuscola (così la disegna) e concreta consorte e dal loro pargolo, che dall’immaginifico e artistico babbo si aspetta e ottiene affetto e partecipazione.
Per la razionalità c’è mammina. Dall’analisi dell’universo familiare attraverso i fumetti si deduce quindi che: A) Le mamme la sanno lunga, mentre B) noi papà facciamo quello che possiamo e C) i figli movimentano la situazione, per concludere che, come scriveva Tolstoj, «Tutte le famiglie felici si assomigliano», comprese in fondo anche quelle fumettate. Tranne forse la Famiglia Addams, che prima di dar vita a serie televisive in azione vivente (ovvero interpretate da attori) e d’animazione, a film di successo nonché a un musical, è nata nel 1938 come fumetto, ispirato dal suo creatore Charles Addams alla propria famiglia. Addams ne descriveva il capofamiglia Gomez come un entusiasta, specificando che però la pallida moglie Morticia, pacata, intelligente e letale, era il vero capo di casa. Ma va’?