Non soltanto Silente. Richard Harris eroe assoluto tra virus letali e animali vendicativi
“Cassandra Crossing” e “L’orca assassina” trasformano l’attore irlandese in alfiere del filone catastrofico e d’avventura

Michele Borghi
|19 ore fa

Richard Harris con Charlotte Rampling in “L’orca assassina” di Michael Anderson
Agli occhi di figli e nipoti, quelli della Generazione Z e dei Millennial più giovani, rimarrà per sempre incastonato nella pietra filosofale di Hogwarts: il volto rugoso e rassicurante di Albus Silente nei primi due cine-capitoli di Harry Potter. Per i nostri nonni, invece, Richard Harris era l’incarnazione della sofferenza e del riscatto in “Un uomo chiamato Cavallo”, dove interpretava John Morgan, il nobile inglese catturato dai Sioux nel Dakota del XIX secolo e sottoposto a riti d’iniziazione brutali che hanno fatto la storia del western revisionista.
Noi della “generazione di mezzo”, cresciuti a merendine industriali e pomeriggi davanti al televisore a tubo catodico, lo porteremo per sempre nel cuore come l’alfiere indiscusso del filone catastrofico e avventuroso. Richard Harris non tanto saggio mago con la barba d’argento, ma eroe stropicciato e carismatico di kolossal che mescolavano il glamour hollywoodiano con la grinta del cinema di genere europeo.
Gira e rigira, quel suo volto “scolpito” e intensamente vissuto è rimasto impresso a fuoco nella memoria collettiva, un ponte tra il vecchio mondo del cinema d’autore e i moderni blockbuster.
Oggi, mentre le piattaforme streaming ci ripropongono la saga di J.K. Rowling per la millesima volta, io scelgo l’adrenalina vintage. Chiudo gli occhi e prendo il treno di “Cassandra Crossing”, poi leverò le ancore con Bumpo, la mitica barca de “L’orca assassina”.
Un tuffo a metà degli anni ’70, quando Harris, già divo di fama internazionale grazie a performance fisiche e viscerali, decise di stringere un patto d’acciaio con i grandi produttori italiani Carlo Ponti e Dino De Laurentiis dando vita a due cult assoluti.
Il primo round di questa epopea è stato appunto “Cassandra Crossing” (1976), il thriller adrenalinico diretto da George Pan Cosmatos. Prodotto da Ponti, marito di Sophia Loren, in collaborazione con il magnate britannico Lew Grade, il film è un concentrato di suspense medica e politica. Harris interpreta il dottor Jonathan Chamberlain, un medico che si ritrova bloccato su un treno transcontinentale dove è scoppiata un’epidemia letale causata da un virus polmonare.
Il cast era un vero e proprio “Who’s Who” del firmamento cinematografico: una divina Loren nei panni della ex moglie di Harris, un autoritario Burt Lancaster, l’iconica Ava Gardner, Martin Sheen e persino un giovane O.J. Simpson. Girato in gran parte negli studi di Cinecittà, a Roma, con un budget di circa 5 milioni di dollari, il film mescola sapientemente il glamour delle dive con una trama ansiogena che tiene lo spettatore incollato alla poltrona, portando a casa incassi stellari in Europa e pure in Giappone.
L’anno successivo, nel 1977, Harris alza la posta con “L’orca assassina”, una produzione targata De Laurentiis. Qui l’attore veste i panni (e il berretto) del capitano Nolan, pescatore irlandese che, nel tentativo di catturare un’orca per rivenderla ai parchi acquatici, finisce per uccidere per errore una femmina incinta.
Da quel momento, il film vira verso una tragedia di stampo shakespeariano: il maschio del cetaceo inizia una persecuzione spietata e intelligente contro Nolan, radendo al suolo villaggi e barche per attirarlo in un duello finale tra i ghiacci.
Ispirato spudoratamente al successo de “Lo squalo” di Steven Spielberg, ma dotato di un’anima molto più malinconica e ambientalista, il film vanta una colonna sonora struggente firmata da Ennio Morricone. Accanto a Harris brillano una splendida Charlotte Rampling, il possente Will Sampson (il grande capo di “Qualcuno volò sul nido del cuculo”) e una giovanissima Bo Derek al debutto assoluto.
De Laurentiis investì 6 milioni di dollari, regalando al pubblico effetti speciali all’avanguardia per l’epoca e riprese spettacolari effettuate tra Malta e le gelide coste canadesi.
“Cassandra Crossing” e “L’orca assassina” funzionarono benissimo al cinema, ma è stato il piccolo schermo ad elevarli a cult generazionali. I due titoli divennero appuntamenti fissi per noi spettatori catodici degli anni ’80 e ’90. La Rai e le reti private trasmettevano queste pellicole un giorno sì e l’altro pure. Impossibile accendere il televisore senza incappare in Harris, eroe tormentato, capace di trasmettere contemporaneamente vulnerabilità commovente e forza contagiosa. Una presenza magnetica, “venerabile” anche prima di indossare il cappello a punta di Silente. Erano anni difficili per l’attore irlandese, segnati da feroci battaglie personali con l’alcol e le dipendenze che lo portarono a diversi ricoveri, ma sullo schermo la sua presenza rimaneva magnetica.
Negli anni successivi tornò a ruggire con performance da Oscar in “Il campo” (1990) di Jim Sheridan e con la solennità imperiale di Marco Aurelio ne “Il gladiatore” (2000) di Ridley Scott. Ma per chi è cresciuto con i “film della sera” in tv, Harris resterà per sempre l’uomo che sfidava i virus sui treni in corsa e le orche giganti nell’Atlantico. Un attore che non aveva paura di sporcarsi le mani, ponte vivente tra l’eleganza della vecchia Hollywood e la furia del cinema moderno.

