Rivive lo spirito rock di Alexander McQueen, l'iconico stilista scomparso 15 anni fa
Sabato 31 gennaio (alle ore 10) una conversazione sulla moda con lo storico Alessandro Maliverni al caffé letterario del Liceo Gioia

Eleonora Bagarotti
|13 ore fa

Alexander McQueen nel suo studio
Questa pagina è dedicata al grande stilista Alexander McQueen e il motivo è presto detto: nel 2020, per il decennale della sua tragica e prematura scomparsa (McQueen è morto suicida a soli 40 anni), Parigi gli ha dedicato una sfilata con alcuni dei suoi pezzi più iconici, presentata da Sarah Burton, stilista inglese e direttrice creativa di Givenchy (già assistente di McQueen), come «un evento in cui rivive lo spirito rock di Alexander». E quello spirito rock, che io amo particolarmente così come tutti gli abiti e gli accessori dello stilista inglese, voglio celebrare oggi in questa rubrica, anticipando un incontro a lui dedicato che terrò insieme allo storico dell’arte e della moda Alessandro Malinverni sabato prossimo, 31 gennaio, alle ore 10 al Caffé del Liceo Gioia, in viale Risorgimento 1 (ingresso libero sino ad esaurimento posti).
McQueen nel 1996 prese il posto di John Galliano come direttore creativo di Givenchy, dove rimase fino al 2001 per «non sentire troppo delimitata» la propria creatività. Alexander, nel corso degli anni, ha in effetti assunto più ruoli prestigiosi, ma alla fine «delimitanti», perciò non si è mai fermato. E oggi, ad oltre 15 anni dalla sua scomparsa, i suoi capi sono sempre più cult e la sua figura insostituibile. Suicidatosi poco dopo la morte della madre, McQueen «è stato, ed è, una stella folgorante e rivoluzionaria, malinconica ma dall’eterna luminosità». Parola di David Bowie, che ha indossato il suo Cappotto Union Jack sulla copertina dell’album “Earthling” (1997) e non se lo è più tolto sino alla fine di un tour mondiale, festival inclusi.
Perché McQueen non era solo (a suo modo) una rockstar, ma vestiva (anche) le rockstar. E spesso con abiti che erano vere e proprie sculture, passando dal visionario gotico e punk alla spettacolarizzazione, dalla grand soirée al grotesque e al cyborg style... una personalità eclettica e costantemente in movimento, con un tratto distintivo - anche nei dettagli - immediatamente riconoscibili.
Opere d’arte, le sue, degne di essere celebrate nei musei. E, prima e dopo la sua morte, sulle copertine e sulle passerelle cavalcate da vere e proprie dive: da Madonna a Lady Gaga e, soprattutto, l’amica Björk.
McQueen nel 1996 prese il posto di John Galliano come direttore creativo di Givenchy, dove rimase fino al 2001 per «non sentire troppo delimitata» la propria creatività. Alexander, nel corso degli anni, ha in effetti assunto più ruoli prestigiosi, ma alla fine «delimitanti», perciò non si è mai fermato. E oggi, ad oltre 15 anni dalla sua scomparsa, i suoi capi sono sempre più cult e la sua figura insostituibile. Suicidatosi poco dopo la morte della madre, McQueen «è stato, ed è, una stella folgorante e rivoluzionaria, malinconica ma dall’eterna luminosità». Parola di David Bowie, che ha indossato il suo Cappotto Union Jack sulla copertina dell’album “Earthling” (1997) e non se lo è più tolto sino alla fine di un tour mondiale, festival inclusi.
Perché McQueen non era solo (a suo modo) una rockstar, ma vestiva (anche) le rockstar. E spesso con abiti che erano vere e proprie sculture, passando dal visionario gotico e punk alla spettacolarizzazione, dalla grand soirée al grotesque e al cyborg style... una personalità eclettica e costantemente in movimento, con un tratto distintivo - anche nei dettagli - immediatamente riconoscibili.
Opere d’arte, le sue, degne di essere celebrate nei musei. E, prima e dopo la sua morte, sulle copertine e sulle passerelle cavalcate da vere e proprie dive: da Madonna a Lady Gaga e, soprattutto, l’amica Björk.
Nato il 17 marzo del 1969 a Lewisham, borgo sud-orientale londinese, sesto ed ultimo di figlio di un tassista e di una insegnante, Lee Alexander McQueen a 16 anni abbondona gli studi per lavorare nella mitica Savile Row (dove hanno sede i più importanti laboratori sartoriali del mondo), per Gieves & Hawkes e per i celebri costumisti teatrali Berman & Nathans. A 20 anni si trasferisce a Milano e collabora con Romeo Gigli. Nel 1992 ritorna a Londra per completare la propria formazione alla prestigiosa Saint Martin’s School of Art. Nel 1996 viene assunto come direttore creativo di Givenchy ed emerge nella scena dell’alta moda con sfilate trasgressive e scioccanti, al punto di essere definito «hooligan della moda». McQueen dichiara che bisogna «avere incubi frequenti, ricordarseli e saperli disegnare».
Nelle sue collezioni veicola anche messaggi: Highland Rape diviene metafora della sottomissione della Scozia all’Inghilterra, i suoi “bumster” definiscono la scollatura sul lato B e poi ci sono i drappeggi, gli abiti floreali, la robotica e l’uso di un bondage raffinato (con maschere) che segnano il decennio dagli anni Novanta al nuovo secolo.
Nel 2000, in Voss “costringe” il pubblico a riflettersi per oltre 2 ore in un cubo specchiato, denunciando l'eccesso di Ego. Nel 2002 porta dei lupi in passerella nelle segrete della Conciergerie che avevano ospitato gli ultimi mesi di Maria Antonietta. In Deliverance, l’anno seguente, trasforma le modelle in ballerine ispirandosi al film “Non si uccidono così anche i cavalli?”. Nel 2004 ricrea una partita di scacchi. Nel 2006 indossa una maglietta a sostegno della modella Kate Moss, che partecipa come ologramma alla sua sfilata, riabilitandola dopo la pubblicazione di foto in cui lei faceva uso di cocaina con l’allora fidanzato Pete Doherty. Per lui è violazione della privacy e, in quell'ambiente, ipocrisia.
Nel 2009 Plato’s Atlantis è l’ultimo trionfo. Ma oggi sappiamo che non c’è mai un ultimo trionfo di Alexander McQueen, il cui lascito troneggia ancora ovunque, dallo street style ai musei più prestigiosi del mondo.
Nelle sue collezioni veicola anche messaggi: Highland Rape diviene metafora della sottomissione della Scozia all’Inghilterra, i suoi “bumster” definiscono la scollatura sul lato B e poi ci sono i drappeggi, gli abiti floreali, la robotica e l’uso di un bondage raffinato (con maschere) che segnano il decennio dagli anni Novanta al nuovo secolo.
Nel 2000, in Voss “costringe” il pubblico a riflettersi per oltre 2 ore in un cubo specchiato, denunciando l'eccesso di Ego. Nel 2002 porta dei lupi in passerella nelle segrete della Conciergerie che avevano ospitato gli ultimi mesi di Maria Antonietta. In Deliverance, l’anno seguente, trasforma le modelle in ballerine ispirandosi al film “Non si uccidono così anche i cavalli?”. Nel 2004 ricrea una partita di scacchi. Nel 2006 indossa una maglietta a sostegno della modella Kate Moss, che partecipa come ologramma alla sua sfilata, riabilitandola dopo la pubblicazione di foto in cui lei faceva uso di cocaina con l’allora fidanzato Pete Doherty. Per lui è violazione della privacy e, in quell'ambiente, ipocrisia.
Nel 2009 Plato’s Atlantis è l’ultimo trionfo. Ma oggi sappiamo che non c’è mai un ultimo trionfo di Alexander McQueen, il cui lascito troneggia ancora ovunque, dallo street style ai musei più prestigiosi del mondo.









