Oltre la leggenda di Jeff Buckley in un docufilm voluto dalla madre

"It's never over", diretto da Amy Berg e prodotto da Brad Pitt, che sono fan del cantautore scomparso a 30 anni nelle acque del Mississippi. Il 16, 17 e 18 marzo nella sale

Eleonora Bagarotti
Eleonora Bagarotti
|18 ore fa
Jeff Buckley
Jeff Buckley
3 MIN DI LETTURA
Chiedi chi era Jeff Buckley. E scopri, magari, di conoscerlo già, anche se ha pubblicato un solo album in studio, “Grace”, prima di annegare tragicamente all’età di 30 anni nel 1997. È accaduto nelle acque profonde dei Mississippi e, prima che lo pensiate, senza che il cantautore fosse ubriaco o drogato. Un assistente che lo stava osservando ha raccontato che (forse per sua stessa volontà?) Buckley è semplicemente entrato nel fiume, sino a sparire.
Bello e tragico, profondo e depresso. Geniale. Jeff rimane uno degli artisti più leggendari, e sottilmente influenti, della sua generazione. Quest’anno avrebbe compiuto 60 anni. E dopo il successo al Sundance Festival e alla Festa del Cinema di Roma arriva in sala, come evento speciale il 16, 17 e 18 marzo “It’s never over: Jeff Buckley”, diretto dalla regista candidata all’Oscar Amy Berg (“Deliver us from evil”, “Janis: little girl blue”, “West of Memphis”) e prodotto dall’attore Brad Pitt, che è un grande fan di Buckley. Prevendite aperte su nexostudios.it.
Jeff con la madre Mary Guibert
Jeff con la madre Mary Guibert
Nel frattempo è uscito per Sony Music, in vinile e Cd, la versione deluxe di “Live at Sin-é”, il celebre Ep di Buckley pubblicato nel 1993. La versione originaria, composta da quattro tracce registrate in un piccolo club di Manhattan, è stata ampliata in un cofanetto rigido che contiene quattro vinili con altrettante copertine progettate individualmente, un libretto con note di copertina, foto a colori e versioni live di brani iconici come “Grace”, “Last goodbye” e “Hallelujah”, il brano di Leonard Cohen che Jeff aveva lanciato con una sua versione struggente.
Un solo album in studio, dicevamo. Il primo e unico (“Grace” del 1994) ed è bastato perché Jeff Buckley, figlio unico del grande musicista Tim Buckley (morto per overdose a soli 28 anni), entrasse nella storia della musica, prima della sua tragica morte. Il documentario di Amy Berg ne ricostruisce la vita e l’itinerario artistico nel contesto culturale della New York degli anni Ottanta e Novanta. Raccontato attraverso materiali d’archivio inediti provenienti dal patrimonio personale di Buckley e testimonianze intime della madre Mary Guibert, delle ex compagne Rebecca Moore e Joan Wasser, dei suoi ex compagni di band - tra cui Michael Tighe e Parker Kindred - e di artisti come Ben Harper e Aimee Mann, “It’s never over: Jeff Buckley” illumina una delle figure più iconiche ed enigmatiche della musica contemporanea.
LA REGISTA AMMIRATRICE
Spiega la regista: «Non ricordo un periodo della mia vita in cui non pensassi di fare un film su Jeff. Ci penso almeno da quando ho iniziato a fare film nel 2006. O forse dal ‘94, quando per la prima volta ho ascoltato “Grace”… Mary, la madre di Jeff, è la prima persona che ho incontrato per abbozzare la cosa. All’epoca, 18 anni fa, lei pensava a un biopic. Ma i suoi materiali d’archivio erano indimenticabili: penso, ad esempio, all’ultimo struggente messaggio vocale lasciato in segreteria telefonica. Io ero certa che ne sarebbe venuto fuori un documentario; e nel 2019 la mia proposta è stata accettata. Un bel travaglio d’amore, per noi che non lo abbiamo conosciuto, avvicinarci a lui il più possibile».
Il cantautore Tim Buckley, padre di Jeff, morto per overdose a soli 28 anni
Il cantautore Tim Buckley, padre di Jeff, morto per overdose a soli 28 anni
LA BIOGRAFIA
Jeff nacque il 17 novembre 1966 nella contea di Orange, in California. Emerso nella scena avant-garde newyorkese nell’ultimo ventennio del vecchio secolo dei club di New York, si impose come uno degli artisti musicali più straordinari della sua generazione, acclamato da pubblico, critica e colleghi. La sua prima registrazione commerciale, che è appunto “Live At Sin-é”, uscì nel 1993 per la Columbia: catturava lui e la sua chitarra elettrica in un minuscolo caffè dell’East Village, il quartiere che aveva scelto come casa. Al momento dell’uscita, Buckley era già entrato in studio per lavorare a “Grace” con Mick Grøndahl (basso), Matt Johnson (batteria) e al produttore Andy Wallace. Sette i brani originali (tra cui “Lover”, “You should have come over” e “Last goodbye”) e tre cover, tra cui, addirittura, “Corpus Christi Carol” del compositore inglese del Novecento Benjamin Britten. Il chitarrista Michael Tighe divenne l’ultimo membro stabile dell’ensemble di Jeff e co-scrisse, in aggiunta, “So real”.
Il pluripremiato “Grace” uscì negli Stati Uniti nell’agosto del 1994, intanto Buckley e la sua band intrapresero il primo di una serie di tour consecutivi. Molto di quel materiale live fu registrato e pubblicato sia su Ep promozionali e sia su album postumi.
Conclusi i lunghi e impegnativi tour, Buckley, ormai considerato un songwriter erede di Bob Dylan e Joni Mitchell, sperimentò nuove sessioni di registrazione con la band tra New York e Memphis, Tom Verlaine come produttore. Poi rimandò la band a New York, restando a Memphis per continuare a sviluppare il lavoro in corso e realizzando numerose registrazioni casalinghe. Iniziò anche una serie di esibizioni soliste, per lo più anonime, ogni lunedì sera al Barrister’s di Memphis, con i nuovi brani. Il suo ultimo concerto lì si tenne il 26 maggio 1997. La sera della sua morte, Jeff stava andando a incontrare la band, in arrivo da New York, per dare inizio a tre settimane di prove in vista del nuovo album “My sweetheart, the drunk”.
Dopo la sua morte, le registrazioni prodotte da Verlaine e i demo di Jeff furono pubblicati dalla Columbia come “Sketches for my sweetheart the drunk”, nel maggio 1998. A quasi trent’anni dalla sua scomparsa, e con numerose uscite postume, l’eredità di Jeff Buckley continua a crescere e la sua musica a vivere. I suoi fan includono leggende del rock, artisti pop, seguaci fedelissimi e un’intera nuova generazione.