«Ecco i miei nuovi brani di elettronica, così trasformo in musica i miei sentimenti»

l’ex leader degli Who propone tre inediti al pubblico di Londra, dove è protagonista di un incontro speciale

Eleonora Bagarotti
Eleonora Bagarotti
|17 ore fa
Pete Townshend a Londra
Pete Townshend a Londra
7 MIN DI LETTURA
Per alcuni è già strabiliante vedere arrivare Pete Townshend con il suo bastone, elegante come solo gli inglesi purosangue, specialmente a una certa età, sanno essere. Con la giacca scivolata e i pantaloni larghi, Pete si muove appena tra la folla, accetta di autografare tutto a tutti con un savoir faire che io, con quelli che lo spingono nonostante sia zoppicante, non avrei. Unico tocco eccentrico: un calzino stravagante che, in Inghilterra, è “la morte sua” e corona il look.
L’incontro è a Holland Park. Lì, c’è un teatro all’aperto il cui cartellone è dedicato all’opera lirica. Non è un caso, che al padre della rock-opera sia dedicato un pulpito rivolto a un buon numero di spettatori, con domande del pubblico all’interno di una conversazione benefica che ha regalato un’occasione unica: l’ascolto di tre brani inediti di Townshend, fatto insieme a lui, che segue tenendo il ritmo con il piede, ricamando farfalle nell’aria con le dita della mano, canticchiando appena muovendo la testa.
Pete parte proprio dai due inediti. Di musica elettronica (!) «Ho dedicato parecchio tempo lavorando a pezzi di orchestrazione elettronica al computer, pensando a quello che potrebbe essere il mio nuovo album, “The age of anxiety”, al quale penso da molti anni». “The age of anxiety” è il titolo di un romanzo scritto da Townshend, pubblicato qualche anno fa (solo in inglese) ed è la fonte d’ispirazione.
«In futuro potrei considerare un concerto solista, ci penso spesso e mi piacerebbe rifarlo... non amo i tour e, anche quando ero giovane, da solista non ne ho fatti perché, senza il contributo di Roger e degli altri, sarebbero stati troppo faticosi per me».
Una foto d'epoca degli Who
Una foto d'epoca degli Who
Torniamo all’elettronica. I brani proposti sono piuttosto d’Avanguardia: volo di uccelli, voci di bambini, il monologo trasfigurato di un vecchio, fruscii di foglie, ritmiche della natura e naturalmente - come accade spesso nelle composizioni di Townshend, con e senza The Who - il rumore dell’acqua. A lei si torna come si torna al materno, non solo alla madre di Pete - ce l’ha raccontata in Tommy - ma alla figura simbolica da cui nasce la vita. «In passato ho seguito la spiritualità di Meher Baba, che stimo molto. Ma non credo vi sia nulla dopo la morte. Penso, però, che la nostra mente e le nostre anime producano energia. Forse, in qualche modo, tutto questo fluttuerà nell’aria e tornerà a far parte di qualcosa, di un'unità, in modo diverso. Una volta l’ho detto al comico Ricky Gervais e mi ha risposto “Non penso proprio”! (risata, ndr). Io credo sia possibile, considerando un’esperienza, non bellissima, che ebbi da giovane prendendo LSD: vidi il mio corpo dall’alto... peccato fossi su un aereo e il risultato fu terrorizzante. Poi tornai in me, mi girai e vidi Roger, che è sempre stato lontano da ogni droga, osservarmi con sdegno... aveva ragione lui»!
Pete ha sempre amato i sintetizzatori, ma questo approdo all’utilizzo dell’elettronica è qualcosa in più, per un uomo che ha da poco compiuto 81 anni. «Questi nuovi brani hanno a che fare con la Sinestesia... per me Sinestesia significa trasformare in musica i sentimenti».
Nessun accenno alla band: gli Who, dopo l’ultimo (stancante) tour, hanno ufficialmente chiuso i battenti. «Daltrey canta in giro le mie canzoni... gli piacciono», commenta con una simpatica smorfia mentre il pubblico ride.
Tornando agli inediti - chi scrive chiede, a cadenza regolare, a Townshend quando pubblicherà un altro dei suo Scoop (serie di album contenenti demo sempre molto interessanti nella loro essenzialità) -,  Pete sorprende proponendo una splendida versione di “Hero Ground Zero” cantata da lui (e non da Daltrey, come nella versione pubblicata nell’album “Who”). Ed è tutt’altra cosa! «Lo penso anch’io! La mia versione è decisamente migliore», ammette. «Ma mia moglie non vuole che la pubblichi, però io l’ho portata qui lo stesso»!
A un certo punto, Townshend apre una riflessione sulla situazione politica. A partire dall'Inghilterra. «Credo ancora che siamo una grande nazione. Di sicuro, lo siamo stati. Certo, ci sono cose che non apprezzo, ad esempio l'atteggiamento di sudditanza nei confronti di Putin. C'è un po' la sensazione che il pensiero comune sia "Bé, dai, vediamo che succederà alla fine". Naturalmente detesto la guerra. Non voglio offendere nessuno... Quando ero bambino, nel mio quartiere vivevano tantissime famiglie ebree, i miei amichetti erano tutti ebrei e tuttora ho tantissimi amici ebrei a cui voglio bene. La questione è che la guerra e le scelte governative, in generale - lo si è visto con la Brexit, e vi ricordo che il referendum ha vinto per poco più della metà dei voti, quindi il Paese era diviso in due - manca un senso di comunità. Ecco... la musica, invece, fa una cosa straordinaria: quando suoni, e con gli Who è successo proprio questo, si crea un vero senso di unione con il pubblico, di comunità tra le persone. Quello che oggi la politica ha perso. Alla fine, sono sufficientemente vecchio da fottermi dei problemi del mondo, ma se penso ai miei nipoti non posso esimermi dal pormi queste riflessioni. Non stiamo lasciando loro un bel mondo».
Alla fine, si torna all’inizio. «Mio padre suonava in una band, mia madre cantava. Eppure in casa nostra la musica si ascoltava raramente, non c’era un pianoforte... ho iniziato a suonarlo a 22 anni. Ricordo mia madre che cantava “Embraceable you” di Cole Porter, un autore che lei amava, e la interpretò molto bene. Ma sono stato un autodidatta, anche se spesso andavo con papà quando lui girava per concerti. Osservavo tutto dal fondo del palco e questo, probabilmente, mi ha aiutato ad affrontare il pubblico senza paura. Prima di esibirci, Roger Daltrey era sempre nervoso e anche Keith Moon. A me non importava nulla e penso che il motivo fosse la familiarità con l’ambiente».
Poi, proprio come lo ha raccontato nella sua autobiografia “Who I Am”, Pete ricorda quando ha capito di avere «un’orchestra nel cervello. Ero piccolo e feci una gita in barca durante un campo estivo. A un certo punto sentii il rumore del motore come un ritmo e, dopo, il mare e i suoi fruscii come un’orchestra. Dentro la mente mi misi a costruire un’intera Sinfonia, potevo sentirla chiaramente. Andai a casa e lo dissi a mio padre. Lui non mi credette, ma la storia è questa».
Pete Townshend a Londra
Pete Townshend a Londra
Una storia profonda, lunga e molto più significativa di quella «sera in cui, per caso, ruppi una chitarra e il pubblico, da quel momento, continuò a chiedermi di rifarlo. Era sempre la stessa, che cercavo di riparare, perché la cosa, a un certo punto, prese piede e mi dispiaceva, ma dovevamo vendere i biglietti! Mi ricordai di Gustav Metzger, che avevo studiato all’Istituto d’arte, e l’idea di distruggere per costruire qualcosa di nuovo mi piacque. E pensare che fu mia nonna, che era malata mentale, a darmi la prima chitarra: la vide appesa al muro di un ristorante greco, diede 3 sterline al proprietario e me la portò perché un amico le disse che, mentre lui tentava di imitare Elvis davanti allo specchio senza risultati, quando la presi io uscì una specie di accordo. Così, lei pensò "Gli compro una chitarra"».
Dall’accordo all’orchestrazione, sempre lungo la sperimentazione, con uno sguardo alla musica colta. In punta d'anima.
Pete Townshend è nato musicista. Lo sarà per sempre.

LONDON CALLING: IL MONDO CAMBIA MA LA CITY CONTINUA A MANTENERE LA STESSA ENERGIA 
Ogni volta che torno da Londra, mi sento chiedere “Com’è andata la vacanza”? Quale vacanza? Io a Londra torno a casa. E vi risparmio - chi mi conosce già sa - la mia autobiografia. Piuttosto, preferisco soffermarmi su come, in una manciata di giorni, riconosco quanto il mondo sia decisamente cambiato da quando, a Londra, ci andavo da studentessa. Poi ci ho vissuto per qualche anno, quindi posso dire che anche oggi Londra continua a vibrare di “good vibrations”, come direbbero gli americanissimi Beach Boys.
Stavolta mi affido - letteralmente - a un musicista trentenne:cosa c’è di meglio, per inoltrarsi nel cuore della City, di una compagnia giovane, che sa e conosce quello che va di moda al momento? Intendiamoci... mica tutto è splendido, però tutto è, più o meno, interessante. Mi ritrovo, poco dopo il mio arrivo, a Regent Street dove Tommy Hilfiger arriva su una decappottabile che sembra una Big Babol a un party (in pieno pomeriggio) nel suo negozio che celebra la partnership con Cadillac - F1 Team. Si fa un po’ di coda, ma si entra tutti per bere una cosetta - mangiare no, ci sono modelli e modelle ed è altamente sconsigliato. Esco e osservo la strada, dove gli stendardi LGBTQ+ svolazzano sopra la testa.
Madonna lancia Confession II a Londra
Madonna lancia Confession II a Londra

Il mio accompagnatore gioca un’altra carta, per lui esclusiva, per me pittoresca. Un’altra star che opta per il tutto pink, ma sceglie l’orario del suo party in modo più consapevole è Madonna. Dopo Times Square a New York, sceglie il South London Space per lanciare il suo Confession II. In buona sostanza: si entra in una mega-discoteca dove il parterre è un consueto mix di look stravaganti, gente strafatta e puzza di sudore tra danze a perdifiato, nonostante l’aria condizionata ricordi l’Alaska. Madonna la si vede apparire lontano, per pochi minuti, ma abbastanza da accorgersi che è tutta plastic fetish rosa fluorescente come un evidenziatore, e poi su grande schermo. Nulla di nuovo sotto il sole, e non solo per il saluto in mezzo ai dj. Si sdraia sulla consolle e scivola come un pitone miagolando al microfono ed è già tutto finito. Usciamo da dove siamo entrati: un varco a forma di vagina con tendine che si aprono, circondati da due finte gambe in stivaloni trasparenti illuminati al neon. Madonna continua a provocarci, è un classic game, in fondo. Per me è un déjà-vu un po’ stantio, ma bisogna prendere atto che, dopo aver vissuto a Londra come moglie dell’allora regista di culto Guy Ritchie (quello dello splendido “Lock, stock and two smoking barrels”), faccia da bravo ragazzo nonché uomo ideale con cui sfornare dei figli, la Signora si è presto stufata e ha ripreso antichi pruriti, forse mai sopiti. Questa è una certezza, tanto che continua ad essere osannata dal movimento LGBTQ+
In quanto a me, ho preferito ritagliarmi l’esperienza alla Lightroom di King’s Cross dedicata a David Bowie You Are Not Alone: consigliatissima per emozioni, originalità e - no doubt - perché la musica e l’arte di Bowie sono un monumento alla vita senza tempo, una rosa piantata nel cuore che continua a crescere profumando l’esistenza.
Forte dell’energia londinese, decido di tornare (lo farò a breve)perché ho in carnet alcune interviste (che leggerete prossimamente qui, spero...). Alla Warner ormai mi conoscono tutti i receptionist, e questo non perché io sia particolarmente simpatica, ma perché, da anni, rompo garbatamente le scatole. Perché se vuoi ascoltare un album in anteprima, insistere per ottenere un’intervista, infilarti in una conferenza stampa, non puoi aspettare che i Deep Purple (un nome a caso...) bussino alla tua porta. Mi presento e ripresento, a volte con caffé e muffin per tutti, ribadendo due meriti che, tra molti difetti, mi riconosco: la generosità e la determinazione.
Forse, un pochino, quest’ultima è la stessa che ho visto a Wimbledon in Sinner. Perché sì, se ti affidi ad amici veri, a Londra ti arrivano belle sorprese. E se poi, due file sotto, c’è seduto Roger Daltrey, allora puoi solo pensare che sia stata Madonna ad aver fatto il miracolo.