Milano "crime" conquistata con sangue e colletti bianchi
Colaprico fa centro con “Le Mani sulla Città”: il racconto magnetico del potere criminale al Nord tra sequestri e omicidi
Claudia Labati
|4 ore fa

Il podcast di cui vi parlo oggi è di quelli che cominci quasi per caso, ma non riesci a smettere di ascoltare. Avevo letto di “Le Mani sulla Città” nella newsletter di Chora Media a cui sono abbonata e mi sono detta che un giornalista di razza come Pietro Colaprico (già autore di “Gangster” e “Garlasco, anatomia di un delitto”, sempre per Chora Media) non poteva che avere una storia interessante da raccontare. E così è stato: con questo podcast ci infiliamo nelle fitte maglie della ‘ndrangheta che dalla Calabria conquista Milano e la Lombardia.
Non si tratta di una lista di nomi di boss né di un catalogo di crimini. Colaprico ci guida con ritmo avvincente e sapiente regia narrativa attraverso la storia di clan calabresi, nati poverissimi ed emigrati al ricco nord milanese, che si sono organizzati secondo regole d’onore e strategie precise fino ad arrivare a un potere incredibile. Si parte dalla genesi dell’impero criminale: i sequestri. A cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta il nostro Paese vive una drammatica ondata di rapimenti, e nel primo episodio Colaprico viviseziona questo sistema con l’occhio del cronista purosangue, dichi l’ha vissuto da dentro. Da una sparatoria avvenuta a Germignaga tra forze dell’ordine e ndranghetisti si sviluppa poi la trama dell’intera serie. Quello che rende la ‘ndrangheta affascinante e terrificante allo stesso tempo è la sua architettura interna.
Colaprico lo spiega con grande chiarezza: non si tratta solo di una banda unita dalla violenza, ma di una vera e propria società parallela, con regole, rituali e una gerarchia precisa. Sei dentro se nasci dentro: il sangue è il primo criterio di appartenenza, e i legami familiari sono la struttura portante di ogni cosca. Ma la ‘ndrangheta non si ferma qui. Intorno al nucleo di sangue si estende una rete più ampia e più silenziosa (imprenditori, politici, professionisti) che non spara e non minaccia, ma vota, copre, appalta, favorisce. È quello che i magistrati milanesi denominarono “capitale sociale”: relazioni che valgono quanto i soldi, a volte di più. Ed è proprio questa doppia natura- clan di sangue e sistema di relazioni- che ha permesso alla ‘ndrangheta di colonizzare Milano senza che quasi nessuno se ne accorgesse. È in questo contesto che si forma la figura degli “uomini a posto”: aner andros e agathos, parte integrante di un sistema d’onore che dai piccoli reati arriva fino al narcotraffico. Straordinaria in questo senso la testimonianza di Mario (nome di fantasia), un signore di 81 anni che racconta con piglio energico e memoria vivissima le sue vicissitudini accanto a Saverio Morabito (super pentito di spicco) e il suo incontro con Pablo Escobar.
Una storia di milioni di euro, di narcotraffico, di clan intrecciati con il tessuto imprenditoriale milanese, dove i rapiti diventano complici e i boss lavorano in diversi settori: l’edilizia milanese diventa un’altra enorme fonte di reddito, gestita con la stessa disciplina di un’azienda. Ogni episodio è costruito con suspense e maestria. Rimaniamo incollati ad ascoltare una serie difatti che, come in una costellazione di puntini, scopriamo essere tutti interconnessi. A fare da contrappeso ai boss ci sono le voci degli uomini e delle donne della giustizia: su tutti il giudice Nobili e la procuratrice Ilda Boccassini, che parlano con una competenza rara e una profondità ammirevole. Le loro testimonianze non sono semplice commento: sono la spina dorsale morale del racconto, il filo che trasforma una storia di crimine in una storia di resistenza.

