L’Italia vista alla tivù, un Paese da vietare per il regime albanese

In “60 Miglia” Ingrid Rudi racconta con gli occhi di una bimba degli anni ‘90 la vita quotidiana sotto la dittatura di Hoxha

Claudia Labati
|22 ore fa
L’Italia vista alla tivù, un Paese da vietare per il regime albanese
1 MIN DI LETTURA
Tra i ricordi che mi legano a Parigi ce n’è uno molto intenso: quello di una cara amica polacca che aveva vissuto la legge marziale negli stessi anni in cui noi bambini italiani venivamo nutriti a merendine da mondo bucolico. Per Natale, mi diceva sempre, se andava bene riceveva delle arance. Quelle conversazioni mi sono tornate in mente ascoltando “60 miglia”, il podcast con cui Ingrid Rudi ci porta nell’Albania prima del 1990: un Paese di cui tutti abbiamo sentito parlare, ma di cui sappiamo poco o nulla.
Oggi l’Albania è una meta di vacanza quasi radical chic (“ah che mare, peccato per i servizi…”), e la cosa mi fa sorridere. Ma com’era la vita sotto il regime comunista di Enver Hoxha? Solo sessanta miglia di Adriatico la separano dall’Italia, eppure, come l’autrice spiega benissimo, quelle miglia erano un salto nel tempo.
In sette episodi Rudi racconta la vita di ogni giorno vista da dentro, quella sua e della sua famiglia: le case, la scuola, il cibo, le vacanze, la vita sociale, la religione, le frontiere, dentro un’esistenza in cui regime e propaganda andavano a braccetto, in un’intesa quasi perfetta. C’è anche la tv italiana, amatissima, che per molti albanesi fu una vera maestra, come lo è stato Manzi per gli italiani. Divertentissimo e struggente l’episodio delle donne radunate davanti al televisore per guardare Dynasty e immergersi nel capitalismo americano degli anni Ottanta, grazie alla kanoçe, con cui si riusciva a vedere la RAI: una scatolina di metallo grezzo, saldata alla bell’e meglio con componenti di fortuna, che captava e amplificava il segnale proibito della tv italiana. “Una piccola scatola contro il regime”, che Ingrid adulta ci consegna con gli occhi di bambina.
Vive in Italia da venticinque anni e con questo lavoro rende omaggio alla cultura in cui è nata, che noi italiani facciamo fatica a capire proprio perché ci appare così lontana dal nostro stesso periodo storico. Nessuna nostalgia, nessun tono cupo: forse perché l’ha assorbita da bambina, il suo racconto scorre con una dolcezza che non è mai ingenuità, guidato da una curiosità sincera e accompagnato da un sound design che non sovrasta mai la voce pacata dell’autrice. I suggerimenti bibliografici a fine puntata permettono poi di approfondire una storia che, in fondo, è solo a sessanta miglia da noi.
Un podcast per prendere tempo e respirare, e per ascoltare qualcuno che racconta con gentilezza, e senza pregiudizi, un mondo vicinissimo che abbiamo spesso frainteso.