La pallavolo non buca il grande schermo, ma nell’animazione schiaccia alla grande

Da “Mila e Shiro” a “Haikyu” il volley vince solo se disegnato. Mentre il cinema è purtroppo fermo a storie di superficie

Redazione Online
|3 ore fa
Una sequenza dal film “Una stagione da ricordare”
Una sequenza dal film “Una stagione da ricordare”
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La pallavolo non è uno sport particolarmente cinematografico. O meglio, il cinema ha spesso snobbato questa disciplina, nonostante sia molto amata, soprattutto in Italia. Esistono però alcune eccezioni, come “Una stagione da ricordare”, del 2018, che racconta una storia reale e drammatica. Il film segue una squadra liceale americana che perde tragicamente la propria leader e capitana, Caroline Found, in un grave incidente. Le compagne si ritrovano smarrite, incapaci di affrontare il lutto e una stagione che sembra ormai compromessa. È l’allenatrice Kathy Bresnahan a spingerle a reagire, trasformando dolore e rabbia in determinazione sul campo. Le ragazze riescono così a ritrovare equilibrio e motivazione, anche grazie alla nuova leadership della migliore amica di Caroline, Kelley Fliehler. Il percorso culmina in un finale positivo, con la vittoria del campionato statale. Per quanto la storia sia toccante, anche perché basata su eventi reali, il film non offre una rappresentazione particolarmente convincente della pallavolo: le scene di gioco risultano poco curate e le attrici sembrano spesso poco credibili nei movimenti e nelle dinamiche di campo. Dunque, nonostante la presenza di attori del calibro di William Hurt ed Erin Moriarty, l’opera non funziona se la si considera davvero un film sulla pallavolo.
Un altro esempio di rappresentazione superficiale: è la celebre serie tv “L’estate nei tuoi occhi”, dove la protagonista, Isabel ‘Belly’ Conklin, e la sua migliore amica Taylor Jewel giocano a pallavolo nella squadra del liceo per le prime due stagioni. Le poche scene mostrate, però, restituiscono l’immagine di giocatrici più dilettanti che esperte, nonostante vengano presentate come atlete di buon livello. I movimenti, le dinamiche di gioco e l’intensità delle azioni risultano fragili, quasi da principianti. Le uniche sequenze che funzionano sono quelle di beach volley, durante la prima stagione, ma per merito dei personaggi di Jeremiah Fisher e Conrad Fisher, che mostrano una certa familiarità con lo sport, e soprattutto delle avversarie della finale, che appaiono chiaramente giocatrici di livello. Il problema è che, nonostante questo, finiscono comunque per perdere contro la protagonista, rendendo il tutto ancora meno efficace.
Il film thailandese del 2000, “The Iron Ladies”, invece, è una commedia sportiva basata su una storia vera, che racconta di una squadra di pallavolo composta in gran parte da kathoey, (termine locale che include uomini gay e persone transgender). Contro ogni aspettativa, il gruppo vince il campionato nazionale del 1996, dopo una finale combattutissima. Nonostante la vicenda sia interessante, dato che tratta temi come l’inclusività e gli ostacoli che i protagonisti devono affrontare, anche in questo caso la pallavolo resta sullo sfondo: le sequenze di gioco sono poche, frettolose e costruite per enfatizzare il dramma. Un’ulteriore, seppur marginale, rappresentazione di questo sport si trova anche in “Maschi contro femmine” (2010), dove un allenatore, interpretato da Fabio De Luigi, intraprende una relazione clandestina con la giocatrice più forte della sua squadra, Eva, interpretata da Giorgia Wurth. Nelle scene di gioco compaiono anche diverse pallavoliste di alto livello, come Francesca Piccinini, Jenny Barazza o Paola Paggi, e molte sequenze sono state girate al palazzetto di Novara. Tuttavia, se la giocatrice di punta è interpretata da un’attrice che, per quanto allenata per il ruolo, non potrà certo competere con atlete professioniste, ne risente inevitabilmente anche la credibilità della pallavolo mostrata.
Al contrario, un tipo di prodotto in cui questo sport trova grande spazio è il manga/anime. A partire dal nostalgico “Mila e Shiro - Due cuori nella pallavolo”, la cui protagonista, Mila, è una giocatrice di enorme talento alle prese con sacrifici, allenamenti intensi e le difficoltà dell’agonismo ad alto livello. Si tratta di un cartone estremamente popolare in Italia, la cui sigla è diventata quasi un manifesto della disciplina. Un’altra serie oggi molto popolare è “Haikyu!! - L’asso del volley”, incentrata su Hinata Shoyo, un giocatore basso ma determinato e talentuoso, che entra in una squadra liceale e, tra partite complicate, sfide e lavoro di squadra, punta a diventare un campione. Nel corso della serie vengono approfonditi anche i suoi compagni e avversari. Le azioni di gioco sono altamente spettacolari, spesso rallentate per enfatizzare lo sforzo, la tensione e l’imprevedibilità della pallavolo, anche se spesso cadono nell’esasperazione. La serie è talmente popolare a livello globale che spesso i giocatori della vera nazionale giapponese vengono paragonati ai suoi personaggi. È il caso, ad esempio, del libero Tomohiro Yamamoto, frequentemente accostato a Yu Nishinoya (personaggio di fantasia) per stile e carisma in campo. Allo stesso modo, alcune soluzioni di gioco rese iconiche dall’anime trovano riscontro anche nella realtà: ad esempio, la finta schiacciata trasformata in alzata dal giocatore in posto sei, un’azione spettacolare che viene effettivamente utilizzata anche dai professionisti.
Dunque, perché nei cartoni questo sport (spettacolare e già di per sé molto “cinematografico”, tra fisicità e tensione) è così popolare e ben rappresentato, mentre sul grande e piccolo schermo offre spesso una resa patetica, se non del tutto irrealistica o assente? Nei prodotti animati la pallavolo diventa il centro assoluto del racconto, dove ogni gesto tecnico viene studiato, amplificato (a volte troppo) e reso spettacolare. Grazie a questi tratti, anche chi non conosce a fondo questo sport, viene totalmente coinvolto. Nel cinema e nelle serie live action, invece, la pallavolo è raramente protagonista. Eppure, il materiale narrativo c’è: basterebbe raccontare le vicende reali dei grandi campioni. Figure come Giba, protagonista di un’epoca d’oro con tre mondiali e due ori olimpici; Lorenzo Bernardi, leggenda della pallavolo italiana; Karch Kiraly, vincente sia da giocatore che da allenatore, o Ivan Zaytsev, lo “Zar” che con l’iconica cresta è diventato simbolo della nazionale, offrirebbero storie sorprendenti, senza bisogno di invenzioni.
Il problema, quindi, resta lo sguardo con cui viene raccontata. Mentre sport come il calcio, il football o il pugilato diventano protagonisti assoluti dei rispettivi film, la pallavolo continua a non essere presa davvero sul serio, nonostante negli ultimi dieci anni abbia conquistato uno spazio sempre più rilevante nell’immaginario collettivo. Finché il cinema non sarà disposto a riconoscerla come un vero soggetto cinematografico, e non come semplice sfondo, la sua rappresentazione più efficace resterà confinata all’animazione.
Sara Benassi