Ian McEwan immagina i disastri climatici di un futuro prossimo

Lo scrittore inglese in "Quello che possiamo sapere" descrive le conseguenze dei grandi conflitti atomici

Cecilia Pizzaghi
|19 ore fa
Lo scrittore inglese Ian McEwan© Wikipedia
Lo scrittore inglese Ian McEwan© Wikipedia
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La situazione geopolitica mondiale vi sta rovinando il sonno? Una primavera anticipata vi inquieta? Il prezzo di petrolio, luce e gas vi fa perdere ogni speranza riguardo al futuro?
Allora fareste meglio a NON leggere “Quello che possiamo sapere”.
O magari sì, perché è sì un romanzo post-apocalittico, ma non è neanche tra i più pessimisti.
Sicuramente è un romanzo che definirei brillante nell’idea che sta alla base, e piuttosto farraginoso nell’esecuzione.
Sentito che tono da professorona? È tutta scena, sto solo cercando di darmi un tono, perché non solo “Quello che possiamo sapere” è opera di un grandissimo della letteratura contemporanea, ma racconta proprio la storia di professoroni che stanno portando avanti ricerche su altri intellettualoni. Anche se non viene detto esplicitamente, scommetto che ai piedi di questi personaggi ci sia un alto tasso di Birkenstock e Clarks.
In “Quello che possiamo sapere”, Ian McEwan immagina un futuro lontano, ma non troppo: siamo nel 2119 e gran parte del mondo è stata trasformata da un disastro climatico, innescato da grandi conflitti atomici, che ha sommerso città e archivi.
Anche Oxford è finita sott’acqua e la storica Bodleian Library è stata trasferita tra le montagne del Galles, dove resiste come un fragile deposito di memoria e bastione contro l’oblio imposto dallo scorrere del tempo.
Qui lavora Thomas, uno studioso ossessionato del passato recente, ovvero NOI.
Il suo oggetto di ricerca è una curiosità letteraria: una poesia misteriosa, “Corona per Vivien”, che pare sia stata recitata una sola volta nel 2014 dal grande poeta Francis Blundy durante una cena tra amici, per poi scomparire senza lasciare traccia.
Thomas passa anni a inseguire il testo perduto e, come un sommozzatore, si immerge in diari, lettere, articoli, testimonianze - alcune contraddittorie, la maggior parte poco attendibili. Nel farlo disvela un mondo sull’orlo del tracollo, ma totalmente ignaro e - quel che è più grave - disinteressato ai cambiamenti politici e ambientali in atto.
Più Thomas scava, però, più capisce che ciò che sta studiando non è solo un enigma letterario, ma anche una storia d’amore complicata, una malattia che altera la memoria e addirittura un crimine mai confessato: la sua è un’indagine su ciò che resta delle vite degli altri quando il tempo passa e la storia si deforma.
Sono tanti i temi che McEwan mette dentro il suo ultimo romanzo. Come già avvenuto nella sua carriera, ci consegna un libro massimalista, un intreccio tra una trama fiction avvincente, un’ambientazione storica che incide pesantemente sulla vita dei personaggi e un sottobosco di analisi critica della società dell’epoca trattata.
La copertina del romanzo
La copertina del romanzo
Andiamo con ordine. La trama è fitta, stratificata, a tratti ripetitiva, ma fa il suo dovere. Da un lato, ci facciamo coinvolgere immediatamente nella vita di Thomas, di cui seguiamo sia le ricerche sia la vita privata. Facciamo ovviamente il tifo per lui, confidiamo che riesca a ritrovare la “Corona” e dare un senso alla sua ossessione, ma soprattutto entriamo nella sua testa per capire che cosa è successo nel nostro prossimo futuro. Alla fine, quindi, siamo mossi a compassione per il futuro che abbiamo riservato a Thomas, e quindi a un nostro ipotetico nipote.
E poi c’è la storia che Thomas sta cercando di far emergere, costellata di personaggi apparentemente normali, ma per lo più oscuri, criptici, contraddittori, e in fin dei conti egoisti e meschini: i perfetti fautori del destino che Thomas e i suoi coetanei si trovano a vivere.
E quindi l’ambientazione storica. Lo stratagemma di narrare il presente di noi lettori dal punto di vista di un futuro prossimo rende tutto più affascinante, ma anche in parte più complesso. McEwan sembra disseminare a ogni pagina uno “spiegone” di cosa è successo dal 2030 al 2119: le guerre, il cambiamento climatico, la quasi decimazione della popolazione mondiale, la perdita di terre emerse e quindi di specie animali e vegetali, nonché di tutto quello che noi contemporanei sembriamo dare per scontato.
Poter viaggiare tra continenti, poter fare un’interminabile on the road tra stati e regioni, poter nuotare tra i pesci, poter mangiare carne, frutta e verdura di ogni tipo, poter ammirare fiumi, foreste, paesaggi; e anche poter studiare il proprio passato, poter avere un’istruzione che non abbia solo scopi utilitaristici, che non fornisca soltanto skill pratiche.
Gli echi del nostro stile di vita contemporaneo, in questo futuro distopico di McEwan, sembrano essere raggiungibili solo attraverso la letteratura, a cui Thomas e pochi altri nostalgici sembrano interessarsi.
L’elemento della nostalgia risulta centrale in “Quello che possiamo sapere”: è ciò che muove Thomas verso i suoi studi, è ciò che lo rende così ossessionato dalla storia di Vivien e dal presente che lei ha la fortuna di vivere; ed è anche ciò che lo rinchiude in se stesso, incapace di farsi comprendere dai suoi contemporanei.
In un breve capitolo, a mio parere fondamentale, c’è infatti lo scontro tra Thomas e i suoi studenti: ragazzi stufi di dover rimpiangere il passato da cui provengono, arrabbiati nei confronti di generazioni passate che hanno riservato loro un futuro peggiore del proprio presente.
È in pieno stile McEwan - intricato, pedante, quasi accademico - il grande messaggio che l’autore inglese sembra voler mandare. Lo manda a noi contemporanei, a noi “Vivien” che abbiamo ancora un’opera letteraria da scrivere e da assicurare ai posteri.
Sembra voler richiamare l’attenzione sulla nostra fortuna, sulla bellezza del mondo e del presente che stiamo vivendo; sembra volerci avvisare - quasi allarmare - su quanto fragile possa essere questo nostro presente, e quindi invitarci a non fare come i personaggi studiati da Thomas.
“Quello che possiamo sapere” sembra un monito a non curarci soltanto di noi stessi, delle nostre faccende private, a non lasciare che tutto vada bene solo finché va tutto bene.
Sembra, insomma, un invito ad agire.
E se fosse una pizza proiettata nel futuro, sarebbe ricca di proteine e sali minerali, fatta con farina di farro, cavolfiori e spinaci.
Salutare e bilanciata, ma che ci porta a rimpiangere i bei vecchi tempi in cui potevamo gustarci spensierati una würstel e patatine fritte.