Guido Crepax, Valentina e il ritorno della seduzione a china

Torna sulla scena editoriale la protagonista che ha trasformato i fumetti erotici in un’opera artistica e intellettuale

Alessandro Sisti
|10 ore fa
Valentina
Valentina
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Ha doppiato la boa dei sessant’anni (sessantuno questo mese), eppure, con quel corpo sottile che non ha mai nascosto ai suoi lettori e non più d’un accenno di rughe, che sotto agli occhi sempre un po’ socchiusi le danno un’aria d’estenuata sensualità, continua a dimostrarne la metà. Vantaggi dell’essere un personaggio dei fumetti come Valentina, ma al di là dell’eterna giovinezza narrativa, la più famosa delle donne di Crepax vive nel XXI secolo una rinnovata primavera che la ripropone a quanti non la conoscono, o magari l’hanno dimenticata. Ipotesi improponibili per i cultori della letteratura disegnata, Valentina non si dimentica come non si scordano gli antichi amori e neppure è ammesso ignorare una protagonista che ha portato sulla ribalta internazionale l’innovazione del fumetto italiano. Né tantomeno il suo creatore Guido Crepax. Nato a Milano nel 1933 e laureato in architettura, già prima di ultimare gli studi nel 1958 Crepax si dedica con successo all’illustrazione e alla grafica pubblicitaria, ricevendo nel ’57 la Palma d’Oro per la campagna prodotta per Shell e collezionando clienti quali Campari, Dunlop, Esso o Rizzoli e in seguito Breil, Fuji e Honda. Nel contempo disegna cover di dischi – fra le quali quella di “Nel blu dipinto di blu” di Modugno – e copertine per la rivista “Tempo Medico”, con la quale collaborerà per quasi trent’anni fin dallo storico numero zero. Una carriera che si direbbe completamente tracciata dagli esordi, cui tuttavia nel 1963 l’autore aggiunge i fumetti e nel ’65 pubblica sul mensile “Linus” la prima avventura di Neutron, un supereroe dotato della capacità di paralizzare con lo sguardo. Nella vita di tutti i giorni è il critico d’arte Philip Rembrandt e ha una fidanzata, che Crepax delinea ispirandosi in parte alla propria moglie Luisa Mandelli nonché – specie per l’acconciatura – a Louise Brooks, diva di Hollywood degli anni Venti. Le imprese di Neutron proseguono per trenta episodi, però a stregare il pubblico è la fidanzata Valentina e i loro ruoli s’invertono. Valentina assume sempre più sostanza, è una fotografa di professione, ha un cognome – Rosselli – e Crepax ne fa l’icona della donna libera, emancipata e creativa di quegli anni in cui Milano si svecchia e conquista un’identità di metropoli europea. Una prospettiva rispecchiata dalle storie che citano personaggi delle avanguardie culturali, dalle arti visive alla filosofia e alla musica ed è una novità per il pubblico intellettuale al quale questo fumetto si rivolge, che ci ritrova il proprio mondo.
L’attualità entra nelle vignette come non era mai accaduto, portando con sé un contraltare. Quello di un erotismo dichiarato e spesso compiaciuto, pur senza scadere nella pornografia, vissuto dalla Valentina senza veli come reale e malgrado ciò con qualcosa di rarefatto, di barocco e fantastico. L’eros è sospeso fra il sogno e l’incubo, allucinatorio e cerebrale, privo di passione e quanto Valentina è assertiva e sicura nella sua scena urbana, tanto è passiva e succube in questa dimensione. Non è una donna-oggetto, Crepax lo sosterrà sempre, nondimeno è un oggetto del desiderio e dell’immaginario. Simbolica e appagante ammalia e conquista, dai periodici passa a edizioni di pregio quando ancora i fumetti nelle librerie erano una rarità ed è pubblicata in Francia e in Germania, in Grecia e Spagna, fino alla Finlandia, al Giappone e alle due Americhe. L’eccezionalità che la porta ad affermarsi rapidamente non è solo nel taglio del racconto, quanto nell’estetica. Lo stile di Crepax è sottile e calligrafico, a inchiostro e pennino. Il saggista e semiologo Roland Barthes l’ha definito «unico ed estensivo a tutti i segni aneddotici della storia», inconfondibile e ancor più lo è la costruzione della tavola. All’epoca del suo debutto il fumetto è quasi universalmente devoto all’impaginazione a vignette regolari ordinatamente disposte in strisce, ma lui, proveniente da un diverso contesto, non se ne sente vincolato e le compone in un mosaico di riquadri minimali, che all’improvviso lasciano spazio ad ampie e sottili visioni orizzontali. Enfatizza le scene d’azione incastrando vignette triangolari e trapezoidali dalle spiazzanti inquadrature diagonali, simili a quelle che in cinematografia si chiamano in “dutch angle”, oppure abbandona del tutto la scansione in riquadri per pagine dove le immagini, non chiuse da contorni, sono isolate in un vuoto che in mancanza d’una suddivisione diventa anche una scomposizione temporale. A sessant’anni da quell’evoluzione registica ci siamo abituati a soluzioni ancor più stranianti, ma allora per leggere Valentina occorreva imparare nuovi codici visivi. Nel 1973 Valentina è protagonista del film “Baba Yaga”, tratto dall’omonima graphic novel, e nel 1989 di una serie Mediaset intitolata con il suo nome. La sua femminilità seduce lo stesso autore, che dal 1967 la infonde in altre eroine come Belinda, Anita o Bianca e rilegge i temi dell’eros di classici letterari quali “Histoire d’O” di Pauline Réage, “Justine o le disavventure della virtù” del marchese De Sade e “Venere in pelliccia”, di Leopold Von Sacher-Masoch, senza peraltro farsi imprigionare da quel genere, per cui adatta a fumetti anche “Il processo” di Kafka o “Dracula” di Stoker.
Intanto Valentina cresce, pur senza invecchiare nell’aspetto. Philip perde il suo superpotere e hanno un figlio di nome Mattia, fino ai primi anni ’90, quando Crepax, stanco delle accuse di maschilismo (alle quali obbietta che Valentina è sempre stata padrona di se stessa), decide di chiuderne la saga. Fino alla morte nel 2003 produrrà ancora opere magistrali come le illustrazioni per la pièce teatrale “La Salomè”, scritta e messa in scena nel 2000 da Paolo Scheriani, da poco raccolte in volume con i testi di Scheriani da Nicola Pesce Editore. Valentina gli sopravvive. È ormai immortale, è arte, e in quanto tale dagli anni Sessanta le sono state dedicate grandi mostre, l’ultima delle quali è stata “Sogni Giochi Valentina 1953 2003”, concepita come una panoramica retrospettiva del lavoro di Guido Crepax e allestita due anni fa dalla Fondazione Brescia Musei al museo civico di Santa Giulia. Una Valentina musealizzata e lontana dai lettori? Sicuramente no e Feltrinelli l’ha riportata sugli scaffali con “Chi ha paura di Baba Yaga” e “Valentina pirata”, nella serie “Mondo Crepax”. Dal 2017 a dirigere la collana Feltrinelli Comics c’è Tito Faraci, sceneggiatore fra i più noti, abili ed eclettici, che ha nel medagliere storie di Topolino e PK, Diabolik, Tex e Dylan Dog, oltreché romanzi e graphic novel. Un autore, dunque sensibile all’importanza di preservare il mito di Valentina nella versione originale, come pure di rinnovarlo con nuovi titoli. Due, per il momento: “Valentina è vera” e “Valentina, quanto ti amo”, entrambi realizzati da Sergio Gerasi, firma di primo piano fra i fumettisti nazionali, disegnatore di serie a grande diffusione come “Mercurio Loi” e “Dylan Dog”, che all’attivo ha vari romanzi grafici quali “Un romantico a Milano”, vincitore nel 2018 del premio Andrea Pazienza. Un artista con tutte le carte in regola per riprendere la matita di Crepax e riportare sulla carta Valentina con un tratto differente, ma altrettanto carico del fascino di sempre e con la consapevolezza del valore di un personaggio che appartiene all’immaginario collettivo. Valentina è tornata e meno male, perché a prescindere da qualunque giudizio corrente di moralità e patriarcalità, una come lei non s’incontra tutti i giorni.