Gli Oscar più belli e folli mai visti a Hollywood: 50 anni fa la notte cult degli Academy Awards
“Lo squalo”, “Barry Lyndon”, Lumet e Altman restano a guardare “il nido del cuculo” che si prende tutto
Redazione Online
|10 ore fa

“Quel pomeriggio di un giorno da cani” tra i grandi film in corsa 50 anni fa
Uno degli esercizi più in voga su internet, vera e propria moda del nostro tempo, è quello di confrontare tra loro artisti, atleti o opere d’arte di epoche diverse nel tentativo di identificare il migliore di tutti o – secondo un abusato acronimo – il GOAT (“greatest of all time”). Maradona o Pelè? Tyson o Muhammed Alì? Lo sport è il terreno principe di questi scontri perlopiù generazionali, che lasciano il tempo che trovano guidati come sono da preferenze personali e criteri impossibili da stabilire.
Nemmeno il cinema si sottrae a questa abitudine. Ma se il web si divide, nell’impossibilità di stabilire se sia più grande De Niro o Al Pacino o se il miglior film sulla guerra in Vietnam sia “Apocalipse now”, “Full metal jacket” o “Il cacciatore”, c’è un’eccezione che mette tutti d’accordo: la cerimonia degli Oscar del 1976 viene considerata la più bella di tutte per la qualità dei film e dei protagonisti in concorso a contendersi gli awards.
Eppure quella memorabile edizione visse su un paradosso perché vide un unico grande trionfatore, nonostante concorressero film che hanno fatto la storia della settima arte: a fare incetta di premi, il capolavoro di Miloš Forman “Qualcuno volò sul nido del cuculo” si aggiudicò la statuetta per il miglior film, la miglior regia, il migliore attore e la migliore attrice protagonisti e la miglior sceneggiatura originale. Lo straziante capolavoro tratto dal romanzo di Ken Kesey fu capace di prevalere nelle cinque principali categorie, ripetendo così l’impresa compiuta nel 1934 da “Accadde una notte” ed emulata poi nel 1992 da “Il silenzio degli innocenti”.
Ma chi furono gli avversari sconfitti? Per la statuetta al miglior film parteciparono nientemeno che “Barry Lyndon” (che si consolò con gli Oscar a fotografia, scenografia, costumi e colonna sonora non originale), “Quel pomeriggio di un giorno da cani”, “Lo squalo” e “Nashville”. La sfida tra Kubrick, Lumet e Altman si rinnovò anche per il premio alla miglior regia, che vedeva il nostro Fellini con “Amarcord” subentrare a Spielberg. Per ricevere la preferenza dell’Academy, Jack Nicholson dovette guardarsi da Walter Matthau (“I ragazzi irresistibili”) e, soprattutto, da Al Pacino a cui non bastò la straordinaria interpretazione del rapinatore protagonista del film di Lumet. Meno agguerrita la sfida per la statuetta alla migliore performance femminile, sebbene Isabelle Adjani dimostrò tutto il suo talento fin dal suo esordio nel film di Truffaut “Adele H. – Una storia d’amore” costruito interamente su di lei.
Altri indizi di quanto quell’annata cinematografica fosse benedetta: il premio al miglior film straniero venne assegnato a “Dersu Uzala” di Kurosawa mentre tale era la concorrenza che due grandi pellicole come “L’uomo che volle farsi re” e “I tre giorni del condor” rimasero completamente a bocca asciutta, nonostante la loro indiscutibile qualità. Quali di questi film ha resistito maggiormente all’usura degli anni? Se la caustica ironia tipica di Altman fa sentire lo scenario di “Nashville” ancora attuale, con tutte le contraddizioni dell’America più vive che mai, e la ricostruzione del Settecento a lume di candela di Kubrick risulta talmente maniacale da collocarla fuori dal tempo, la tensione di “Quel pomeriggio di un giorno da cani” rende certamente il film un pezzo di bravura di Lumet che ancora oggi ci tiene incollati allo schermo.
Ma non me ne vogliano i grandi maestri appena citati se affermo che il mezzo secolo trascorso abbia sancito il successo di “Qualcuno volò…” e “Lo squalo”. Se del primo si è già scritto sopra e non è il caso qui di dilungarsi ulteriormente, il secondo è entrato a tal punto nell’immaginario collettivo da stravolgere per sempre il modo in cui guardiamo il mare. Alzi la mano chi non si è trovato, almeno una volta nella sua vita, a osservare le increspature delle onde nel tentativo un po’ sadico di cercare una gigantesca pinna nera, magari canticchiando l’indimenticabile motivo della colonna sonora di John Williams (ça va sans dire, premio Oscar). L’epica e tragica caccia di Roy Scheider, Robert Shaw e Richard Dreyfuss ha rappresentato per Spielberg il primo blockbuster della sua carriera e per gli spettatori di tutto il mondo un brivido così attraente da risultare – secondo un famoso aneddoto – campione di incassi in tutti i principali mercati. “Quasi n tutti i mercati”, sarebbe meglio dire: in Italia infatti il mostro degli abissi (realizzato dal mago degli effetti speciali Carlo Rambaldi) venne sconfitto al botteghino dalle bischerate dell’allegra brigata di “Amici miei”. Ma questa è un’altra storia…
Alessandro Garavaglia

