«Gli alberi fossili preziosi archivi della vita sulla Terra»
Intervista alla paleobotanica Evelyn Kustatscher
Dea De Angelis
|11 ore fa

Evelyn Kustatscher - © Libertà/Dea De Angelis
La deforestazione e l’emissione di gas serra, fenomeni provocati dalle attività umane, sono – come noto – tra le principali cause del riscaldamento globale con inevitabili alterazioni ambientali. In poche parole: il cambiamento climatico tocca tutti i viventi, anche gli alberi. Alcune considerazioni emergono spontanee: l’ulivo è sempre più diffuso, le palme disegnano ex novo i nostri giardini, alcune specie esotiche si radicano nel territorio. Per avere alcune risposte su come funzionano gli ecosistemi terrestri e come reagiscono al cambiamento climatico, ci affidiamo a una studiosa autorevole delle piante del passato.
Evelyn Kustatscher, lei è paleobotanica. Può raccontarci il suo lavoro?
«Mi occupo di ricostruire gli ecosistemi terrestri del passato attraverso lo studio di piante fossili e pollini. Per vent’anni ho lavorato come conservatrice di paleontologia al Museo di Scienze Naturali dell’Alto Adige. Oggi dirigo le collezioni scientifiche del Tiroler Landesmuseen e coordino progetti di ricerca a livello nazionale e internazionale. Il mio lavoro si muove tra ricerca, gestione e valorizzazione delle collezioni e divulgazione scientifica, ad esempio attraverso mostre e attività rivolte al pubblico. Mi interessa molto lavorare in modo interdisciplinare, creando connessioni non solo tra biologia e geologia, ma anche con ambiti come l’arte, soprattutto quando si tratta di comunicare la scienza».
«Mi occupo di ricostruire gli ecosistemi terrestri del passato attraverso lo studio di piante fossili e pollini. Per vent’anni ho lavorato come conservatrice di paleontologia al Museo di Scienze Naturali dell’Alto Adige. Oggi dirigo le collezioni scientifiche del Tiroler Landesmuseen e coordino progetti di ricerca a livello nazionale e internazionale. Il mio lavoro si muove tra ricerca, gestione e valorizzazione delle collezioni e divulgazione scientifica, ad esempio attraverso mostre e attività rivolte al pubblico. Mi interessa molto lavorare in modo interdisciplinare, creando connessioni non solo tra biologia e geologia, ma anche con ambiti come l’arte, soprattutto quando si tratta di comunicare la scienza».
Cosa ci insegnano le piante del passato sulle trasformazioni che stiamo vivendo oggi?
«Le piante fossili sono archivi straordinari della storia della Terra. Ci fanno vedere come erano gli ecosistemi decine di migliaia oppure anche decine di milioni di anni fa. Grazie al fatto che le piante sono molto sensibili alla temperatura e alla presenza di acqua, esse reagiscono in modo molto sensibile ai cambiamenti climatici, specialmente quelli molto drastici. Sappiamo, ad esempio, che le piante possono adattarsi o migrare, ma questi processi richiedono tempo. Il problema oggi è la velocità: i cambiamenti attuali sono molto più rapidi rispetto a molti eventi del passato, e questo mette sotto pressione gli ecosistemi».
«Le piante fossili sono archivi straordinari della storia della Terra. Ci fanno vedere come erano gli ecosistemi decine di migliaia oppure anche decine di milioni di anni fa. Grazie al fatto che le piante sono molto sensibili alla temperatura e alla presenza di acqua, esse reagiscono in modo molto sensibile ai cambiamenti climatici, specialmente quelli molto drastici. Sappiamo, ad esempio, che le piante possono adattarsi o migrare, ma questi processi richiedono tempo. Il problema oggi è la velocità: i cambiamenti attuali sono molto più rapidi rispetto a molti eventi del passato, e questo mette sotto pressione gli ecosistemi».
Secondo lei quale pianta potrebbe scomparire già oggi a causa del cambiamento climatico già oggi?
«Molte piante alpine, tipo la soldanella e la silene a cuscinetto sono oggi particolarmente a rischio. Sono specie adattate al freddo e a condizioni molto specifiche, spesso legate a quote elevate. Con l’aumento delle temperature non possono semplicemente “salire” all’infinito: a un certo punto lo spazio finisce. Questo le rende estremamente vulnerabili e alcune stanno già mostrando segni di forte regressione».
«Molte piante alpine, tipo la soldanella e la silene a cuscinetto sono oggi particolarmente a rischio. Sono specie adattate al freddo e a condizioni molto specifiche, spesso legate a quote elevate. Con l’aumento delle temperature non possono semplicemente “salire” all’infinito: a un certo punto lo spazio finisce. Questo le rende estremamente vulnerabili e alcune stanno già mostrando segni di forte regressione».
Kustatscher, un’ultima curiosità. Quale pianta, al contrario, potrebbe espandersi rapidamente nei prossimi decenni?
«Le specie termofile, cioè amanti del caldo, hanno oggi un grande vantaggio. Molte piante mediterranee stanno già espandendo il loro areale verso nord e verso quote più elevate. Un tipico esempio sarebbe l’ulivo che ormai si sposta sempre più a nord e anche in alto nelle Alpi, oppure le palme, che erano “di casa” nel nord d’Italia e in Austria fino a 20 milioni di anni fa e riescono già a vivere all’aperto tutto l’anno. Un esempio sarebbe anche la pianta del vino che già i romani hanno portato in Inghilterra ma si dice che il vino era cattivissimo. Se il cambiamento climatica va avanti in questo modo noi vedremmo ottimi vini arrivare anche dall’Inghilterra. I primi tentativi di coltivazione esistono già per esempio nel Sussex. In Italia i vini avranno più alcol, meno acidità e saranno più corposi di quanto sono oggi».
«Le specie termofile, cioè amanti del caldo, hanno oggi un grande vantaggio. Molte piante mediterranee stanno già espandendo il loro areale verso nord e verso quote più elevate. Un tipico esempio sarebbe l’ulivo che ormai si sposta sempre più a nord e anche in alto nelle Alpi, oppure le palme, che erano “di casa” nel nord d’Italia e in Austria fino a 20 milioni di anni fa e riescono già a vivere all’aperto tutto l’anno. Un esempio sarebbe anche la pianta del vino che già i romani hanno portato in Inghilterra ma si dice che il vino era cattivissimo. Se il cambiamento climatica va avanti in questo modo noi vedremmo ottimi vini arrivare anche dall’Inghilterra. I primi tentativi di coltivazione esistono già per esempio nel Sussex. In Italia i vini avranno più alcol, meno acidità e saranno più corposi di quanto sono oggi».

