Giocare da sempre: un viaggio nei giochi dell'antichità

Tanti i ritrovamenti: dalla Giordania all'Egitto e dall'Italia alla Grecia, tra gli altri Paesi

Carlo Chericoni
|4 giorni fa
Lo schema per giocare a Tria (Filetto) inciso sulle scale della Rocca di San Silvestro in provincia di Livorno
Lo schema per giocare a Tria (Filetto) inciso sulle scale della Rocca di San Silvestro in provincia di Livorno
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Nella parte nord-orientale dell’odierna Giordania si trova un suggestivo insediamento neolitico noto come ‘Ain Ghazal. Qui, oltre ai resti di antiche abitazioni e a grandi statue in stucco, è stata rinvenuta una lastra di pietra con due file di sei cavità, che ricorda le moderne tavole per giocare a mancala, il noto gioco della semina. Secondo alcuni archeologi questo “tabellone” di un board game preistorico risalirebbe addirittura al 5870 a.C.; altri, però, contestano tale datazione e ritengono più credibile un collocamento intorno al 240 a.C. Qualunque sia la verità, una cosa è certa: il gioco è un bisogno primario dell’essere umano fin dai tempi più antichi.
Questa necessità ludica è confermata anche da altri celebri giochi da tavolo dell’antichità, a partire dal Senet, molto popolare nel Medio e nel Nuovo Regno dell’antico Egitto e attestato già intorno al 3100 a.C.. Nato come passatempo d’élite e legato inizialmente alle classi più alte, nel tempo si diffonde e diventa un gioco praticato anche fuori dall’ambiente di corte.
La sua funzione, però, sembra andare oltre il semplice intrattenimento. In un passo del Libro dei Morti (antico testo funerario), il defunto è chiamato a giocare una partita a Senet contro un avversario invisibile per definire il suo destino nell’aldilà. Non stupisce, quindi, che nelle tombe egizie siano state ritrovate spesso plance e set da gioco; nella sepoltura di Tutankhamon, per esempio, ne furono rinvenuti addirittura cinque, realizzati con materiali diversi.
Quanto alle regole, oggi non le conosciamo con certezza, ma le ricostruzioni più accreditate descrivono il Senet come una corsa strategica su una plancia di 30 caselle (tre file da dieci), in cui ciascun giocatore muove le proprie pedine lungo un percorso prestabilito in base al risultato del lancio di bastoncini o astragali usati al posto dei dadi. Esiste anche una versione “moderna” del gioco, con un regolamento ricostruito dagli storici Timothy Kendall e R. C. Bell, che si basa su frammenti di testi distribuiti lungo oltre mille anni e che difficilmente può restituire con precisione l’esperienza di gioco originale.
Il Senet, originario dell'Antico Egitto
Il Senet, originario dell'Antico Egitto
Altro titolo estremamente popolare nell’antico Egitto, e legato anch’esso a una forte dimensione religiosa, fu il Mehen, giocato su una tavola che raffigurava l’omonima divinità: un enorme serpente che, nel culto del Sole, aveva il compito di proteggere la barca di Ra durante il suo viaggio nel cielo.
Le regole originali non ci sono pervenute, ma un gioco arabo affine, noto come “gioco dell’iena”, presenta elementi in parte sovrapponibili e ha spinto gli studiosi a ipotizzare una meccanica simile. Secondo questa ricostruzione, i giocatori avrebbero usato dadi a bastoncino per far avanzare le biglie lungo il corpo del serpente, dalla coda alla testa, per poi tornare indietro. In questa seconda fase entrerebbe in gioco anche una pedina a forma di leone, un pezzo “predatore” in grado di mangiare le biglie avversarie.
Se finora i regolamenti citati restano in larga parte frutto di ipotesi, per il Gioco reale di Ur, nato circa 4.600 anni fa nell’antica Mesopotamia, è stato invece possibile arrivare a una ricostruzione ritenuta “ufficiale” grazie al lavoro di Irving Finkel, curatore del British Museum ed esperto di scrittura cuneiforme. Decifrando due antiche tavolette, una datata 177 a.C. e l’altra priva di datazione, lo studioso ha delineato le regole di un gioco di percorso in cui la componente aleatoria è determinante: i due sfidanti lanciano i dadi e fanno avanzare una piccola “squadra” di pedine lungo un tracciato che comprende una colonna centrale condivisa, in cui i pezzi possono incrociarsi e ostacolarsi. La vittoria spetta a chi riesce a portare tutte le proprie pedine fino all’uscita. Lungo il cammino entrano in gioco caselle di “rifugio” e, quando si termina il movimento su una casella occupata dall’avversario, la sua pedina viene catturata e rimandata all’inizio del percorso.
Ur, ritrovato nelle tombe della città sumera durante gli scavi tra il 1922 e il 1934
Ur, ritrovato nelle tombe della città sumera durante gli scavi tra il 1922 e il 1934
Il Polis era un gioco di strategia popolare nell’antica Grecia che, pur giunto fino a noi con regole solo parzialmente conservate, sembra per certi aspetti un lontano antenato della dama. Non era soltanto un passatempo: in alcune opere di filosofi greci il suo apprendimento è citato come parte di un’educazione “filosofica”, utile a formare i bambini al ruolo di cittadini.
Notoriamente appassionati di giochi d’azzardo basati sui dadi, gli antichi romani si dedicavano anche a giochi “da tavolo”, fra cui il Terni lapilli. Lo schema di gioco veniva spesso tracciato direttamente sulla pietra: nei corridoi degli anfiteatri, sui pavimenti di monumenti pubblici, sui gradini di molti teatri. Le forme variavano dalle griglie alle linee incrociate, fino ai più caratteristici diagrammi “a ruota”. Considerato l’antenato dell’odierno tris, il Terni lapilli seguiva però regole diverse, che lo rendono più ricco e interessante della versione moderna. Una variante più elaborata, chiamata Tria, è arrivata fino ai giorni nostri con il nome di Mulino o Filetto. Ancora negli anni Settanta, la sua plancia veniva spesso stampata sul retro di molte scacchiere usate per dama e scacchi.
Tra le altre creazioni dell’Impero romano si cita anche il Ludus latrunculorum, una sorta di antenato degli scacchi in cui due giocatori si affrontano muovendo pedine su una griglia. Merita poi una menzione il Ludus duodecim scriptorum, considerato un precursore del backgammon.
Anche i vichinghi, tra saccheggi e commercio, amavano rilassarsi con i giochi da tavolo della tradizione tafl, tra cui il più noto Hnefatafl. Spesso soprannominato “scacchi vichinghi”, questo gioco vede un re con i suoi difensori al centro della scacchiera; dall’altra parte c’è un gruppo di attaccanti più numeroso. In molte ricostruzioni moderne, tutti i pezzi si muovono come la torre negli scacchi e la cattura avviene per “schiacciamento”, cioè intrappolando un pezzo avversario fra due pedine proprie lungo una linea ortogonale. L’obiettivo cambia a seconda dello schieramento: i difensori devono far fuggire il re fino agli angoli della scacchiera, mentre gli attaccanti cercano di bloccarlo e catturarlo.
Il "tabellone" del gioco di Mehen
Il "tabellone" del gioco di Mehen
Non meno ricca è la tradizione ludica sul versante asiatico, che la tradizione fa risalire alla leggendaria invenzione del Liubo da parte di Wu Cao, ministro dell’ultimo sovrano della dinastia Xia, il re Jie, che la cronologia tradizionale colloca tra il 1728 e il 1675 a.C.. Come accade per molti giochi dell’antichità, non ne possediamo il regolamento completo: in base alle ricostruzioni, due giocatori si affrontavano con sei pedine ciascuno, muovendole sui punti di un tabellone quadrato scandito da un motivo simmetrico. Gli spostamenti, a quanto si ritiene, erano determinati dal lancio di sei dadi a bastoncino.
Il Liubo conobbe il suo apice durante la dinastia Han (dal 202 a.C. al 220 d.C.), per poi declinare rapidamente, probabilmente a causa della crescente affermazione del Go, il celebre gioco strategico “astratto” basato su pedine bianche e nere, tuttora praticato. È proprio il Go, del resto, a essere spesso indicato come il più antico gioco da tavolo praticato ininterrottamente dall’antichità fino a oggi.
A guardare oggi questa carrellata di antenati del board game si capisce quanto il gioco, in ogni epoca, sia stato un linguaggio condiviso. Cambiano le forme e i materiali, cambia perfino la funzione, che talvolta sconfina nel rituale o nell’educazione civile; ma l’esito, alla fine, resta identico: un tavolo, due sfidanti, e una partita che mette alla prova pazienza, astuzia e fortuna.