Adesso la burocrazia kafkiana fa irruzione pure nei videogiochi
I mondi virtuali offrono una spietata critica sociale, costringendo il giocatore a vivere dall’interno i meccanismi dei regimi totalitari
Francesco Toniolo
|3 ore fa

Circa un mese fa è stato messo online PUCS (Portale Unico delle Complicazioni Semplici), il sito che fa la parodia della pubblica amministrazione italiana, con la sua burocrazia bizantina e le sue risorse digitali spesso arretrate e caotiche. La PA è stata trasformata in un piccolo videogioco satirico, in cui bisogna riuscire a compilare alcune pratiche su PUCS, superando errori continui, moduli che si contraddicono, una cookie policy delirante e moltissimi altri ostacoli. Come si suol dire in casi del genere, molti hanno riso per non piangere, visto che l’intossicazione burocratica è un fenomeno reale, ben noto soprattutto a chi svolge determinati lavori.
Se guardiamo alla letteratura, sono pochi gli scrittori che hanno saputo raccontare questa forma di alienazione moderna meglio di Franz Kafka. Non a caso, l’aggettivo kafkiano nasce proprio da certe sue opere come Il processo (1925) e Il castello (1926), entrambi pubblicati postumi. In entrambe le opere ci troviamo davanti a situazioni assurde, regolate da un’autorità tanto invisibile e cieca quanto opprimente. In questi cortocircuiti burocratici ritorna tutto il senso di impotenza vissuto da Kafka stesso.
Al pari di tanti altri media, anche il videogioco ha recuperato la lezione dello scrittore. Con l’aggiunta che qui, nel medium videoludico, l’angoscia della burocrazia la viviamo dall’interno, subendo procedure trasformate in regole (di gameplay). Per prima cosa, esiste un videogioco ufficialmente ispirato allo scrittore boemo: The Franz Kafka Videogame del 2017, realizzato da Denis Galanin. È un curioso videogioco surreale, ma non è in realtà lui quello che esprime al meglio l’oppressione burocratica kafkiana. Il videogioco più celebre (e riuscito) che ha reso in forma procedurale la burocrazia di quei racconti è probabilmente Papers, Please di Lucas Pope, pubblicato nel 2013. Ci troviamo in un fittizio stato totalitario dell’est Europa e giochiamo nei panni di un ispettore di frontiera, che deve controllare i documenti di chi vuole entrare nel paese per scappare da guerre e persecuzioni. Siamo noi a decidere chi può entrare e chi no, sulla base delle regole che ci sono state imposte. Mostrarci troppo buoni finirà per metterci in pericolo.
Inizialmente basta controllare la validità del passaporto, ma giorno dopo giorno le regole si fanno sempre più complesse e contraddittorie: permessi speciali, certificati medici, impronte digitali e ispezioni corporali. Ecco allora che ci si ritrova stritolati in un meccanismo spietato e brutale, oltre che incredibilmente contorto. Quel che avevamo letto nelle storie di Kafka ci troviamo ora a viverlo in prima persona, osservando le conseguenze delle nostre scelte e dei nostri errori.
Papers, Please è l’esempio più celebre ma non è certo l’unico. Possiamo anche citare Beholder (2016) di Warm Lamp Games. Questa volta, il protagonista è l’amministratore di un condominio statale in un regime distopico. Il suo compito è quello di spiare i condomini, piazzare microspie, frugare negli appartamenti e compilare rapporti per il Ministero dell’Ordine. Le direttive cambiano continuamente, vietando anche oggetti di uso quotidiano e complicando il nostro agire. Anche in un caso del genere, vediamo come il medium videoludico può essere un ottimo strumento di critica sociale attraverso l’azione, ponendoci in contesti kafkiani in cui emergono quei meccanismi invisibili che controllano le nostre società.
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