Ciak, lo stile in scena. Da Marilyn ad Armani, il mito è sullo schermo

Nel libro “Cinema e moda” di Sara Martin il legame tra film e glamour. Eleganza senza tempo con Hollywood sul Tevere

Giulia Marzoli
|8 ore fa
Richard Gere e Giorgio Armani
Richard Gere e Giorgio Armani
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Se c’è un matrimonio che non conosce crisi, è quello tra la moda e il cinema. Due industrie apparentemente distinte, ma accomunate dalla capacità di creare immaginari, influenzare desideri e raccontare l’identità attraverso le immagini. A esplorare questa relazione è il volume “Cinema e moda” di Sara Martin (Carocci Editore), un saggio che ripercorre oltre un secolo di influenze reciproche e racconta come il grande schermo e il fashion system abbiano costruito nel tempo un rapporto sempre più stretto.
Martin, docente nel settore Cinema, fotografia, radio, televisione e media digitali all’Università di Parma, spiega come sin dalla Golden Age di Hollywood il cinema abbia avuto un ruolo importante nella diffusione delle tendenze. Alcuni abiti sono diventati parte dell’immaginario collettivo proprio grazie alle attrici che li hanno indossati sul grande schermo: dal tubino nero firmato Givenchy di Audrey Hepburn in “Colazione da Tiffany” all’abito bianco di Marilyn Monroe in “Quando la moglie è in vacanza”. Costumi di scena diventati, nel tempo, vere e proprie icone della storia della moda, anche grazie al ruolo dei grandi costumisti nella costruzione dello stile hollywoodiano, da Adrian a Edith Head. Il loro lavoro contribuì a definire un’estetica riconoscibile, mentre le star diventavano vere ambasciatrici di stili e tendenze. Non a caso, la storia del costume cinematografico è strettamente legata a quella dello star system: l’abito contribuisce a definire il personaggio, ma può anche finire per uscire dallo schermo e diventare un riferimento per il pubblico. E poi c’è la cosiddetta “Hollywood sul Tevere”. Negli anni Cinquanta, Cinecittà diventa uno dei luoghi in cui il divismo internazionale incontra il nascente Made in Italy. Le sartorie romane, dalle Sorelle Fontana a Emilio Federico Schuberth, contribuiscono a costruire l’immagine delle attrici italiane e straniere che lavorano a Roma, portando la moda italiana sotto i riflettori internazionali. Da quel momento la collaborazione tra cinema e moda diventa sempre più stretta. Un esempio rimasto nella storia è quello di Giorgio Armani e “American Gigolò” di Paul Schrader, uscito nel 1980: gli abiti indossati da Richard Gere contribuirono a definire l’immagine del protagonista e a rendere il guardaroba maschile parte integrante del successo visivo del film.
La collaborazione tra Armani e il cinema sarebbe poi proseguita in numerose altre pellicole. Oggi il rapporto tra cinema e moda si è trasformato ancora, perché le maison non si limitano a fornire abiti per i film o a vestire le star sui red carpet, ma entrano sempre più direttamente nella produzione di immagini e contenuti audiovisivi e partecipano anche alla valorizzazione del patrimonio cinematografico. È una delle forme di mecenatismo analizzate da Martin, che nel volume dedica attenzione anche alle forme più contemporanee di questo dialogo, a partire dai fashion film, produzioni che si collocano a metà strada tra cinema e comunicazione della moda. A questo si aggiunge il fenomeno del “method dressing”, attraverso cui gli stylist di attrici e attori costruiscono i propri look promozionali richiamando personaggi o atmosfere dei film che stanno presentando.
La copertina del libro
La copertina del libro
Il racconto del film, in questo modo, può continuare anche fuori dallo schermo, trasformando il red carpet in una sorta di estensione della narrazione. Il legame passa anche dalle collaborazioni dirette tra maison e registi. Gucci, per esempio, ha dedicato la campagna Exquisite alla grammatica cinematografica di Stanley Kubrick, ricreando alcune delle immagini più riconoscibili dei suoi film con la partecipazione della costumista Milena Canonero. Prada, invece, ha costruito nel tempo un rapporto particolarmente stretto con Baz Luhrmann: Miuccia Prada ha collaborato ai costumi di “Romeo + Giulietta”, “Il grande Gatsby” ed “Elvis”, insieme alla costumista Catherine Martin. “Cinema e moda” di Sara Martin è una lettura interessante per chi si occupa di comunicazione visiva, ma anche per chi vuole capire quanto la moda cinematografica abbia contribuito a costruire il nostro immaginario. Dietro un abito visto sullo schermo ci sono infatti scelte estetiche, ma anche riferimenti sociali e culturali. Il saggio aiuta così a leggere il rapporto tra questi due mondi con uno sguardo più ampio: il cinema racconta la moda e, allo stesso tempo, la moda utilizza il cinema per raccontare sè stessa.