Dagli skater agli indie, quando l’adolescenza viveva in mondi ben precisi

Stili forti e riconoscibili solo pochi anni fa. Oggi gli algoritmi accelerano le tendenze, indebolendo il senso di appartenenza

Giulia Marzoli
|18 ore fa
Dagli skater agli indie, quando l’adolescenza viveva in mondi ben precisi
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Ogni tanto mi riscopro nostalgica e mi ritrovo a riguardare le mie fotografie di qualche anno fa, negli anni clou dell’adolescenza.
Scorrendole mi accorgo che molte persone sembravano appartenere a mondi precisi. C’erano gli appassionati di Tumblr che condividevano fotografie dai colori desaturati con le loro citazioni malinconiche, gli indie, gli skater, chi seguiva la scena trap, chi ascoltava rock alternativo e costruiva attorno a quella musica una parte della propria identità. È vero, non erano mondi rigidamente separati, ma avevano linguaggi, riferimenti e stili riconoscibili. Oggi ho l’impressione che sia molto più difficile individuare qualcosa di simile.
Non perché i giovani abbiano smesso di cercare la propria identità, forse non l’hanno mai fatto tanto quanto oggi, ma mi sembra cambiato il modo in cui questa ricerca avviene. Per decenni le sottoculture sono nate attorno a luoghi fisici, passioni condivise o consumi culturali specifici. Si ascoltavano gli stessi gruppi, si frequentavano gli stessi ambienti, si adottavano determinati codici estetici. L’appartenenza aveva una dimensione concreta. Oggi gran parte della socialità passa invece dagli algoritmi, e gli algoritmi funzionano in modo diverso, creando flussi continui di contenuti. Sui social una tendenza può nascere, diffondersi e scomparire nell’arco di poche settimane. Un’estetica diventa virale e subito dopo viene sostituita da un’altra.
Negli ultimi anni abbiamo assistito a una successione quasi infinita di etichette: clean girl, coastal grandmother, mob wife, office siren e molte altre. Alcune hanno generato milioni di visualizzazioni, ma poche sembrano aver lasciato un segno duraturo. La differenza forse sta proprio qui. Le sottoculture del passato non erano soltanto un modo di vestirsi, al contrario erano spesso accompagnate da una visione del mondo, da gusti musicali, letture e forme di socialità. Molte delle micro-tendenze contemporanee, invece, si esauriscono nell’immagine, si possono adottare per qualche settimana e abbandonare senza particolari conseguenze.
Questo non significa che oggi manchino creatività o desiderio di esprimersi, anzi, probabilmente esistono più possibilità che mai. Ognuno può attingere a riferimenti diversi e costruire uno stile personale senza sentirsi obbligato a rientrare in una categoria precisa; la libertà è aumentata, ma forse si è indebolito il senso di appartenenza. Forse le sottoculture non sono davvero scomparse, ma sono semplicemente cambiate, e invece di durare anni, durano mesi. Non nascono nei luoghi fisici ma sugli schermi, non sono più definite da gruppi relativamente piccoli ma vengono immediatamente assorbite e diffuse su scala globale. Resta però una domanda interessante: se tutto può diventare una tendenza e ogni tendenza dura sempre meno, cosa succede all’identità? Forse la sfida della nostra epoca non è trovare un gruppo a cui appartenere per sempre, ma riuscire a capire chi siamo in mezzo a un flusso continuo di immagini, mode e stimoli che cambiano ogni giorno.