Il prezzo della vittoria. Fango, sogni di gloria e ossessione dietro le quinte del calcio
Lo sguardo di Pupi Avati e il genio di Ugo Tognazzi. “Ultimo minuto” tra inganni e passioni di provincia
Redazione Online
|18 ore fa

Tognazzi protagonista del film “Ultimo minuto”, diretto da Pupi Avati nel 1987
Che cosa succede quando il calcio diventa ossessione? “Ultimo minuto”, diretto da Pupi Avati nel 1987, è una pellicola che esplora il dietro le quinte del mondo calcistico e quanto sia difficile restarci mantenendo una certa dignità. Il protagonista è senza dubbio Walter Ferroni, interpretato dal grande Ugo Tognazzi: direttore sportivo di una squadra biancorossa di Serie A che fatica a rimanere nella massima categoria. Spietato, senza scrupoli, imbroglione ma profondamente appassionato, Ferroni tiene in vita quella squadra da anni, finché non arriva un nuovo presidente, Renzo Di Carlo (Lino Capolicchio). Convinto dallo stesso Ferroni a entrare nel club, Di Carlo decide però di estrometterlo per rinnovare l’ambiente e sistemare tutto ciò che prima non funzionava. Parallelamente alla figura di Walter, il film mostra anche cosa significhi essere un talento mai davvero sbocciato. Emilio Boschi (Massimo Bonetti), strafottente e impulsivo, rappresenta l’altra faccia della medaglia: quella del calciatore dotato ma incapace di trovare equilibrio. “C’è un momento in cui smetti di vincere e devi accettarlo”. Walter tiene talmente tanto a lui che, pur di non lasciarlo andare via, spinge la figlia Marta (interpretata da una giovanissima Elena Sofia Ricci) a sedurlo. Boschi viene poi cacciato dalla società per l’ennesimo comportamento discutibile e, per gran parte del film, si allena senza sosta facendo di tutto per tornare a giocare, aiutato proprio da Marta e dallo stesso Walter. Nel frattempo, vediamo anche l’inizio della carriera di un giovane talento, Paolo (Marco Leonardi) scoperto da Duccio, interpretato da Diego Abatantuono, un uomo di potere che lo introduce nella squadra di Di Carlo, dove viene accolto con ostilità dai veterani della squadra e dallo stesso allenatore, incapaci di accettare il cambiamento.
Nel corso della pellicola ci vengono mostrate le varie sfaccettature di questo sport: dal potere dei media, capaci di rovinare vite con copertine scandalistiche, al presidente facoltoso che prende in mano una società sportiva perché tifoso, pur non avendo la minima idea di come gestirla. Fino ad arrivare al mondo degli scommettitori e ai danni che possono provocare sui giocatori e sui membri dei club: “Il calcio ha rovinato tanta gente.” La tensione si costruisce bene, poco alla volta: lo spettatore si chiede se Walter riuscirà ancora una volta a salvare la sua squadra dalla retrocessione e se Boschi tornerà a giocare. Ormai agli sgoccioli, il presidente, dopo aver perso le prime sei giornate di campionato, è costretto a ricorrere nuovamente all’aiuto dell’avvocato. Tra le condizioni poste da Walter c’è anche la riammissione di Boschi in squadra.
La scena finale, in cui la squadra biancorossa, ormai tornata nelle mani di Ferroni, affronta l’Avellino, è particolarmente emozionante. La squadra deve vincere o almeno pareggiare: non ci sono alternative. La partita non viene mai mostrata direttamente allo spettatore, che assiste soltanto alle reazioni del pubblico, di Walter, della panchina e di chi segue tutto da casa con la radio in mano. Sotto di uno, Boschi sbaglia un rigore, e si scopre che lo ha fatto apposta, in accordo con gli scommettitori, così Walter decide di dare fiducia al giovane Paolo, che lo ripaga segnando il gol decisivo, all’ultimo minuto.
Nonostante l’opera funzioni molto bene dal punto di vista sportivo, soprattutto per chi è tifoso e conosce da vicino quel mondo, presenta anche diverse criticità. Per esempio, emerge un machismo esasperato: i giocatori non mostrano alcun rispetto per le proprie mogli e lo stesso Ferroni arriva a utilizzare un insulto omofobo per rimproverare un calciatore. In particolare, è la rappresentazione femminile a risultare oggi decisamente problematica. Le donne vengono spesso trattate come elementi di distrazione o strumenti funzionali agli uomini. Emblematica è la frase rivolta a Egle, moglie del Presidente: “Stai lontana dai ragazzi della squadra, sei troppo attraente e potresti creare danni”. Oppure la scena del ritiro, quando Walter commenta la presenza di due giovani cameriere dicendo che sono “troppo belle” e quindi inadatte a stare vicino ai giocatori. Questo aspetto sfocia poi nella discussione tra Ferroni e la figlia, forse uno dei momenti più interessanti del film. Marta gli rinfaccia non solo di dimenticare perfino il suo compleanno e di non sapere nemmeno quanti anni ha, ma anche di averla sempre sfruttata per sedurre o compiacere i calciatori, compreso Boschi. Sono scene e scelte narrative che oggi difficilmente vedrebbero la luce allo stesso modo. Ed è proprio qui che nasce una domanda spontanea: essendo un film del 1987, “Ultimo minuto” era semplicemente figlio del suo tempo oppure mostrava con lucidità un ambiente calcistico profondamente sessista e patriarcale, aspetti che continuano ancora oggi a emergere?
In fondo, Pupi Avati sembra voler illustrare la realtà del calcio in quegli anni, cercando di offrire un ritratto cinico e denunciare anche la tossicità dell’ambiente. Questa pellicola, infatti, mostra come la passione possa spingere una persona oltre ogni limite, persino oltre le proprie regole morali. Ferroni, anche quando non lavora più ufficialmente per la società, continua a sacrificare tutto sé stesso pur di aiutare la squadra a riemergere dalle difficoltà. Negli anni ha rinunciato alla propria morale, al rapporto con la moglie, ormai defunta, e anche a quello con la figlia, ridotta spesso a una pedina nelle sue strategie. Non a caso il finale mostra Walter sugli spalti, felice per aver ottenuto un punto prezioso, accanto a Marta, profondamente delusa perché quella partita ha segnato definitivamente la fine della carriera dell’amato Boschi. Eppure, pochi istanti prima, padre e figlia avevano condiviso uno dei momenti più intimi del film, nel clima di paura e tensione che precede la partita: dove vige il terrore di perdere e fallire. Quando Marta gli chiede: “Hai sempre così paura prima di una partita?”, Walter risponde: “Sempre. Fino al primo minuto di gioco, qualche volta fino all’ultimo”. Ed è forse proprio qui che il film trova il suo nucleo più interessante: quanto si è disposti a sacrificare per ciò che si ama, in questo caso il calcio, il lavoro, la competizione, e quanto si è pronti a pagarne le conseguenze? Walter conosce perfettamente il prezzo delle proprie scelte, ma decide comunque di compierle, pur di inseguire un fugace momento di felicità capace di dare senso a una vita intera.
Sara Benassi

