Il pistolero silenzioso, storia di Vittorio Fanfoni
A dieci anni dalla scomparsa il ricordo dell’attore piacentino che recitò con i grandi del cinema
Redazione Online
|4 ore fa

Fanfoni, in una scena di “Profondo Rosso”, prende appunti durante la caccia all’assassino
Uno dice “attore di cinema piacentino” e pensa subito a Franco Fabrizi, nato a Cortemaggiore e interprete per grandi registi come Fellini, Antonioni e Germi. Ci fu però un altro attore, spesso dimenticato, che aveva requisiti forse meno eclatanti di Fabrizi ma di tutto rispetto, e che vale la pena ricordare e portare all’attenzione dei lettori di Libertà: Vittorio Fanfoni. Ecco la biografia di un altro piacentino illustre e dimenticato. Era nato a Piacenza il 1° gennaio 1944 e vi è deceduto il 12 giugno 2016. Personalmente lo conoscevo, ma la nostra frequentazione era stata occasionale. Da cinefilo, avevo visto solo alcuni dei film che aveva interpretato. Non ricordo che a livello locale gli venisse attribuito alcun riconoscimento celebrativo, pur avendo recitato in un’ottantina di pellicole, spesso in ruoli di prestigio. Il suo rapporto con Piacenza era diventato sporadico, ma so che aveva mantenuto salde amicizie con alcuni coetanei. Forse era stato sottovalutato; d'altra parte, all'epoca gli spaghetti western non erano particolarmente raccomandati dalla critica. E poi, si sa, nessuno è profeta in patria.
Fu uno dei volti più autentici, solidi e riconoscibili del cinema di genere italiano degli anni ’70. Seppe attraversare con straordinaria presenza un’ottantina di pellicole tra western, polizieschi e horror. Spesso attivo come caratterista o in ruoli di supporto – operando talvolta anche come aiuto regista –, lavorò con alcuni dei più grandi maestri della storia del cinema italiano. Tra le sue interpretazioni di rilievo di quel decennio spicca “Holocaust 2000” (1977), in cui recitò al fianco di Kirk Douglas. Prima ancora era stato scelto ripetutamente da registi da premio Oscar o da maestri del cinema d’autore: Bernardo Bertolucci in “Partner” (1968) e “Novecento” (1976), Pietro Germi in “Serafino” (1968), Dario Argento in “Profondo rosso” (1975), Marco Bellocchio in “Nel nome del padre” (1972) e “Marcia trionfale” (1976), Francesco Rosi in “Lucky Luciano” (1973), Marco Ferreri in “L’ultima donna” (1976) e Lina Wertmüller in “Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto” (1974).
Nei film di Marco Bellocchio, Vittorio Fanfoni si inserisce perfettamente nell’universo visivo del regista suo concittadino, che da sempre ama utilizzare attori dal forte impatto espressivo. Proprio in “Marcia trionfale”, pellicola che smascherava e criticava le logiche alienanti del militarismo e del nonnismo, Fanfoni interpretava uno dei militari di stanza nella caserma. Essendo entrambi nati e cresciuti a Piacenza, l'attore e il regista condividevano la conoscenza diretta della vita, dei costumi e delle istituzioni della stessa città, prima ancora di frequentare i paesaggi estivi di Bobbio. Mentre Bellocchio scardinava il cinema d’autore, Fanfoni diventava una presenza stabile negli spaghetti western grazie alla sua stazza imponente, allo sguardo duro e alla mascella squadrata: caratteristiche perfette per interpretare il “cattivo” o il pistolero rude. È da citare senz’altro “Indio Black, sai che ti dico: sei un gran figlio di...” (1970), per la regia di Gianfranco Parolini. In questo film Fanfoni ebbe l’onore di recitare a fianco del divo hollywoodiano Yul Brynner. Merita una menzione anche “El macho” (1977), uno degli ultimi western del periodo, in cui Fanfoni divide lo schermo con Carlos Monzón, il celebre pugile prestato al cinema.
È incredibile come Fanfoni e Bellocchio, con due percorsi partiti dalla provincia piacentina, abbiano segnato sia il cinema di genere sia quello più accreditato dalla critica. Scoprire come Piacenza abbia saputo unire, nello stesso periodo storico, l’artigianato di un grande caratterista con il cinema d’autore più coraggioso è la dimostrazione di quanto sia sorprendente la storia della nostra cinematografia. La vera notizia che rivaluta Fanfoni non sta solo nella quantità di pellicole a cui ha preso parte, bensì nella straordinaria qualità dei registi che lo hanno diretto, a testimonianza di una versatilità che andava ben oltre gli stilemi degli spaghetti western.
Stefano Pareti
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