Hannibal Lecter, frammenti di orrore prima della fama e dei premi Oscar

Il thriller “Manhunter” di Mann quarant’anni fa ha anticipato il blockbuster mitologico “Il silenzio degli innocenti” di Demme

Redazione Online
|22 ore fa
Brian Cox,  il primo Hannibal al cinema
Brian Cox, il primo Hannibal al cinema
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Se c’è una lezione che ho imparato nella mia estate cinematografica, è quella di non pensare mai di conoscere tutto di una storia, di un film, di una serie tv, anche quando si è portati a pensarlo. Nel 1986, cinque anni e cinque Oscar prima del film “Il silenzio degli innocenti” di Jonathan Demme, usciva nelle sale cinematografiche “Manhunter - Frammenti di un omicidio”. Con la regia di Michael Mann, il film è tratto dal romanzo “Il delitto della terza luna” di Thomas Harris, in originale “Red Dragon”, del 1981. Al centro della trama di “Manhunter" c’è l’esperto di profili criminali dell’FBI Will Graham e, per la prima volta sul grande schermo, la figura di Hannibal Lecktor, e non Lecter come vorranno i successivi prodotti cinematografici e televisivi a lui dedicati.
Non avrei mai immaginato che il potente e mainstream personaggio del cannibale fosse nato senza l’iconica interpretazione di Anthony Hopkins, ma attraverso la performance di Brian Cox nei panni di Hannibal. Se il Lecter di sir Hopkins è entrato nella memoria collettiva, stampandosi nei ricordi di cinefili e non come il solo e unico serial killer del filone narrativo sul criminale antropofago, la pellicola di Mann introduce una certa sorpresa. Grazie a un collega appassionato del genere thriller, ho piacevolmente scoperto l’origine di un cult assoluto.
Il film prodotto da Dino de Laurentiis e diretto da Michael Mann, il regista che nel 1995 avrebbe messo faccia a faccia Robert De Niro e Al Pacino nel capolavoro “Heat - La sfida”, rappresenta la vera genesi del mito di Hannibal sul grande schermo. Nonostante l’opera fosse stata accolta tiepidamente al boxoffice, si è in seguito consacrata come classico del genere thriller, capace di tenere lo spettatore incollato allo schermo, soprattutto per i temi che scandaglia.
Al centro della trama c’è Will Graham convinto da un collega a rimettersi al lavoro in seguito al suo ritiro dalle scene. L’ex agente dell’FBI è un uomo profondamente segnato dalla precedente e traumatica cattura di Lecktor, a cui aveva dato una caccia spietata e che ora insegue le tracce di un nuovo e feroce maniaco che terrorizza la città “Tooth Fairy” - “Dente di Fata” nell’adattamento italiano – soprannominato così per le profonde tracce di morsi impresse sui corpi delle vittime. Per comprendere la mente contorta, anticipare i movimenti e decifrare gli intenti criminali del killer, il profiler si vede costretto a compiere un passo doloroso: recarsi in prigione per rivolgersi direttamente a Lecktor, sperando che lo specchio della sua follia riattivi in lui il “fiuto” per i mostri.
Se è vero che il mostro è qualcosa di cui avere paura, è altrettanto vero che mostri non si nasce, lo si diventa. E questo, l’opera di Mann lo rappresenta senza filtri. In questo senso, il regista rifiuta la violenza gratuita e la pura spettacolarizzazione, cercando costantemente il perché, la ragione prima alla base dell’orrore. Ecco, allora, che per scoprire le motivazioni psicologiche che spingono “Dente di Fata” a uccidere senza pietà è necessario calarsi nei suoi panni, esplorare gli angoli più profondi della sua intimità per capirne il punto di vista, senza mai giustificarne l’operato. In “Manhunter” Graham cerca il confronto con il “mostro” per catturare un altro “mostro”, in una logica secondo cui il “cattivo” può decifrare al meglio un altro “cattivo”.
Il faccia a faccia con Lecktor si rivela tuttavia una trappola: il cannibale manipolatorio e vendicativo gioca alle spalle dell’FBI. Graham riesce però, quasi per una dolorosa osmosi con il male, a comprendere l’abisso dell’assassino che vuole catturare. In seguito alla complessa vicenda umana della giovane cieca Reba McClane (Joan Allen), l’ex agente federale riesce a scorgere quella spina d’infanzia conficcata in una personalità fragile che non ha avuto gli strumenti per superare i traumi della propria vita. Il killer si rivela mosso da un bisogno fondamentale che accomuna ognuno di noi, quello di essere amato e accettato, senza sentirsi tradito. Hannibal è il “mostro” che non aiuta il “buono”, ma lo spinge a scrutare nell’abisso della natura umana, anche la propria. Will Graham subisce, volente o nolente, il fascino di Lecktor. Entra in gioco qui la riflessione più scomoda e potente di tutto il film, secondo la quale siamo tutti portati a desiderare di conoscere, quanto più da vicino possibile, quel “dark side of the moon” che cantavano i Pink Floyd, il lato oscuro che si cela dietro ognuno di noi. Anche questa volta quindi, ecco che il cinema rivela l’inconfessabile, confermandosi potente strumento d’indagine esistenziale.
Camilla Calzarossa Lusardi