Da guide morali a facili bersagli: i sacerdoti sul grande schermo diventano specchio del Paese
Stefano Cocchi nel nuovo libro “Fiat Voluntas Dei” attraversa un secolo di cinema italiano tra fede, potere e dissacrazione
Giorgio Occhipinti
|17 ore fa

Stefano Cocchi, autore del libro
C’è una figura nel cinema italiano che permane e gioca più ruoli. Il prete, l’uomo di fede, è stato ritratto in infinite varianti. A volte nobile, libertino e bonario, alle volte popolare, retrogrado e arcigno. Nel percorso costruito da Stefano Cocchi nel suo ultimo libro, uscito il 20 Aprile scorso, “Fiat Voluntas Dei” (Shatter edizioni), il sacerdote diventa qualcosa di più complesso: una cartina tornasole del Paese, un personaggio che cambia forma insieme alla società. Il suo libro attraversa decenni di cinema italiano, dai film più canonici ai territori dell’erotico, dell’horror, del giallo e del western. Più che un repertorio di titoli, è una teoria dello sguardo.
Che cosa vediamo quando vediamo un prete al cinema? E soprattutto, che cosa dice di noi quella figura? Partiamo dalla domanda più diretta: Stefano Cocchi è credente?
«Se fossi stato un credente osservante, questo libro sarebbe nato in tutt’altra maniera. Il mio è un lavoro che considero ecumenico: non ci sono giudizi, non ci sono preclusioni. Ho cercato di mantenere uno sguardo neutro. Posso anche non escludere di essere credente, ma sicuramente non sono praticante».
Qual era la finalità principale del progetto?
«La cosa che mi interessa di più è che chi legge il libro poi vada a cercare i film. Per farlo non potevo avere pregiudizi di genere, di qualità o di epoca. L’argomento doveva prevalere su tutto. Il libro va dagli anni Trenta fino al 2022, ho mantenuto l’ordine cronologico non per comodità, ma perché era l’unico modo per mostrare come la figura del prelato cambi nel tempo. L’importante è che dentro ci sia quella figura, quel simbolo, quel punto di contatto con il sacro o con il potere. Nel libro c’è anche la prefazione di monsignor Fiorenzo Facchini».
Perché era importante quel coinvolgimento?
«Monsignor Facchini è un antropologo cattolico, e non è facile trovare una figura di questo tipo. È stato uno di quelli che ha mediato davvero tra scienza e religione. Nel mio progetto ha trovato interessante proprio lo sguardo neutro, ha capito che il libro non nasceva contro la religione».
Nel volume però ci sono anche immagini grottesche, caricaturali. Come si tiene insieme questo aspetto con il rispetto verso il tema religioso?
«Il fatto che ci siano caricature o immagini grottesche non significa che il lavoro sia irrispettoso. Anzi, secondo me il punto era proprio uscire da uno schema. Piero Paglioriti, che ha lavorato alle immagini, viene dal Carnevale di Persiceto: disegna carri allegorici, caricature, figure deformate. Anche lui, in questo progetto, è uscito dal suo territorio abituale. Il libro l’ho scritto io, ma il progetto ha coinvolto tre sensibilità: la mia, quella di Facchini e quella di Paglioriti. Tutti e tre, in modo diverso, abbiamo fatto un passo fuori dal nostro perimetro. L’obiettivo non era provocare per il gusto di farlo, ma costruire un oggetto che uscisse dai canoni della critica cinematografica tradizionale».
A un certo punto dici che il prete è “il termometro del quotidiano”. Cosa significa?
«Il prete è una figura che ha cominciato nella Chiesa, poi è entrata nella famiglia, e oggi ne è uscita. Non sappiamo se tornerà mai ad avere lo stesso ruolo però per molto tempo è stato un punto centrale della società italiana. Il cinema lo ha idolatrato e amato. Pensa a “Pane, amore e fantasia”. Poi pensa al neorealismo, dove trovi preti collaborazionisti e preti partigiani. Tenendo come ago della bilancia il sacerdozio, si passa tranquillamente da una figura all’altra. Dopo il Sessantotto cambia tutto. La rivoluzione giovanile porta a rifiutare i valori precedenti, e il prete viene denigrato, massacrato, messo in una luce cattivissima. Viene associato al thriller, all’horror, al giallo, all’erotico, cioè a territori che prima sembravano profani. Da quel momento il sacerdote può stare ovunque, perché il momento storico lo chiede. Prima era lui che tirava le freccette sul bersaglio poi è diventato il bersaglio».
Oggi, soprattutto per le generazioni più giovani, la figura del prete sembra schiacciata su due immagini: il potere corrotto dei vertici e lo scandalo della pedofilia. È una percezione limitante?
«È limitativa, ma comprensibile. A un certo punto il prete torna a essere un soldato semplice: non più quello che decide la vita delle famiglie, che entra in casa e dice cosa devi fare. Dall’altra parte, però, le nuove generazioni gli hanno messo addosso un cappello molto pesante e molto in fretta: il prete pedofilo, perverso, malsano. È una visione che non è completamente esatta, ma è comprensibile. Esistono ancora però figure di preti anni Cinquanta, anni Sessanta come concezione. Il punto è che oggi i preti ci sono, ma non hanno più la stessa importanza che avevano una volta. Per questo parlo di “meta-presenza”: esistono, ma quello che fanno importa molto meno».
Nel libro arrivi anche a “Habemus Papam” di Nanni Moretti. Come lo leggi?
«Il Papa di “Habemus Papam” io lo vedo come un bambino. Un bambino che scappa, che vuole fare le cose che fanno gli altri bambini: andare in autobus, mangiare una pasta, stare in mezzo alla gente. La scena della rinuncia è potentissima. La gente lo guarda come si guarda una persona indifesa. È come se dicesse: prima vi difendevo io, adesso siete voi che dovete difendere me. Moretti aveva già fatto “La messa è finita”, che secondo me è un capolavoro profetico. C’è una frase, “non c’è libertà nell’essere soli”, che anticipa una grande solitudine. E in “Habemus Papam” ritrovi quella solitudine: il Papa crolla per inadeguatezza, perché forse è semplicemente un bambino che ritrova la propria innocenza».

