Il lavoro nell'era dell'IA: Intervista al piacentino Mirko Serri

Coordinatore programmi di formazione sulla trasformazione digitale (Unicredit) e autore di "Imparare ad adattarsi" (Giunti)

Leonardo Chiavarini
|18 ore fa
La locandina del libro "Imparare ad adattarsi"
La locandina del libro "Imparare ad adattarsi"
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Il futuro può metterci paura. In pochi decenni, infatti, la realtà che ci circonda sembra essersi fatta più complessa. Fenomeni vari, quali l’incertezza geopolitica, la crisi climatica, l’incrinarsi di valori prima acclarati e, soprattutto, l’evoluzione digitale guidata dall’IA, hanno generato una robusta onda d’urto. La sensazione è quella di navigare in acque costantemente agitate, senza un appiglio di terraferma all’orizzonte. Aziende e singole persone sono così chiamate a una sfida epocale che non riguarda soltanto il mondo del lavoro, ma la realtà tutta. Con la volontà di mettere un po’ d’ordine in questo scenario è nato “Imparare ad adattarsi” (Giunti), il libro del piacentino Mirko Serri, che punta a fornire una bussola per affrontare le sfide del presente e guardare al futuro con fiducia.
Mirko Serri, modenese di nascita e piacentino d’adozione, è scrittore, poeta e musicista, oltre che coordinatore dei programmi di formazione sulla trasformazione digitale per le direzioni Digital & Information e Operating Office di Unicredit. Il suo punto di vista è dunque quello di un professionista che opera ad alti livelli nel mondo delle risorse umane e, in generale, quello di una personalità curiosa, attenta ad indagare il reale in tante delle sue sfaccettature.
Serri, il suo è un background poliedrico. Quali sono state alcune delle tappe più significative della sua formazione?
 «Se mi guardo indietro, riconosco una serie di tappe che, lì per lì, sembravano scollegate le une dalle altre, e che solo in seguito hanno assunto un senso inaspettato. Ma, dico che in una vita sono soprattutto le persone a fare la differenza. Ho avuto la fortuna di avere i nonni materni insegnanti di scuola. Questa voglia costante di scoprire il mondo sono stati loro a trasmettermela. E poi mia mamma è stata altrettanto fondamentale. Purtroppo, ho perso mio padre da piccolo e lei ha fatto la parte di entrambi i genitori. Mi ha accudito e mi ha reso da subito molto responsabile».
“Imparare ad adattarsi” (Giunti), come nasce e con quali ambizioni?
 «L’idea è nata dopo aver seguito il corso di un’università americana dedicato all’ecologia della formazione. Dalla stesura di un breve elaborato, le pagine sono aumentate e hanno preso la forma di un libro, attraverso l’integrazione di ulteriori studi e di tante esperienze. È un volume rivolto a chi lavora o a chi vuole cambiare lavoro, ma anche ai giovani che si approcciano al mercato. L’intento è fornire strumenti per dipanare la complessità».
A proposito di complessità: la tecnologia ha cambiato profondamente lo scenario. Come e fino a che punto?
 «La velocità di trasformazione è arrivata oggi a toccare dei vertici prima impensabili, non riusciamo più a tenere il passo della tecnologia. Davanti a noi si apre un bivio: bisogna correre inseguendola, oppure serve cambiare approccio? Io propendo per la seconda opzione. È chiaro che con il progredire della tecnologia, il lavoro ripetitivo e connesso all’automatismo verrà pian piano assorbito dalle macchine. Da competenze standard bisogna dunque passare a un’ottica più cognitiva: è sempre meno importante riuscire a fare delle cose che una macchina può fare e, al contrario, è sempre più importante cercare di fare ciò che riesce solo all’uomo. In cosa eccelle l’uomo ancora oggi? Nel ragionamento, nell’orchestrazione e nella direzione delle attività. Con l’IA e con il progresso tecnologico, il lavoro umano sarà sempre più mentale e si poggerà sul pensiero critico. Nel libro, infatti, parlo di “mente-lavoro”, riferendomi al fatto che saranno le competenze cognitive a fare davvero la differenza in futuro. La mente-lavoro è, in sostanza, quella mente plastica che si adatta alla realtà del lavoro, perché è in grado di risolvere problemi, decidere, indirizzare o ripensare».
L’uomo continua ad avere un vantaggio sulla macchina?
 «Impariamo più in fretta e in modo più efficiente, perché apprendiamo attraverso l’esperienza. Ma, soprattutto, siamo molto più creativi. Le macchine utilizzano dei pattern, dei percorsi predefiniti, e tramite quelli costruiscono gli output a partire dai dati che hanno a disposizione. L’uomo creativo, invece, fa tutt’altro. Tanto che, spesso, rompe degli schemi consolidati e non accontenta subito il pubblico. Eppure, la creatività, sinonimo di originalità e di unicità, è ciò che ci porta lontano».
Mirko Serri, autore del volume
Mirko Serri, autore del volume
Su quali figure e in quali settori l’IA impatterà di più?
 «L’impatto potrà riguardare soprattutto i due estremi. Da un lato, lavori più di base, caratterizzati da ripetitività o esposizione al pericolo. Dall’altro lato, invece, certi lavori iperspecialistici, particolarmente legati a nozioni specifiche, che potranno essere fortemente trasformati dall’automazione, con una sempre crescente integrazione tra lavoro umano e tecnologie avanzate. Al contrario, tutti i lavori che prevedono una componente relazionale o una componente interpretativa importante sono i meno sostituibili. In generale, quello che ci porta l’IA è la necessità di alzare il livello e di insistere sulle competenze umane».
Il contesto cambia di continuo e cresce la necessità del lavoratore di restare aggiornato. L’azienda come può conciliare due esigenze apparentemente opposte, ovvero la produttività e la formazione?
 «La formazione è certamente un costo, ma un costo che, però, si assorbe bene e che può generare un circolo virtuoso benefico per l’intera realtà aziendale. Evidenze scientifiche confermano che avere personale formato non aumenta solo i profitti, ma anche l’ingaggio dell’azienda. Le persone sono più motivate a lavorare e lo fanno meglio. Accanto c’è poi il welfare. Formazione e welfare devono andare di pari passo e, quando lo fanno, conferiscono all’azienda un vantaggio competitivo importante, che spesso supera anche quello fornito dagli stimoli economici. Con una metafora calcistica possiamo dire che la formazione è l’allenamento, che permette ai giocatori di arrivare pronti a più scenari quando si tratterà di “giocare” la partita; il welfare, invece, è ciò che permette all’azienda di avere gli atleti in forma».
Nell’ottica di favorire quell’approccio di “mente-lavoro” di cui parlavamo…
 «Certo. In un contesto in cui massimizzare la produttività sarà sempre più compito delle macchine, l’uomo gioca più il suo ruolo sulla limitazione dell’errore. Il professionista è colui che non fa sbagliare l’azienda e che, quindi, deve essere sul pezzo, lucido quando serve il suo intervento. In futuro, le persone più che correre per aumentare la produttività, dovranno essere competenti (formazione) e in forma, motivate e concentrate (welfare) per limitare l’errore. Chiudendo la metafora calcistica, si può dire che il lavoratore del domani è sempre più simile a un’attaccante d’area di rigore: non importa quanto ha corso o la quantità di tiri che ha realizzato verso la porta, ma è ben più importante la sua capacità di essere lucido e infallibile nel momento in cui arriva la palla giusta».
Alcune strategie applicabili in azienda per intersecare formazione, welfare e produttività?
 «In primis, citerei l’ascolto. Rifocalizzarsi sull’ascolto del lavoratore è davvero fondamentale, oltre che molto sano per le persone. Un altro aspetto intelligente è poi la valorizzazione di tutte quelle figure che, in azienda, sono propense alla crescita dei professionisti. Premiando questi atteggiamenti è più facile generare un circolo virtuoso nell’intera realtà aziendale. Poi, per quanto riguarda l’integrazione della formazione nella settimana, mi vengono in mente due spunti. Il primo arriva da aziende come Google, che aveva lasciato ai dipendenti fino al 20% del tempo alla settimana da dedicare alla formazione e alla creatività. Il secondo spunto, invece, arriva da un’evidenza assodata. Dal momento che è risaputo che il picco di produttività dei dipendenti si colloca a metà settimana (martedì, mercoledì, giovedì) è sicuramente una buona strategia integrare la formazione nei due estremi, al lunedì o al venerdì».
Tre competenze fondamentali?
«Saranno sempre meno importanti quelle specifiche e sempre più importanti quelle cognitive. Ne cito tre. La prima è la comunicazione, una competenza valida in tutti gli ambiti. La seconda è l’analisi, ovvero il saper scardinare, organizzare, capire le cose nel profondo. La terza, infine, riguarda una certa dimestichezza con i dati. Ogni giorno siamo sempre più contaminati da un’infinità di informazioni. La capacità di orientarsi nella cospicua mole di dati in cui ci troviamo immersi è fondamentale per prendere decisioni consapevoli».