Disarmare l'intelligenza artificiale: la prima enciclica di Papa Leone XIV "Magnifica humanitas"
Spicca la necessità di guidare il progresso tecnologico e renderlo più umano
Leonardo Chiavarini
|18 ore fa

Papa Leone presenta la sua prima enciclica© ANSA
Aderenza al presente, con la speranza di disinnescare i mali futuri di una possibile distopia tecnocratica. Si può commentare così la scelta di Papa Leone XIV di dedicare la sua prima enciclica, “Magnifica Humanitas”, alla «custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale». Il lungo scritto del Pontefice (5 capitoli) è uscito da poche settimane e tratta anche il tema dell’IA, considerando l’impatto che questa tecnologia sta avendo, e continuerà ad avere, sul mondo. Leone XIV si pone così in continuità con il pontificato del suo predecessore, Papa Francesco (citato più volte nel corso dell’enciclica), almeno per quanto riguarda la volontà di una Chiesa sintonizzata con i problemi e con le sfide della nostra epoca. Quella con Francesco, però, non è l’unica analogia che salta all’occhio, né la più importante: Papa Leone, infatti, sceglie di pubblicare il suo scritto nel 135esimo anniversario della “Rerum novarum”, l’enciclica promulgata nel maggio del 1891 dal suo omonimo predecessore, Papa Leone XIII. La “Rerum novarum” incarnò una risposta cattolica alle disuguaglianze e allo sfruttamento causati dalla Seconda rivoluzione industriale e fondò la moderna dottrina sociale della Chiesa, ovvero l’insieme dei principi, degli insegnamenti e delle direttive con cui la Chiesa cattolica affronta ancora oggi le problematiche sociali, economiche e politiche. Di Dottrina sociale parla anche “Magnifica Humanitas”, affrontando a viso aperto quelle che definisce «le res novae del nostro tempo»: digitalizzazione, IA, robotica, biotecnologia. Ai lettori, si propone un’analisi commentata di alcuni passaggi del capitolo terzo dell’enciclica, “Tecnica e dominio. La grandezza della persona umana davanti alle promesse dell’IA”, una parte importante della “Magnifica humanitas” di Papa Leone XIV, disponibile in volume (Libreria Editrice Vaticana) e anche, in versione integrale e gratuita, sul sito ufficiale de La Santa Sede. Il messaggio del pontefice, infatti, risulta carico di un valore capitale, al di là della fede e delle credenze personali di ciascuno. Alla base, vi è la convinzione, profondamente umanistica, secondo cui il progresso tecnologico non debba essere trattato come un dato oggettivo imposto dalla natura, ma come una scelta operata dalla civiltà umana. Una scelta che non dovrebbe svincolarsi da una guida etica.
«COSA STIAMO COSTRUENDO?»
Per mettere in guardia sul bivio del progresso tecnologico, il Papa si affida a due immagini tratte dall’Antico testamento: da un lato, la torre di Babele; dall’altro, le rovine di Gerusalemme ricostruite sotto Neemia. La prima, simbolo di caos nefasto, le seconde segno invece di unità e responsabilità condivisa. «Siamo chiamati a interrogarci sul grande cantiere della nostra epoca», ricorda Papa Leone XIV, e domanda: «Cosa stiamo costruendo?». Papa Francesco e la sua “Laudato si’” sono presto richiamati da Leone, che spiega come il suo predecessore denunciasse nello scritto «la crescente affermazione di un paradigma tecnocratico nel mondo globalizzato», ovvero: «la tendenza a lasciare che la logica dell’efficienza, del controllo e del profitto governi da sola le scelte personali, sociali ed economiche». Questo è un passaggio fondamentale dello scritto: l’innovazione tecnica non è qualcosa di inerte nella storia umana, ha alle spalle una visione e ha, davanti a sé, delle conseguenze che contribuiranno a plasmare il domani.
«COSA STIAMO COSTRUENDO?»
Per mettere in guardia sul bivio del progresso tecnologico, il Papa si affida a due immagini tratte dall’Antico testamento: da un lato, la torre di Babele; dall’altro, le rovine di Gerusalemme ricostruite sotto Neemia. La prima, simbolo di caos nefasto, le seconde segno invece di unità e responsabilità condivisa. «Siamo chiamati a interrogarci sul grande cantiere della nostra epoca», ricorda Papa Leone XIV, e domanda: «Cosa stiamo costruendo?». Papa Francesco e la sua “Laudato si’” sono presto richiamati da Leone, che spiega come il suo predecessore denunciasse nello scritto «la crescente affermazione di un paradigma tecnocratico nel mondo globalizzato», ovvero: «la tendenza a lasciare che la logica dell’efficienza, del controllo e del profitto governi da sola le scelte personali, sociali ed economiche». Questo è un passaggio fondamentale dello scritto: l’innovazione tecnica non è qualcosa di inerte nella storia umana, ha alle spalle una visione e ha, davanti a sé, delle conseguenze che contribuiranno a plasmare il domani.
GUIDARE IL PROGRESSO
Il papa ammette poi che le innovazioni tecnologiche, se usate bene, possono essere un grande aiuto. Quel “se”, per Leone XIV, dipende da quanto queste tecnologie saranno accompagnate da «un nuovo quadro spirituale, etico e politico». Citando il teologo Romano Guardini e San Paolo VI, Prevost mette in guardia dal pericolo di un’umanità vittima delle sue stesse conquiste e ricorda che «il progresso tecnico, in sé prezioso, chiede un discernimento sulla visione antropologica che lo guida e sui fini che persegue». Uno sviluppo tecnologico che proceda senza una maturazione e una guida etica e sociale rischia infatti di produrre una civiltà in cui vale l’assioma: «Si ha di più, ma non si è di più». Il Papa si sofferma poi su quella che è la “scacchiera” attuale del mondo digitale e sottolinea come tale potere non sia oggi appannaggio degli Stati, ma sia concentrato soprattutto nelle mani di grandi soggetti economici e tecnologici. Questi pochi, di fatto, sanciscono le regole di un gioco che riguarda tutti. Per il pontefice, occorre quindi rimettere al centro i principi della Dottrina sociale: «la dignità inalienabile della persona, il bene comune, la destinazione universale dei beni, la sussidiarietà, la solidarietà e la giustizia sociale».
Il papa ammette poi che le innovazioni tecnologiche, se usate bene, possono essere un grande aiuto. Quel “se”, per Leone XIV, dipende da quanto queste tecnologie saranno accompagnate da «un nuovo quadro spirituale, etico e politico». Citando il teologo Romano Guardini e San Paolo VI, Prevost mette in guardia dal pericolo di un’umanità vittima delle sue stesse conquiste e ricorda che «il progresso tecnico, in sé prezioso, chiede un discernimento sulla visione antropologica che lo guida e sui fini che persegue». Uno sviluppo tecnologico che proceda senza una maturazione e una guida etica e sociale rischia infatti di produrre una civiltà in cui vale l’assioma: «Si ha di più, ma non si è di più». Il Papa si sofferma poi su quella che è la “scacchiera” attuale del mondo digitale e sottolinea come tale potere non sia oggi appannaggio degli Stati, ma sia concentrato soprattutto nelle mani di grandi soggetti economici e tecnologici. Questi pochi, di fatto, sanciscono le regole di un gioco che riguarda tutti. Per il pontefice, occorre quindi rimettere al centro i principi della Dottrina sociale: «la dignità inalienabile della persona, il bene comune, la destinazione universale dei beni, la sussidiarietà, la solidarietà e la giustizia sociale».
«L’IA NON È MORALMENTE NEUTRA»
L’intelligenza artificiale viene trattata con un particolare riguardo nell’enciclica: è infatti la tecnologia del momento, quella che, a detta di molti, ha già aperto a una vera e propria rivoluzione. Il papa sceglie un approccio di carattere antropologico ed etico. Davanti a uno strumento in continuo perfezionamento, Leone XIV invita comunque a non equiparare l’IA all’intelligenza umana. La prima, ricorda il papa, ha carattere imitativo, sfrutta i dati e soprattutto è completamente estranea a due aspetti, propri invece dell’intelligenza umana: la coscienza morale e la capacità di abitare «l’orizzonte affettivo, relazionale e spirituale in cui l’umano diventa sapiente». L’IA non impara, l’IA si adatta statisticamente. Per il pontefice può essere comunque un aiuto prezioso per l’umanità, ma solo tramite «un approccio sobrio e vigile». Questo approccio deve tenersi in guardia da tre aspetti: «la facilità di ottenere il risultato, l’impressione di oggettività e la simulazione della comunicazione umana». Oltre all’abitudine a delegare e al rischio di una parvenza di relazione, serpeggia infatti oggi una certa idea secondo cui l’IA sarebbe dotata di un’autorevolezza quasi aristotelica, da ipse dixit per intenderci. Una tendenza che ha portato alcuni studiosi a parlare di “Potere oracolare dell’Intelligenza artificiale”, come aveva spiegato anche a “Libertà” (29/09/2025) Cristiano Calì, ricercatore dell’Università degli Studi di Torino e dell’Institute for Ethics and emerging technologies di Boston. Proprio su questo aspetto dell’IA vista come oracolo infallibile e oggettivo, il papa ammonisce, ricordando che le risposte e le proposte dei sistemi «riflettono i parametri culturali di chi li ha progettati e addestrati, con tutti i loro pregi e difetti». Alle tre criticità dell’uso dell’IA da parte del singolo, Prevost affianca poi una prospettiva più ampia, di società. «Gli attuali sistemi – dice – richiedono grandi quantità di energia e acqua, incidono in modo significativo sulle emissioni di anidride carbonica e consumano risorse in maniera intensiva». Accanto alla questione ambientale, si innesta il discorso su opportunità e diritti: «Affidare, nei fatti, a un algoritmo il potere di selezionare chi merita e chi no, senza che nessuno si assuma più il peso della decisione, significa affidargli il compito di ridefinire i confini delle possibilità umane». Un colpo basso all’empatia, ma anche alla giustizia. Perché, insiste il papa: «non possiamo considerare l’IA moralmente neutra».
L’intelligenza artificiale viene trattata con un particolare riguardo nell’enciclica: è infatti la tecnologia del momento, quella che, a detta di molti, ha già aperto a una vera e propria rivoluzione. Il papa sceglie un approccio di carattere antropologico ed etico. Davanti a uno strumento in continuo perfezionamento, Leone XIV invita comunque a non equiparare l’IA all’intelligenza umana. La prima, ricorda il papa, ha carattere imitativo, sfrutta i dati e soprattutto è completamente estranea a due aspetti, propri invece dell’intelligenza umana: la coscienza morale e la capacità di abitare «l’orizzonte affettivo, relazionale e spirituale in cui l’umano diventa sapiente». L’IA non impara, l’IA si adatta statisticamente. Per il pontefice può essere comunque un aiuto prezioso per l’umanità, ma solo tramite «un approccio sobrio e vigile». Questo approccio deve tenersi in guardia da tre aspetti: «la facilità di ottenere il risultato, l’impressione di oggettività e la simulazione della comunicazione umana». Oltre all’abitudine a delegare e al rischio di una parvenza di relazione, serpeggia infatti oggi una certa idea secondo cui l’IA sarebbe dotata di un’autorevolezza quasi aristotelica, da ipse dixit per intenderci. Una tendenza che ha portato alcuni studiosi a parlare di “Potere oracolare dell’Intelligenza artificiale”, come aveva spiegato anche a “Libertà” (29/09/2025) Cristiano Calì, ricercatore dell’Università degli Studi di Torino e dell’Institute for Ethics and emerging technologies di Boston. Proprio su questo aspetto dell’IA vista come oracolo infallibile e oggettivo, il papa ammonisce, ricordando che le risposte e le proposte dei sistemi «riflettono i parametri culturali di chi li ha progettati e addestrati, con tutti i loro pregi e difetti». Alle tre criticità dell’uso dell’IA da parte del singolo, Prevost affianca poi una prospettiva più ampia, di società. «Gli attuali sistemi – dice – richiedono grandi quantità di energia e acqua, incidono in modo significativo sulle emissioni di anidride carbonica e consumano risorse in maniera intensiva». Accanto alla questione ambientale, si innesta il discorso su opportunità e diritti: «Affidare, nei fatti, a un algoritmo il potere di selezionare chi merita e chi no, senza che nessuno si assuma più il peso della decisione, significa affidargli il compito di ridefinire i confini delle possibilità umane». Un colpo basso all’empatia, ma anche alla giustizia. Perché, insiste il papa: «non possiamo considerare l’IA moralmente neutra».
PAROLA CHIAVE: REGOLAMENTARE
La questione va affrontata dalle sue basi. «Il discernimento etico – dice Prevost – non può limitarsi a domandare se usiamo un certo sistema per uno scopo buono o cattivo, ma deve anche chiedersi come esso venga progettato e quale idea di persona e società risulti inscritta nei dati e modelli che lo guidano». Sull’IA, il pontefice auspica più trasparenza, prudenza, verifiche e persino un rallentamento. «Servono – dice – quadri giuridici adeguati, vigilanza indipendente, educazione degli utenti, una politica che non abdichi al proprio compito». Anche la democrazia, infatti, potrebbe essere messa a rischio. «Piccoli gruppi molto influenti – si legge nell’enciclica – possono orientare informazione e consumi, condizionare processi democratici e incidere sulle dinamiche economiche a proprio vantaggio». Motivo per cui: «la proprietà dei dati non può essere affidata solo ai privati, ma va regolamentata».
La questione va affrontata dalle sue basi. «Il discernimento etico – dice Prevost – non può limitarsi a domandare se usiamo un certo sistema per uno scopo buono o cattivo, ma deve anche chiedersi come esso venga progettato e quale idea di persona e società risulti inscritta nei dati e modelli che lo guidano». Sull’IA, il pontefice auspica più trasparenza, prudenza, verifiche e persino un rallentamento. «Servono – dice – quadri giuridici adeguati, vigilanza indipendente, educazione degli utenti, una politica che non abdichi al proprio compito». Anche la democrazia, infatti, potrebbe essere messa a rischio. «Piccoli gruppi molto influenti – si legge nell’enciclica – possono orientare informazione e consumi, condizionare processi democratici e incidere sulle dinamiche economiche a proprio vantaggio». Motivo per cui: «la proprietà dei dati non può essere affidata solo ai privati, ma va regolamentata».
L’IA DISARMATA
A questo punto, ritorna la parola che più di tutte sta segnando il pontificato di Leone XIV: “disarmare”. Per il papa, anche l’IA va disarmata. «Disarmare – spiega – vuol dire rompere questa equivalenza tra potenza tecnica e diritto di governare. Disarmare non significa rinunciare alla tecnologia, ma impedirle di dominare l’umano. Significa sottrarla ai monopoli, renderla discutibile, contestabile, e quindi abitabile, restituendola alla pluralità delle culture umane e delle forme di vita». Tutto ciò nel segno della relazione e della comunione e in opposizione al rischio di una visione antiumana foraggiata dalla distopia tecnocratica.
A questo punto, ritorna la parola che più di tutte sta segnando il pontificato di Leone XIV: “disarmare”. Per il papa, anche l’IA va disarmata. «Disarmare – spiega – vuol dire rompere questa equivalenza tra potenza tecnica e diritto di governare. Disarmare non significa rinunciare alla tecnologia, ma impedirle di dominare l’umano. Significa sottrarla ai monopoli, renderla discutibile, contestabile, e quindi abitabile, restituendola alla pluralità delle culture umane e delle forme di vita». Tutto ciò nel segno della relazione e della comunione e in opposizione al rischio di una visione antiumana foraggiata dalla distopia tecnocratica.
LE DUE CITTÀ
Profonde e condivisibili sono anche le riflessioni del pontefice sul “limite”. «L’umano – dice – non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite». Nell’ostacolo c’è la possibilità di una trasformazione, che è tipicamente umana e che una tecnologia, intesa come assoluta, classificatoria e ottimizzatrice, non può vedere. «Per un algoritmo – scrive il papa – l’errore è qualcosa da correggere; per una persona, può essere l’inizio di un cambiamento profondo». Babele o la Gerusalemme di Neemia? Per chiudere il terzo capitolo, Leone XIV torna alla domanda con cui lo aveva aperto. «Interrogarci su questa alternativa di progresso e sul nostro modo di interpretarlo e viverlo – dice – significa sempre, in fondo, interrogarci sul nostro cuore». Babele e Gerusalemme riecheggiano le Due città di Sant’Agostino, i due modi di vivere l’amore (solo per sé stessi oppure per Dio e per gli altri). Un bivio che torna sempre a interrogare l’uomo, persino ai tempi dell’intelligenza artificiale.
Profonde e condivisibili sono anche le riflessioni del pontefice sul “limite”. «L’umano – dice – non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite». Nell’ostacolo c’è la possibilità di una trasformazione, che è tipicamente umana e che una tecnologia, intesa come assoluta, classificatoria e ottimizzatrice, non può vedere. «Per un algoritmo – scrive il papa – l’errore è qualcosa da correggere; per una persona, può essere l’inizio di un cambiamento profondo». Babele o la Gerusalemme di Neemia? Per chiudere il terzo capitolo, Leone XIV torna alla domanda con cui lo aveva aperto. «Interrogarci su questa alternativa di progresso e sul nostro modo di interpretarlo e viverlo – dice – significa sempre, in fondo, interrogarci sul nostro cuore». Babele e Gerusalemme riecheggiano le Due città di Sant’Agostino, i due modi di vivere l’amore (solo per sé stessi oppure per Dio e per gli altri). Un bivio che torna sempre a interrogare l’uomo, persino ai tempi dell’intelligenza artificiale.

