Il viaggio della Memoria e la “strana” tappa a Leonberg
Elisabetta Paraboschi
|14 ore fa

C’è una canzone di Fabrizio De Andrè che dice “quello che non ho è quel che non mi manca”. A Leonberg, cittadina che conta poco più di mille abitati nel Baden-Württemberg, quello che non c’è è la storia del campo in cui tra le 4 e le 5 mila persone furono internate. La struttura, che fu un importante sottocampo del sistema Natzweiler-Struthof, divenne operativa dal 10 aprile 1944 e venne evacuata il 30 marzo 1945. Di quella storia non resta nulla o quasi: le baracche, sorte dove prima della guerra esistevano orti e una clinica, sono state smantellate e al loro posto ci sono villette dall’aspetto bucolico che nulla dicono di quello che là è accaduto. È stata questa l’ultima tappa del Viaggio della Memoria attraverso l’Europa che l’Isrec-Istituto di storia contemporanea di Piacenza ha organizzato per le scuole superiori del territorio (presenti Gioia, Cassinari, Raineri, Polo Volta di Castelsangiovanni e Polo Mattei di Fiorenzuola).
Una tappa “strana”, quella di Leonberg, che cancella completamente l’immaginario comune legato ai campi e costruito su baracche e filo spinato, ma che stimola tutti noi a interrogarci su quanti modi esistano per fare memoria. Ieri a Schirmeck abbiamo visto un memoriale costruito in un luogo in cui non esisteva nulla (anche se vicino sorgevano due campi) con un obiettivo chiaro: offrire a chi lo visita l’occasione di immergersi letteralmente in una storia, conoscere come fosse la vita nei campi e in guerra, quale fosse la resistenza e il collaborazionismo. Oggi invece a Leonberg abbiamo visto un luogo fortemente contaminato da una storia drammatica - in cui un campo c’era - che però con tenacia gli abitanti e le amministrazioni hanno voluto colpevolmente ripulire e dimenticare. Anche i corpi delle vittime hanno trovato un adeguato riconoscimento solo in tempi recenti: buttati in una fossa comune durante la guerra, riesumati nel 1952 dai francesi che obbligarono il sindaco del paese a trovare uno spazio per seppellirli al cimitero, quei corpi sono rimasti a lungo senza un nome e senza un’identità.
Negli anni ‘60 l’amministrazione decise di costruire una lapide che ancora si può leggere ma sulla quale manca qualsiasi riferimento al campo. Solo nel 2016 sono stati posizionati dei pannelli esplicativi al cimitero per spiegare la tragedia che si consumò 81 anni fa a Leonberg. Ma è una delle pochissime tracce: la strada che portava alle gallerie dove i prigionieri erano occupati a produrre le ali degli aerei dell’industria aeronautica dipendente dalla Messerschmitt AG di Augsbourg oggi è stata ribattezzata come una strada panoramica. Delle gallerie usate ne resta solo una, le altre sono state chiuse dall’amministrazione. I morti - almeno 400 di cui anche diversi italiani - aspettano ancora un degno riconoscimento. E lo attende anche la memoria di ciò che è stato, affidata a un gruppo di volenterosi che conduce le visite guidate per rintracciare i resti di un campo dentro un quartiere residenziale. L’impegno di queste persone è tanto e spiega forse anche il senso che muove da oltre 10 anni questi Viaggi della memoria: camminare sulle orme più o meno evidenti di un passato per trovare una chiave di lettura per il presente.


















