«In tribunale 40 anni, la mafia molto vicina e l'incontro con il boss»
Intervista a Luigi Gazzola, funzionario ora in pensione
Thomas Trenchi
|13 ore fa

Luigi Gazzola
Il primo passo nel tribunale di Piacenza lo ha mosso nel 1989, anno chiave per il diritto italiano, segnato dall’entrata in vigore del nuovo Codice di procedura penale e del sistema accusatorio. «Venne istituito il Gip: si trattava di partire da zero, perché sostituiva il giudice istruttore. Così iniziammo ad andare a Parma, al pomeriggio, per fare i corsi con i colleghi, in modo del tutto pionieristico. Il massimo dell’informatica era una penna Bic nera e grandi registri cartacei, con 52 colonne: per aprirli servivano due scrivanie. Lì veniva annotato tutto, l’intera vita del processo, dall’iscrizione fino alla conclusione».
Sul mondo della giustizia Luigi Gazzola ha avuto uno sguardo diretto per tutta la carriera: prima cancelliere, poi funzionario dell’ufficio Gip, tra interrogatori, verbali e udienze, fino all’incontro in carcere con Nicolino Grande Aracri, boss della ’ndrangheta cutrese, capace di estendere la sua influenza anche in Emilia-Romagna. «Alla fine gli strinsi la mano per capire il soprannome «Mano di gomma»: era davvero così, come gomma piuma, per via di una sindrome. In quel momento non era più il boss, ma una persona che raccontava molte bugie». Ma Gazzola è anche attivista antimafia, politico e scrittore. Oggi, da poche settimane in pensione, può dedicarsi pienamente alle sue passioni.
«Nel tribunale di Piacenza ho fatto di tutto: convalide di arresto, fissazione delle udienze, gestione delle intercettazioni, assistenza al magistrato. E poi il carcere: nei primi tempi ci andavamo ogni giorno. Scherzavamo, con i colleghi, dicendo che tutto quel tempo andava conteggiato come pena scontata. All’epoca si lavorava su arresti quotidiani per piccoli reati. Poi si è capito che il sistema non reggeva e si è passati alle grandi operazioni, ai blitz con decine di imputati. Tutto il peggio che è passato da Piacenza è transitato sul mio tavolo. È inevitabile. Non dimentico l’incontro con il boss Nicolino Grande Aracri».
Gazzola si è impegnato molto proprio sul fronte antimafia. Una scelta nata «dalla convinzione che Piacenza non abbia piena consapevolezza di quanto il fenomeno sia vicino. Ho cercato di raccontarlo nel mio piccolo, prima con La Rete di Orlando e Dalla Chiesa, poi con Libera. Ho raccolto articoli, testimonianze, materiali, fino a scrivere il libro «Piacenza e la presenza mafiosa. Tra passato e presente». I singoli episodi, presi da soli, sembrano isolati. Ma se li metti insieme, tra traffici, latitanti arrestati, movimenti sospetti, il quadro cambia. Non esistono isole felici».
Uno sguardo su Piacenza: il suo consiglio alla giunta Tarasconi? «C’è impegno, questo sì. Ma vedo una forte personalizzazione. La sindaca accentra molto, mentre gli assessori potrebbero avere più spazio». Verso il 2027, Tarasconi bis è la strada corretta? «Sì. Un sindaco ha bisogno di due mandati per completare un programma» risponde Gazzola.

