Falò e tradizione, Bertuzzi riaccende il rito collettivo sul Perino
L'artista ha riproposto un antico rituale di paese sulla riva del torrente. In tanti ad ammirare la pira, simbolo di purificazione, comunità e rinascita
Irina Turcanu
|3 ore fa

L'artista Romano Bertuzzi accanto al grande falò a Perino - © Libertà/Pietro Zangrandi
Sono scesi lungo la riva del torrente Perino in tanti, l’altra sera. Romano Bertuzzi ha riproposto un rituale antico, un suo modo personale per accedere alla propria luce interiore e riaccenderla. Poiché il fuoco è luce. Anzi, il fuoco è tante cose. Di certo continua ad affascinare l’umanità da quando Prometeo lo rubò agli dèi per donarcelo. Il fuoco ci piace perché nel nostro modo di vedere le cose distrugge ciò che è impuro. Brucia resti, rifiuti, carcasse, oggetti contaminati, e appare come una forza che elimina il corrotto. A differenza dell’acqua, che lava, il fuoco sembra cancellare del tutto. E una capacità di ridurre tutto in cenere rende il fuoco un agente radicale di purificazione.
Poi, il fuoco porta verso l’alto: nel luogo del divino, del puro, del sottile. Il fumo che sale è un tramite tra terra e cielo, tra umano e divino. In antichità, i sacrifici, l’offerta bruciata "saliva" agli dèi. Il fuoco non solo consuma, ma trasforma qualcosa di materiale in qualcosa di aereo, quasi spirituale. Il fuoco trasforma: cuoce il cibo, fonde i metalli, indurisce l’argilla, rende abitabile e lavorabile il mondo umano. È una potenza ambivalente ma civilizzatrice, può devastare, ma anche rendere migliore, più ordinato, più puro ciò che tocca. Puro inteso non come salubre, puro, per tanto tempo, l’uomo lo ha inteso come separato dal caos, dal contagio simbolico, dalla morte, dal disordine morale.

Infine, il fuoco, per tanto tempo, è stato il centro della sopravvivenza. Scaldava, proteggeva dagli animali, illuminava il buio, cuoceva il cibo. Quando un gruppo umano si raccoglie attorno a un grande fuoco all’aperto, sta «facendo luce», ma soprattutto sta creando un centro comune.
Da qui nasce il falò come gesto collettivo. Su questa base pratica, il falò acquista valore rituale e nelle comunità agricole e pastorali il fuoco viene spesso acceso in momenti di passaggio. Ma perché proprio un grande fuoco? Perché il falò è visibile da lontano, riunisce le persone, segna un tempo speciale e dà l’idea di una forza che supera il singolo.
Non è il piccolo fuoco domestico: è un fuoco pubblico, comunitario, quasi solenne. È un fuoco che sta al centro del gruppo, un segno visibile della festa. È simbolo di trasformazione. Quello riproposto da Romano Bertuzzi ricalca il falò di fine inverno, che di solito si faceva per San Giuseppe, il 19 marzo. Erano fuochi di paese, a cui i lavorava tutti insieme per innalzare la pira, per poi accompagnare il rogo con canti, filastrocche, vino caldo e dolci. La sindaca di Coli, Ester Pugni, ha ringraziato l’Associazione degli artisti per aver riproposto con successo una tradizione che caratterizza le radici della comunità.




