Giornata dell’Infermiere, “insieme costruiamo la salute”: storie di cura e umanità
Empatia, ascolto, competenza: il filo rosso della professione più vicina al paziente che sorregge il sistema sanitario nazionale

Marco Vincenti
|10 mesi fa

Da sinistra: Maria Genesi, Santa Rebecchi, Alida Signaroldi, Stefania Riboli e Dragoj Armand.© Libertà
Empatia, ascolto, cura e relazione. Oggi si celebra la Giornata internazionale dell’infermiere. Un’occasione in più per tenere accesi i riflettori su una professione preziosa alla base dell’intero sistema sanitario. «Un ruolo fondamentale che prevede competenza, preparazione e umanità» le parole di Maria Genesi, presidente dell'Ordine delle professioni infermieristiche di Piacenza.
La cura è relazione. Lo dicono tutti e quattro, con parole diverse, ma con lo stesso sguardo profondo sul proprio lavoro quotidiano. Sono infermieri, e oggi – lunedì 12 maggio – si celebra la loro giornata internazionale. La ricorrenza onora una professione centrale nel sistema sanitario, fatta di competenza tecnica e umanità, vicinanza e dedizione. Quattro volti, quattro storie diverse ma legate da un filo comune: mettere la persona al centro, con i suoi bisogni fisici, psicologici, relazionali.
Stefania Riboli: il bambino e la sua famiglia
Lavora in Pediatria e al Pronto soccorso pediatrico. Stefania Riboli si prende cura non solo dei piccoli pazienti ma delle loro famiglie. «Ci sono le malattie metaboliche, le cronicità, situazioni complesse in cui i genitori faticano ad accettare la diagnosi. A volte il bambino è diffidente e va aiutato con delicatezza», racconta. Piacenza è centro di riferimento regionale per queste patologie. Ma il punto, dice, è che ogni caso è unico. «Il rapporto di fiducia con i genitori è fondamentale. Serve competenza, ma anche empatia e ascolto».
Alida Signaroldi: in oncologia, la relazione è parte della terapia
Dal 2019 Alida Signaroldi lavora nel Day Hospital oncologico di Piacenza. Un reparto dove la dimensione tecnica si intreccia costantemente con quella emotiva e relazionale. «Il tempo della relazione è tempo di cura – spiega – come dice anche il nostro Codice Deontologico». Il contatto con i pazienti oncologici è quotidiano, ravvicinato, e spesso attraversato da fragilità profonde: «Non si tratta solo di gestire una terapia complessa, ma anche i sentimenti, le paure, le speranze».
Tra i tanti casi, Alida ricorda un uomo arrivato tre anni e mezzo fa con una diagnosi oncologica molto severa. «Ha affrontato un intervento demolitivo e una chemioterapia impegnativa. Ma grazie al percorso fatto insieme, si è sentito accolto, accompagnato, ascoltato. Tanto che ha voluto raccontare la sua esperienza partecipando al Premio ‘Stella della Resilienza’».
«È il segno che la cura non è solo una questione medica. È presenza, attenzione, empatia. È esserci, anche quando non ci sono certezze» conferma Alida Signaroldi. In oncologia, come nella vita, anche un abbraccio può diventare terapia.
Santa Rebecchi: dalla rianimazione alla casa delle persone
Dopo 16 anni trascorsi in Terapia Intensiva, Santa Rebecchi ha intrapreso un cambiamento profondo: da cinque mesi è coordinatrice dell’assistenza domiciliare del Distretto di Levante (Fiorenzuola-Lugagnano). Un salto radicale, come lei stessa lo definisce. «La terapia intensiva è un ambiente ipertecnologico, altamente specializzato, dove il rischio di disumanizzazione è sempre in agguato. Ma anche lì, nei momenti più critici, bastano attimi di empatia: il tocco di una mano, una carezza. I pazienti, anche in coma, sentono.»
Oggi si muove tra le case delle persone, coordinando gli interventi degli infermieri domiciliari. È un mondo nuovo, fatto di relazioni quotidiane, intimità e fiducia. «Entrare in casa di qualcuno è un privilegio e una responsabilità. Bisogna ascoltare, osservare, non dimenticare mai i bisogni del malato e del suo contesto familiare.»
Secondo Rebecchi, il futuro dell’assistenza passa proprio da qui: dalla figura dell’infermiere di famiglia e di comunità. «Un professionista capace non solo di curare, ma di fare da collante tra ospedale, paziente e famiglia. Una rete di sostegno fondamentale, soprattutto oggi. La nostra professione si riassume in relazioni, in incontri brevi ma profondi, in gesti semplici che fanno la differenza.»
Dragoj Armand: l’umanità nelle cure palliative
All’Hospice di Borgonovo, Dragoj Armand coordina un’équipe impegnata ogni giorno a offrire qualità della vita, anche di fronte al fine vita. «Le cure palliative nascono da un’idea di un’infermiera – ricorda – e ancora oggi la dimensione relazionale è fondamentale». L’Hospice non è solo un luogo dove si muore, ma anche da cui si può tornare a casa: «Nel 2023 il 30% dei nostri pazienti è stato dimesso». Il lavoro è multidisciplinare: fisioterapisti, psicologi, medici, infermieri. Ma la relazione resta il cuore. «Curiamo i sintomi, ma soprattutto accompagniamo le persone in un tempo che può ancora essere pieno di significato».
Una professione in trasformazione
«La situazione non è facile», ammette la presidente dell’Ordine provinciale, Maria Genesi. «Mancano infermieri, e la professione è sotto pressione». Ma lo sguardo resta rivolto al futuro. Convegni, formazione continua, nuovi modelli di assistenza territoriale: «Ci stiamo muovendo per rispondere ai nuovi bisogni. E lo facciamo con la stessa forza che ha sempre contraddistinto gli infermieri: competenza, cuore e relazione».

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